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Fame na carità
Sovraffollamento, condizioni disumane, suicidi. Sciopero della fame a staffetta per denunciare i gravi problemi della situazione carceraria in Italia. Ha aderito all’iniziativa nazionale anche un gruppo spontaneo di cittadini del Bassanese
Pubblicato il 08 ago 2025
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Nella mia adorata Venezia c’è un negozio, in Fondamenta dei Frari di fronte all’omonima Basilica riflessa sulla vetrina, che si chiama “Made in Prison”. “Prison” può essere pronunciato all’inglese (“Made in Prìson”) ma va bene e forse meglio anche la pronuncia in veneziano (“Made in Prisòn)”.
È gestito dalla cooperativa Rio Terà dei Pensieri e mette in vendita i prodotti realizzati dai detenuti e dalle detenute delle carceri di Venezia che lavorano nei laboratori gestiti dalla cooperativa stessa: borse “Malefatte” (un marchio che è tutto un programma), accessori, T-shirt stampate nel laboratorio di serigrafia e articoli di cosmesi naturale del laboratorio di cosmetica del carcere femminile. I proventi delle vendite sostengono i progetti di inserimento lavorativo in carcere e tutto ciò rappresenta il fulgido esempio di un’opportunità formativa e di lavoro che viene offerta per la rinascita della dignità delle persone recluse.
Ma in Italia, quando si parla di “prison”, c’è purtroppo anche il rovescio della medaglia. E che rovescio.
Foto Alessandro Tich
Sovraffollamento delle carceri, situazioni ambientali e climatiche spesso allo stremo, problemi nell’accesso alle cure mediche e al supporto psicologico, difficoltà a reggere il peso della reclusione che sfociano anche nei suicidi dietro alle sbarre (già più di 50 casi nel 2025): sono alcune delle criticità che affliggono le condizioni di vita e di salute delle persone detenute.
È la triste fotografia della situazione generale carceraria italiana che ha portato due operatori della giustizia, l’avvocata milanese Valentina Alberta e il magistrato Stefano Celli, sostituto procuratore a Rimini, a lanciare un’iniziativa senza precedenti.
Si tratta di uno sciopero della fame a staffetta di avvocati e giudici, ma rivolto anche a chiunque altro voglia partecipare, per denunciare la condizione di sovraffollamento e di mancanza di umanità che si vive all’interno dei penitenziari italiani.
Chi aderisce allo sciopero della fame a staffetta rinuncia per un giorno a tutti i cibi solidi.
L’obiettivo è convincere il Parlamento a riesaminare urgentemente il Disegno di legge Giachetti per l’allargamento temporaneo della liberazione anticipata che prevede uno sconto della pena aumentato a 60 giorni per ogni sei mesi di buona condotta, rispetto ai 45 attuali.
Un provvedimento che secondo i promotori della mobilitazione non risolve tutti i problemi “ma almeno costituisce uno strumento per superare l’illegalità del sovraffollamento”.
Nel frattempo l’adesione all’iniziativa si è allargata a macchia d’olio, secondo un passaparola, o se preferite un passaggio di testimone, da una Regione all’altra.
Come dire, restando in modalità veneziana: fame na carità, fai lo sciopero della fame anche tu.
All’appello ha aderito anche un gruppo spontaneo di cittadine e cittadini del Bassanese (professionisti, insegnanti, imprenditori, operatori sociali, amministratori comunali e non solo) che hanno deciso di raccogliere il testimone, creando una “staffetta nella staffetta” nel nostro territorio.
Ne dà notizia un comunicato trasmesso oggi in redazione dal referente del gruppo, l’avvocato Dario Lunardon, che pubblichiamo di seguito.
COMUNICATO
Sono oltre 60mila le persone che sono, secondo un’espressione gergale ampiamente diffusa, “al fresco” oggi in Italia.
“Al fresco” è un’espressione gergale e figurata per dire in prigione.
È un’espressione beffarda e lo è ancor più nei mesi estivi, in cui le celle raggiungono spesso temperature roventi.
E non è l’unico, né il più grave, dei problemi che affliggono le prigioni italiane.
Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha recentemente ricordato che “il sistema carcerario è contrassegnato da una grave e ormai insostenibile condizione di sovraffollamento”.
