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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Un viaggio nel cantiere artistico di Sergio Padovani
La personale con le sue opere più recenti, alla Fondazione The Bank, chiuderà il 25 marzo. Il nostro a tu per tu con l'artista modenese
Pubblicato il 04 mar 2025
Visto 6.126 volte
Nel pomeriggio di sabato 1° marzo, Sergio Padovani ha accompagnato il pubblico in una vista alla sua mostra personale allestita a Bassano alla Fondazione The Bank ETS - Istituto per gli Studi sulla Pittura Contemporanea, presieduta da Antonio Menon.
Un’opportunità preziosa per approfondire la poetica dell’artista modenese, in esplorazione dell’evoluzione del suo linguaggio pittorico negli ultimi anni.
L’esposizione, intitolata Sergio Padovani. Opere dal 2018 al 2024 è stata inaugurata lo scorso novembre (ne abbiamo parlato qui: shorturl.at/OZ1gj) e ha ottenuto in questi mesi di apertura ottimi riscontri in termini di gradimento e di visite – terminerà martedì 25 marzo.
Sergio Padovani alla Fondazione The Bank (foto Tommy Ilai & Camilla M.)
Occasione propizia, quella della presenza in città di Padovani, per rivolgergli qualche domanda mirata a conoscere più da vicino l’opera e l’artefice, ferma restando la curiosità di visitare a Modena la fucina-laboratorio dove nasce la sua produzione artistica e musicale.
Il nostro a tu per tu con l’artista.
Il suo percorso artistico ha condotto verso una dimensione estetica che danza e dialoga con il sacro e l’orrido. Questo dualismo rispecchia una ricerca di equilibrio, o è una resa alla complessità della vita?
La seconda. Purtroppo la vita è così, un andirivieni di circostanze alternate, che corrispondono al nero e al bianco, alla luce e al buio. Quindi il rispecchiamento è una sorta di obbligo personale, perché credo che l’artista debba rappresentare ciò vede e sente attorno a sé, il circostante. Credo che sia inutile non voler vedere certe cose: purtroppo il mondo è fatto di dualità, di aspetti positivi e di cose negative. Importante è porre attenzione a ciò che è sacro, e preciso che per me il sacro non è il “santo”: ciascuno di noi considera sacre cose differenti, per chi è genitore i figli sono “sacri”. Quindi nei miei dipinti vi è lo sguardo rivolto al sacro che a tutti noi appartiene e allo stesso tempo a ciò che può essere chiamato orrore, ovvero a qualche cosa di disturbante traducibile per chi guarda con ciò che lo è per ciascuno individualmente, si può andare dal piccolo demone quotidiano, una bolletta non pagata, a qualcosa di estremamente serio che ci cambia la vita.
Avanziamo nel corso della nostra esistenza in un percorso fatto nel contempo di buche e di grandi slanci verso l’alto, e quindi la pittura che intende rappresentare la vita deve tradurne prima di tutto la complessità.
Tante opere presenti in mostra sembrano incarnare un conflitto tra il terreno e il trascendente. Solo attraverso l’arte è possibile una redenzione, un lasciare inabitato questo disordine?
L’arte è un veicolo, qualsiasi tipo di arte lo è. Abbracciando l’arte, si riesce a trasferire tutto ciò che ci riguarda convogliandolo in un’unica direzione.
Non so se è solo l’arte che possa redimere il disordine che abbiamo intorno, di sicuro è uno degli elementi più importanti che ha strumenti per leggerlo. Nell’attualità l’arte è una “sottoclasse” di quella che chiamiamo cultura, ma una volta aveva un ruolo diverso, rappresentava nella vita quotidiana delle persone che accorrevano nelle chiese dove veniva esposta o realizzata un’opera d’arte la possibilità di ricevere un insegnamento, quindi l’arte era creatrice e divulgatrice di cultura.
Anche la figura dell’artista, oggi spesso glorificato, è cambiata nel tempo. In passato, si entrava nella bottega di qualcuno di più esperto, penso a personalità geniali come Leonardo e ai suoi inizi, e si iniziava a operare quasi da artigiani.
L’arte è uno di quei punti di riferimento di cui l’uomo ha bisogno. Personalmente, vedendola non come pura rappresentazione, ma come realizzazione materiale generata dall’inconscio, è la dominatrice della mia vita, lo è in modo quasi disturbante, straniante, perché qualsiasi cosa mi succeda dentro o intorno la vedo con gli occhi dell’arte.
Quello dell’artista non è un mestiere, ma una condizione.
Nelle figure che emergono nei dipinti c’è un senso di metamorfosi perpetua. È un’immagine specchiata del divenire umano, una metafora della fragilità e dell’inevitabile dissoluzione?
