Pubblicato il 09-01-2014 08:35
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Un aperitivo con Giuliana Musso

Ospite del gruppo Color Teatri, l'attrice ha raccontato in pillole la genesi dello spettacolo La fabbrica dei preti e la natura del suo rapporto con il teatro

Un aperitivo con Giuliana Musso

Mattia Pontarollo all'aperitivo teatrale con Giuliana Musso

Ospite dell’aperitivo teatrale organizzato al Color Cafè dal gruppo Color Teatri prima dello spettacolo andato in scena ieri sera a Teatro Remondini, l’attrice e autrice vicentina (ora risiede a Udine) Giuliana Musso, intervistata da Mattia Pontarollo, ha raccontato in pillole, alcune dolci alcune amare, la genesi di La fabbrica dei preti e la natura del suo rapporto con il teatro. Quello che porta sui palcoscenici con questa produzione e con gli altri suoi spettacoli (Nati in casa, Tanti saluti, Sexmachine) è definito teatro civile, d’indagine, «una forma di teatro che in Italia affonda le radici nella commedia dell’arte, più che nella tradizione di prosa, radici spesso dimenticate: sono stati fatti dei danni enormi al teatro italiano dal cosiddetto “teatro di regia”» ha affermato l’attrice.
La fabbrica dei preti – da “La fabriche dai predis”, libro del 1999 scritto in friulano da Don Pier Antonio Bellina (pre Toni Beline) – parla soprattutto del tema della vocazione, ha spiegato, vocazione intesa nell’accezione di movimento interiore che chiama a una speciale maniera di vivere, a esprimersi in un lavoro, un’arte… quindi di un impulso che appartiene a tutti e che spesso è tacitato perché difficile da soddisfare nelle gabbie (familiari, sociali, civili) in cui viviamo.
Al centro della ricerca di Giuliana Musso, e del suo osservare e riprodurre “il teatro della vita, quello interpretato dai viventi”, c’è il tema dei gesti, delle azioni umane che si intrecciano a un ipotetico albero del dover essere imposto dalle convenzioni, dalle sovrastrutture sociali e culturali: «Si tratta soprattutto di guardare a entrambi e di provare a mettere insieme i pezzi», ha concluso. Quello dei “viventi”, per lei, è un contesto drammaturgico enormemente più interessante di ogni sua rappresentazione letterario-filosofica già pensata, dove vengono riassunti impropriamente in categorie astratte – in una sorta di architettura votata a elargire su tutto giudizi a priori – i temi pieni di mistero e di irrisolutezza che attraversano la vita umana: la nascita, l’amore, la morte.
«Per costruire Tanti saluti (lo spettacolo tratta della fine della vita) – ha raccontato – non ho cercato risposte prefabbricate: ho impiegato giorni e giorni a intervistare medici, infermieri, il personale dei reparti di rianimazione; l’ho fatto perché volevo catturare lo sguardo delle persone, le storie di chi vive lungo il confine tra l’esserci e il non-esserci, le emozioni di chi sta per andare e di chi rimane. Mentre lavoravo è scoppiato il caso Englaro, e mi ha stupito la facilità che avevano coloro che ne parlavano, tutti, di sentirsi in grado di affermare con sicurezza un’opinione, o meglio una certezza, su vicende così complesse come quella di cui si trattava, soprattutto quando tanti professionisti costantemente in contatto con queste esperienze, in modo più umano, lasciano dei margini di insicurezza, di valutazione».
I “viventi”, la vita, hanno fatto da sottofondo anche all’intervista (alcuni clienti del locale non interessati all’incontro hanno continuato a chiacchierare dei fatti loro ad alta voce, disturbando a tratti il dialogo): Giuliana Musso è parsa quasi contenta del brusio, un fuori copione inatteso sintonizzato correttamente con le sue parole.

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