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Laura Vicenzi

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Giornalista
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Interviste

A tu per tu con Stefano Piedimonte

L’autore, al Piccolo Festival, è salito sul palco con Marco Marsullo e ha presentato il suo libro che narra una storia in bilico tra realtà e reality

Pubblicato il 25 giu 2013
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Stefano Piedimonte, sul palco di Palazzo Bonaguro domenica sera assieme a Marco Marsullo, ci parla del suo libro, “Nel nome dello Zio”, dove racconta una storia in bilico tra realtà e reality.

Tra uomini che trascorrono la vita a giocare a guardie e ladri, lo Zio camorrista e i cinque mostri e dall’altra parte Woody Alien, un funzionario-pezzo grosso, con la sua squadra, svolazza un gabbiano Anthony che pare avere le ali mozze, o bruciate, eppure…

Stefano Piedimonte (a sx), con Marco Marsullo, Mattia Pontarollo e Andrea Marchi


Eppure sarà lui, in fin dei conti, a dirigere gli eventi. Terrà le redini. Guiderà la storia.

Nel tuo libro racconti una storia di degrado, di criminalità e di omicidi. Leggendo, il parallelo con la vita che scorre al Grande Fratello ha l’effetto di togliere drammaticità agli eventi che pure accadono. I media stanno deviando troppo il nostro sguardo sulla realtà?

I media hanno sempre deformato la realtà. C’è chi li usa come un potente narcotico, per anestetizzarsi, ben consapevole del loro effetto deformante. Altri, invece, ci restano intrappolati inconsapevolmente. Non credo che la visione dei fatti dentro la Casa tolga drammaticità. Credo, anzi, che l’amplifichi. Non c’è nulla di più drammatico dell’esibizione fine a se stessa, del mostrarsi semplicemente per la necessità di farlo: questa è la dimensione della solitudine assoluta, della mancanza di senso, della mancanza di tutto. Parliamo di una superficialità allarmante, che è ben diversa dalla leggerezza. È una superficialità, un vuoto, che riguarda alcuni meccanismi mediatici così come riguarda alcuni meccanismi criminali.

Anche lo Stato, a un certo punto del romanzo, assume il ruolo del Grande Fratello, e l’ufficio stampa del GF sembra una dépendance di 1984 (il romanzo di George Orwell), un luogo dove si riscrivono le storie, falsificandole. Anthony esce da questi labirinti facendo piroette.

Lo sguardo di Orwell è unico e irripetibile. Non mi sono ispirato a lui e a 1984, anche perché non sarei riuscito a restituire un miliardesimo della sua genialità. La mia è semplicemente una storia dell’orrore. Anthony percorre questi labirinti a suon di piroette. Dici che poi ne esce? Io non lo so.

Tutto per avere successo deve essere “luccicante”, Anthony per esistere deve essere “frizzantino”. La realtà che ci circonda è proprio così farlocca, o lo è solo in tv?

Esiste gente che riesce a trasportare nel reale i livelli di finzione a cui ci hanno abituato i media. Queste persone sono una sorta di stregoni, spesso vittime della propria magia. Per come la vedo io, la realtà la si può vivere a diversi livelli di finzione. Ce n’è per tutti. Ci si può anche immergere nella finzione fino alla punta dei capelli, a patto che si sia disposti ad accettarne le conseguenze.

Nel libro dai a due donne il potere di smontare i due giochi, uno drammatico e reale, l’altro virtuale, che si intrecciano nella trama. I motivi di questa scelta?

Trovavo che fosse funzionale allo svolgimento della trama. Mi piaceva l’idea. Non c’è nessun motivo particolare. Al di là di tutto, pur volendo evitare i soliti luoghi comuni, accade spesso che siano le donne a condizionare le vite degli uomini. Ma lo fanno in un modo più elegante, meno chiassoso, più efficace.

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