La contaminazione, la modificazione, è continua, basti pensare al ruolo che assume oggi l’Intelligenza Artificiale. Riguarda anche quello che noi stessi tecnologicamente o meno abbiamo prodotto, guardiamo per esempio all’automobile. Noi stessi ci modifichiamo continuamente e si modificano di conseguenza anche i nostri personaggi. Non posso dipingere la stessa cosa tutta la vita, sono un uomo diverso nell’andare del tempo, quello che dipingo ora è diverso da quello che facevo in passato, ci sono tante illusioni e disillusioni diverse di mezzo, di conseguenza cambiano e mutano anche i personaggi.
Confesso che a volte ho paura di abbruttirli, di fallire. Ma il fallimento non è negatività, è una porta evolutiva importante. Non potrei realizzare oggi dei Padovani senza andare un gradino sopra al mio limite, anche prendendomi dei rischi, perché tutto ciò che ci accade sedimenta e diventa inevitabilmente bagaglio a cui attingere, così accade anche nella mia pittura. Il cambiamento c’è e ci sarà sempre, porta con sé incertezza e rischio, che si cada fa parte del gioco.
In molti dipinti si avverte una dimensione narrativa che va oltre il visibile, una sorta di scrittura simbolica fatta di archetipi, di simboli potenti, che interpella chi guarda. Quali storie taciute abitano questi quadri?
Infinite. Alcune non saprei neanche più rintracciarle. Considero la mia pittura molto lirica, più legata alla scrittura che all’immagine. Sono contagiato da ciò che vedo, ma estremamente di più da ciò che leggo. La parola entra e crea dei mondi, è un punto di partenza da cui si ramificano tante storie diverse che si affastellano l’una sopra l’altra, quindi sotto un quadro ce ne sono altri cinque o sei, e l’idea di partenza risulta spesso irriconoscibile.
La parola magica per me è “suono”: vengo dal mondo della musica, non ho avuto insegnamenti di sorta di ambito pittorico e ho trasposto quello che conoscevo della musica nel creare il mio stile: nella musica ci sono due suoni che accorpati funzionano, attraverso quei due suoni poi si deve cercare le direzioni per realizzare una melodia. Procedo così anche in pittura, creando storie con elementi che convivono. (Padovani è autore della colonna sonora della mostra, che fa capo al progetto Macchina Anatomica n.d.r.).
La fisicità della tecnica sembra suggerire che il processo creativo sia una lotta, un dialogo con la resistenza della materia. Come vive la relazione con i materiali, con il mezzo artistico?
Più che fisica direi carnale. Dipende però dal quadro, ce ne sono di estremamente fisici e altri meno. In ogni caso, la presenza del gesto è sempre forte, anche se ragionata c’è sempre una forza di contatto, un contagio col colore, con i pennelli, che definirei “tribale”. Non utilizzo una tecnica pittorica predefinita, lascio che tutto accada, in una sorta di teatro inconscio, traballante. Lavorando intuisco che si possono fare delle operazioni in apparenza senza direzione, che però assumono una loro valenza nella mia arte.
Anche la scelta dei colori, da cui si parte, a volte è “casuale”: li compongo, pesto da me le polveri, capita che in momenti particolarmente energetici il colore che decido di utilizzare sia quello fisicamente più vicino. Il mio nero ad esempio non è mai nero, deriva da mescolamenti continui ottenuti spesso con tecniche anticonvenzionali.
Una volta completata, l’opera vive un destino autonomo animato dallo sguardo degli altri. Nella fase della sua creazione, pensa al pubblico? A cosa proverà di fronte ai dipinti e alle storie che narrano? C’è qualche sensazione particolare che vorrebbe suscitasse?
All’inizio sì, immaginavo realizzando un quadro a cosa avrebbe potuto pensare lo spettatore guardandolo. Questo però comporta l’esercizio di una sorta di regia, inconsciamente deviavo la realizzazione in funzione di un’aspettativa creata artificialmente, e questa sorta di deviazione secondo me la percepiva anche chi guardava l’opera, si intuiva la mia esigenza di trovarle un ruolo, un incasellamento. Poi mi sono sbloccato e ho iniziato a dipingere quello che volevo e come mi veniva meglio, consapevole che ciò che sarebbe arrivato all’osservatore sarebbe stato sempre diverso da quello che avevo io in mente nella fase creativa.
L’aspetto non trascurabile di una minore spontaneità nell’incontro non mi faceva piacere: non è necessaria una convergenza, anzi, è bello che attraverso lo sguardo dell’altro l’artista possa vedere in un dipinto cose che non aveva visto, o inteso vedere.
Quando terminato un dipinto scrivo il titolo che avrà, fornisco un’indicazione su quello che sto pensando, su cosa mi sta contagiando in quel periodo, su ciò che sento muoversi all’esterno. Poi magari lo spettatore vede tutt’altro, e va benissimo così, non ci trovo niente di male, anzi è un segno di vita propria dell’opera.
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