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“In carcere scrivevo le poesie con la memoria”

La straordinaria testimonianza di Visar Zhiti, poeta albanese, condannato a dieci anni di carcere dal regime di Enver Hoxha, protagonista agli “Incontri senza confine” alla “Bassanese”

Pubblicato il 01-03-2009
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Nel suo paese, l’Albania, è ormai considerato un poeta nazionale.
Visar Zhiti, 57 anni, raffinato e profondo autore letterario, ministro consigliere alla Cultura dell’Ambasciata di Albania a Roma, è stato il protagonista dell’ultima serata con l’autore agli “Incontri senza confine” alla Libreria “La Bassanese”, organizzati dall’associazione interculturale “Il quarto ponte” di Bassano in collaborazione col libraio Marco Bernardi.
Perseguitato dal Sigurimi - la famigerata polizia politica del regime di Enver Hoxha - a 26 anni, con un processo-farsa, fu condannato a dieci anni di prigione per la sola colpa “di scrivere poesie”. Una drammatica esperienza che ha ispirato tutta la sua successiva opera poetica, per la quale ha vinto tre premi letterari in Italia, e i racconti e romanzi nei quali quello del carcere è un tema preponderante.

Visar Zhiti

La sua antologia di poesie “Croce di carne” ne è l’esempio più emblematico: una raccolta di versi suddivisi in tre capitoli e composti - rispettivamente - prima della condanna, quindi dentro “il teschio della prigione” e infine nei “giorni con le ali” della riconquistata libertà.
“In cella non avevamo né carta né matita - ha raccontato Zhiti - e così, per non insospettire le guardie carcerarie che ci interrogavano ogni giorno, componevo le poesie con la memoria. Le avevo tutte nella mia testa, Un giorno un altro carcerato mi disse: tu forse morirai, ma la tua poesia non dovrà morire. Il regime poi è caduto, e io ho potuto scrivere e pubblicare i miei versi. La poesia è più forte della dittatura.”
Una testimonianza straordinaria, che è stata anche occasione per sottolineare i buoni rapporti fra Italia e Albania. “Quella fra i nostri due paesi è un’amicizia antica. Quando l’Italia occupò l’Albania era diventata un paese “nemico”. Ma dopo l’8 settembre del ’43, quando i tedeschi andavano a caccia degli italiani, i vostri soldati hanno trovato conforto e rifugio nelle case del nostro popolo.”
L’Albania di oggi - ha sottolineato Zhiti - è un paese che, dopo decenni di isolamento e la conquista del “nuovo corso” democratico, guarda fortemente all’Europa.

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