Secondo un’efficace frase attribuita a Voltaire “il grado di civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri”: se così fosse ancora oggi, possiamo tranquillamente affermare che l’Italia non è - da tempo - un Paese civile (e del resto ciò è stato riconosciuto anche dalla Corte Europea dei diritti umani).
Con questa consapevolezza, un gruppo spontaneo e informale di cittadine e cittadini del territorio bassanese, estremamente eterogeneo per età e professione, ha aderito all’appello proveniente da Milano e in particolare dall’Avvocata Valentina Alberta e dal Pubblico Ministero Stefano Celli a digiunare a staffetta per “provare a partecipare, un giorno ciascuno, a una parte infinitesimale della sofferenza che gli uomini e le donne detenute patiscono”.
Abbiamo voluto raccogliere questo appello e passarci il testimone: molti di noi neppure si conoscono, eppure ogni giorno - per un mese (dal 14 luglio al 13 agosto, quando finirà la staffetta nazionale) - ci siamo astenuti e ci stiamo astenendo dai cibi solidi per tentare di provare sulla nostra pelle un po’ della sofferenza della popolazione detenuta.
Lo abbiamo fatto, secondo lo spirito dell’iniziativa, per tentare di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e soprattutto della politica sull’emergenza carceraria che da anni affligge questo Paese e che ogni estate, nei limiti del possibile, si fa più allarmante.
La diffusa partecipazione a questa iniziativa è la dimostrazione che il tema è sentito dalla società civile e non solo dagli “addetti ai lavori” (magistrati e avvocati).
Il Governo ha più volte annunciato interventi, ma si tratta di annunci a cui non sono seguiti interventi concreti e adeguati.
Intanto in carcere si continua a morire: l’anno scorso si è raggiunta la cifra record di 90 suicidi e quest’anno, ad oggi, 8 agosto, sono già (altri) 53.
Per ricordare tutto questo a noi stessi, alla società e alla politica abbiamo deciso di compiere questo piccolo ma significativo gesto di vicinanza, anche se la sofferenza provata nell’astenersi dai cibi solidi per un’intera giornata non è neppure lontanamente paragonabile a ciò che oltre 60mila persone quotidianamente patiscono nelle nostre prigioni.
Hanno partecipato:
Paolo Banfi, 66 anni, insegnante in pensione
Devis Baggio, 49 anni, commesso
Riccardo Nardelli, 55 anni, operatore sociale
Alex Vidale, 48 anni, avvocato
Chiara Pozzi Perteghella, 54 anni, farmacista
Giuseppe Dall’Omo, 75 anni, pensionato
Nives Caenaro, 68 anni, pensionata
Dario Lunardon, 46 anni, avvocato
Lucia Mongelli, 55 anni, insegnante
Giada Marin, 40 anni, educatrice
Elisa Artuso, 50 anni, insegnante
Egidio Zilio, 70 anni, consulente informatico
Prisco Maria Rebellato, 24 anni, studente
Gianfranco Cipresso, 57 anni, agente di commercio
Riccardo Poletto, 52 anni, insegnante, consigliere comunale
Manuel Remonato, 32 anni, ingegnere, consigliere comunale
Adriano Zanolla, 88 anni, pensionato
Paola Facchinello, 81 anni, insegnante in pensione
Anna Stevan, 41 anni, agente di turismo
Greta Cammisa, 34 anni, educatrice
Oscar Mazzochin, 65 anni, assessore comunale
Lucia Cuman, 55 anni, imprenditrice
Paola Mastella, 44 anni, consulente di comunicazione
Daniela Belfatto, 44 anni, marketing coordinator
Fausto Taras, 60 anni, avvocato
Enrico Botteon, 36 anni, educatore
Stefania Spada, 27 anni, psicologa
Maria Caterina Bonotto, 62 anni, operatore socio sanitario in pensione
Paolo Retinò, 42 anni, insegnante, consigliere comunale
Francesca Campodonico, 46 anni, psicoterapeuta
Barbara Vangelista, 48 anni, insegnante
Elisa Zoccarato, 48 anni, imprenditrice
Fabio Anedda, 50 anni, architetto
Arianna Cortese, 30 anni, psicologa
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