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E tra le rette lettere l’arte
Inaugurata alla chiesa di San Giovanni la mostra “Palindroma”: quando l’arte contemporanea diventa un gioco per i solutori più che abili della Settimana Enigmistica
Pubblicato il 26 apr 2025
Visto 11.908 volte
Qualcuno di voi avrà probabilmente pensato: “Ma che razza di titolo ha fatto Tich, questa volta?”.
Ve lo spiego subito. Il titolo di questo articolo, “E tra le rette lettere l’arte”, è una frase palindroma. Può essere cioè letta sia da sinistra verso destra che da destra verso sinistra. Esattamente come accade per le parole e le voci verbali palindrome - le cui due metà sono uguali e contrarie, rendendo il vocabolo intero leggibile nelle due direzioni - come ad esempio “afa”, “osso”, “radar”, “ingegni”, “ossesso”, “avallava”, “onorarono” e così via.
È il mio omaggio linguistico alla mostra collettiva di arte contemporanea intitolata “Palindroma”, organizzata dall’associazione Dif.fusione, allestita nella chiesa di San Giovanni a Bassano e aperta al pubblico fino al prossimo 25 maggio, dal giovedì alla domenica dalle 16 alle 20 e alla domenica anche dalle 10 alle 13.
Foto Alessandro Tich
Il titolo bifronte, ovvero leggibile in entrambe le direzioni, dell’articolo che state leggendo non è stato facile da costruire e soprattutto non l’ho costruito a caso.
Le “rette lettere”, incolonnate nelle linee rette del testo stampato su un pannello, sono infatti quelle di una poesia collocata al centro dell’altare e composta da Francesca Bottari, la quale tra l’altro è fresca reduce da una mostra personale delle sue poesie in questa stessa chiesa.
Mentre “l’arte” è costituita dai linguaggi creativi che assieme alla poesia animano i contenuti dell’esposizione: arte visiva, fotografia, installazioni e performance.
Perché “Palindroma”?
Con le mostre di Dif.fusione c’è sempre da entrare in modalità Settimana Enigmistica, sotto-modalità Pagina della Sfinge, per cercare di capire i messaggi volutamente cifrati che si celano dietro alle opere esposte e al loro allestimento.
E anche in questo caso intuire con chiarezza il senso della mostra, in sintonia con la natura prevalentemente criptica dell’arte contemporanea, equivale a risolvere un bifronte sillabico o una sciarada alterna se non persino - per i solutori più che abili - una crittografia sinonimica.
Anche perché l’organizzazione ci mette del suo per presentare l’evento espositivo con un linguaggio evocativo e metaforico: più che Dif.fusione, bisognerebbe chiamarla All.usione.
Per spiegare il titolo “Palindroma”, il catalogo della mostra immagina infatti un dialogo sui “palindromi” con l’Intelligenza Artificiale.
E ciò che ne viene fuori, in sostanza, è che il palindromo è un “riflesso”, una parola che guarda se stessa come se si trovasse davanti ad uno specchio, posto al centro, “che riflette una metà nell’altra”.
Ma questo è solo il presupposto perché il concetto, con audace sviluppo filosofico, viene quindi allargato alla dimensione spazio-tempo.
“Viviamo nell’illusione di andare avanti, eppure siamo fermi - sentenzia nel testo la presunta Intelligenza Artificiale -. Guardiamo ossessivamente al futuro (l’innovazione, la tecnologia, l’eterna giovinezza) ma senza memoria storica. Il risultato? Un tempo palindromo: torniamo sempre sugli stessi passi, senza davvero progredire. La cultura ne soffre, perché senza una direzione chiara, tutto si appiattisce.”
Già: ma cosa c’entra tutto ciò con gli artisti in mostra? È qui che si raggiunge il top of the boh.
Ma ecco, sempre nell'ipotetico dialogo con l’AI in apertura di catalogo, la chiave di lettura con cui osservare tutte le opere esposte:
“L’arte contemporanea è uno specchio che non si limita a riflettere, ma deforma, sovverte, scompone il tempo. Alcuni artisti giocano con la memoria storica, altri creano mondi alternativi, altri ancora cancellano ogni riferimento temporale. È un antidoto alla paralisi culturale: invece di rimanere imprigionati in un eterno ritorno, l’arte ci spinge a immaginare altre possibilità.”
Vi risparmio il resto di questa specie di Dialogo Sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo (che sarebbero l’uomo e il suo rapporto con il tempo), di cui però non posso non citare questo cruciale passaggio:
“Palindroma vuole presentare una differente accezione del termine: non un andamento speculare chiuso tra inizio e fine, ma una modalità di abitare il tempo come spazio, nel quale muoversi in ogni direzione, indifferentemente.”
Cercherò di mettere in pratica questo fondamentale principio quando m’imbottiglio nell’imbuto di traffico delle 18.30 tra viale delle Fosse, via Remondini e discesa Brocchi.
Nella speranza di non avervi fatto percepire che ci ho capito ben poco, mi corre comunque l’obbligo di nominare gli artisti - dieci in tutto - che assieme alla già citata poetessa Francesca Bottari non si limitano a riflettere la realtà come uno specchio e arrivano persino a scomporre il tempo nell’allestimento di “Palindroma”.
Si tratta di Grazia Azzali, Maruzza Bianchi Michiel, Claudio Brunello, Tiziano Faggion, Anne Grebby, Beata Kozak, Anastasia Moro, Pino Pin, Domenico Scolaro.
Ciascuno dei quali offre nelle opere esposte la sua interpretazione creativo-intellettuale del concetto di palindromia, sia essa come lettura possibile all’inverso, come costruzione di simmetrie e asimmetrie, come doppia lettura tra il vuoto e la materia, come relazione al tempo che oscilla, come l’essere uguali a noi stessi e al contempo il perfetto contrario o come riflesso che dissolve i confini tra inizio e fine.
Si aggiunge al tutto anche un’installazione originale concepita e creata da Dif.fusione.
È una installazione palindroma - e cioè uguale e simmetrica nelle due direzioni - al centro della mostra: due sedie e due specchi collocati l’uno di fronte all’altro e in mezzo a loro un tavolino illuminato sopra il quale è posato un cumulo di libri bianchi, senza copertine.
Così spiega il cartello che invita ad accomodarsi sulle sedie:
“Due sedie per accogliervi e guardarvi negli occhi, scontornando il vostro viso con il volto di chi vi sta di fronte. Accoglierne l’essenza per lasciarla rimbalzare tra riflessi speculari, tra io e altro. Decine e decine di libri bianchi per le parole non dette e ancora da dire, per condividerle o lasciarle dove stanno.”
Potete quindi - ad esempio - sedervi nell’installazione con il vostro amore, di fronte a lui, guardarlo negli occhi, scontornarne il volto, farlo rimbalzare tra i riflessi degli specchi e dirgli la frase più romantica che si possa immaginare:
“Quanto sei palindromo”.
Ardimenti creativi, provocazioni artistiche, riflessioni esistenziali: così è se vi pare.
E tra le rette lettere l’arte, nei suoi plurimi linguaggi espressivi, lancia dunque una nuova sfida alla capacità di saperla cogliere nella sua essenza concettuale.
Se magari passate per piazza Libertà nei giorni di apertura della mostra, vi invito ad andare a visitarla perché l’ambientazione è in ogni caso suggestiva.
Anche a costo di non capirci un’acca, che è comunque una parola palindroma.
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