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“Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”
È quanto scrive Italo Calvino nel suo celebre romanzo Le città invisibili.
Anche le città visibili, e soprattutto direi, hanno un patrimonio di memoria e di segni d’un linguaggio senza la cui conoscenza è impossibile capirne e carpirne l’autentico spirito, quello che trasforma una visita, nell’andarle a scoprire, in un’esperienza.
Daniela Feltrin e Alessandro Comin alla presentazione del libro presso la libreria caffè Cuore d’Inchiostro (foto Alessandro Tich)
È il caso di Treviso, raccontata nel libro “Treviso Meravigliosa” (sottotitolo: “Storie quotidiane della città gioiosa”) di Alessandro Comin.
Ne scrivo con piacere perché nelle mie precedenti vite Treviso è stata una città che ho frequentato spesso, nelle gite domenicali di famiglia. Abitavamo a Mestre e per andare nel capoluogo della Marca bastava percorrere il lungo e largo rettilineo del Terraglio, costeggiato per chilometri da alberi e da ville e lungo il quale alcuni anni più tardi, a Mogliano Veneto, avrei anche frequentato il liceo scientifico, sezione staccata del liceo “Da Vinci” di Treviso. Volente o nolente, finivo sempre là.
Pensavo di conoscere Treviso, o perlomeno di essere abbastanza esperto dei suoi angoli di centro storico e itinerari. Finché un giorno ho scoperto che non conosci una città se non trovi qualcuno che te ne faccia scoprire il vero volto.
È accaduto un giorno quando lavoravo per Telealto Veneto e col mio cameraman mi sono recato a Treviso per realizzare un reportage dal titolo che era tutto un programma: “Andar per ombre”. Lì mi attendeva un cicerone d’eccezione, anche se non trevigiano di nascita: Marco Paolini. Già attore noto, ma era ancora un Paolini precedente al suo boom del Vajont che lo ha trasformato in un mito nazionale del palcoscenico. Con lui ho trascorso quasi un’intera giornata, davvero piacevole, percorrendo il giro classico dei locali e delle osterie frequentate abitualmente dagli autoctoni. E tra ombre e cicchetti, compresi i nervetti che abbiamo assaggiato e che mi ricordo ancora, Paolini mi raccontava al microfono aneddoti, storie, curiosità, leggende e tradizioni legate alla città e alla sua gente.
Quella volta ho avuto l’impressione (eccola qua, la visita che si trasforma in esperienza) di sentirmi “trevigiano per un giorno”, condividendo i rituali della Treviso gaudente, uno dei diversi volti della città felicemente descritti nel libro di Comin.
Alessandro Comin, giornalista, è un nome e un volto notissimo a Bassano del Grappa.
È infatti il responsabile dell’area bassanese del Giornale di Vicenza, oltre a scrivere per le pagine culturali dei quotidiani del gruppo Athesis.
È però nato e cresciuto a Treviso, città che ama sin da bambino, e qui ha trascorso buona parte del suo quasi quarantennale percorso professionale che lo ha portato ad essere, tra le altre cose, capo della redazione cittadina del Gazzettino, prima di diventare caporedattore del fascicolo nazionale.
“Treviso Meravigliosa” è il suo libro di esordio, uscito per i tipi delle Edizioni della Sera e compreso in una collana di “storie emozionali” della casa editrice che raccontano le città italiane in modo diverso dalle consuete pubblicazioni dedicate ai capoluoghi del Bel Paese.
È come se ci venisse chiesto di addentrarci alla scoperta di Treviso disattivando il navigatore satellitare e attivando il navigatore dei ricordi e delle emozioni, trasferite dall’autore al lettore.
Comin riesce a farlo con una prosa scorrevole e accattivante, scomponendo i tanti volti della città in capitoli brevi che producono l’effetto ciliegia: uno tira l’altro.
E partendo dai quattro elementi che di Treviso costituiscono l’anima: l’acqua (che a Treviso è ovunque), l’aria (in una città che va scoperta col naso all’insù), la terra (simbolo delle sue origini contadine) e il fuoco (quello della più grande ferita della storia: il bombardamento americano del Venerdì Santo 7 aprile 1944, ricordato ogni 7 aprile dai rintocchi della campana della Torre Civica).
Il libro prosegue quindi con una guida sentimentale sui più diversi aspetti della storia e della quotidianità cittadina e in 190 pagine emerge un affresco fatto di rapide pennellate della Treviso più autentica, con le sue storie, i suoi personaggi e i suoi segni d’un linguaggio, capitale non solo gioiosa ma assai più composita della Marca Gioiosa, fin che la Marca va.
“Fare un libro per questa collana vuol dire scrivere un atto d’amore per la città con un contributo personale, spiegando qual è il modo di vivere e di essere trevisani, in questo caso”, spiega Alessandro Comin in un incontro di presentazione del suo libro che si tiene presso la libreria caffè Cuore d’Inchiostro in Villa Cà Rezzonico a Bassano.
A intervistarlo è la contitolare di Cuore d’Inchiostro Daniela Feltrin, trevigiana anche lei (o trevisana? il fatto di non saperlo tradisce le mie origini “foreste”) per parte di padre.
Nella prima fila del pubblico sembra quasi di assistere a una riunione del gruppo di maggioranza: ci sono l’assessore alla Cultura Giovannella Cabion, che porge il saluto anche a nome del sindaco Pavan, l’assessore al sociale Mavì Zanata, il presidente del consiglio comunale Stefano Facchin, la presidente di commissione Lucia Fincato.
Nelle retrovie della platea siede invece, più distaccato, il sindaco di Tezze sul Brenta Luigi Pellanda.
La chiacchierata con l’autore, supportata dalle slides proiettate su uno schermo, ripercorre alcuni temi e curiosità contenute nel libro.
Ne cito alcune a caso: il primo dipinto al mondo che raffigura una persona con gli occhiali (nella Sala del Capitolo del convento domenicano di San Nicolò), i retroscena del film “Signore e Signori”, la pescheria realizzata su un’isola artificiale, la collezione dei manifesti pubblicitari Salce, il “perché” del nome Treviso.
Di particolare impatto il racconto del tragico bombardamento sulla città del Venerdì Santo del ’44, che causò un migliaio di morti e distrusse l’ottanta per cento degli edifici.
Comin, riferendosi a suo padre, si dice orgoglioso di essere figlio di quella generazione che ha saputo risorgere da quelle macerie, ricostruendo non solo la città ma anche lo spirito di comunità.
E ancora altre curiosità non mancano: dalla celebre “fontana delle tette” che ai tempi della Serenissima, alla nomina di ogni nuovo podestà, faceva zampillare vino bianco da un seno e vino rosso dall'altro, fino alla storia delle mitiche carte da gioco trevisane Dal Negro, con le quali personalmente chi vi scrive - e chissà quanti altri - ha giocato da giovane centinaia di partite a scopa e a briscola.
Sono i tanti pezzetti di un colorito mosaico che si chiama Treviso e che viene composto da Alessandro Comin tassello per tassello, invitando però il lettore a costruire l’immagine complessiva.
È un libro che va dunque gustato e goduto a sorsi, come una buona ombra all’ombra del Palazzo dei Trecento.
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