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Alessandro TichAlessandro Tich
Direttore responsabile
Bassanonet.it

Attualità

Caccia alle quaglie

Vi spiego perché le polemiche sulla mancata destinazione al Museo di Bassano del capolavoro di Jacopo “Il miracolo delle quaglie”, acquistato dal Getty di Los Angeles, non hanno ragione di esistere

Pubblicato il 06-12-2021
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Un tempo, nell’era dei cosiddetti secoli bui, c’era la caccia alle streghe. Oggi, in questo nostro secolo “illuminato”, c’è invece la caccia alle quaglie.
Mi riferisco alle polemiche scoppiate, e successivamente anche montate, sulla partenza definitiva negli Stati Uniti del capolavoro di Jacopo Bassano “Il miracolo delle quaglie”, dipinto dal re della pittura bassanese nel 1554. E vi spiego perché la stagione della caccia avrebbe dovuto rimanere chiusa ancora prima di essere aperta.

Jacopo Bassano, Il miracolo delle quaglie (1554; olio su tela, 150 x 235 cm; Los Angeles, Getty Museum)

La notizia è ben nota, in quanto ripresa da testate nazionali e anche perché ampiamente riportata nel mio articolo, pubblicato lo scorso 17 novembre, intitolato “La migrazione delle quaglie”.
Il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, una delle più prestigiose - e facoltose - istituzioni museali del mondo, ha acquisito il grande olio su tela (150 x 235 cm) per esibirlo come uno dei “pezzi centrali” della galleria dei dipinti del Nord Italia del 16° secolo, dopo averlo acquistato da una collezione privata italiana. E proprio sulla provenienza dell’opera dal nostro Bel Paese, come ho spiegato appunto nel precedente articolo, si è generata qui in Italy una serie di critiche e di “distinguo” circa l’esito dell’operazione. Ciò che ha provocato lo sdegno social-mediatico di alcuni cultori dell’arte è stato il fatto che lo Stato italiano non avrebbe fatto nulla per trattenere il dipinto nel nostro Paese, sottoponendolo a vincolo come può e dovrebbe fare in presenza di beni culturali di elevato valore.
Dal punto di vista procedurale, l’accordo di compravendita de “Il miracolo delle quaglie” tra la collezione privata italiana e il celebre museo californiano è stato raggiunto con tutti i crismi della regolarità e con tanto di visto di approvazione dell’Ufficio Esportazione del Ministero della Cultura.
Ma è stato proprio questo il nodo delle polemiche: secondo i puristi del patrimonio artistico nazionale, se l’intenzione del privato era quella di vendere un’opera importante di Jacopo Bassano lo Stato italiano avrebbe potuto vincolarla ed acquistarla per destinarla ad un museo italiano.
Tuttavia l’operazione ormai è compiuta e nulla, né sotto il profilo normativo né tantomeno sotto il profilo giuridico, si può opporre all’avvenuto trasferimento del capolavoro in quel di Los Angeles: le critiche scoppiate a seguito della notizia appartengono ormai all’enciclopedia del senno di poi.
Poi ci sono le critiche e le polemiche montate. E sono quelle che hanno preso di mira il bassanese Davide Gasparotto, Senior Curator of Paintings del Getty Museum.
Secondo questa ulteriore ondata di diatribe mediatiche a scoppio ritardato, il dottor Gasparotto - nella sua duplice veste di bassanese e soprattutto di destinatario dell’ultima edizione del Premio Cultura Città di Bassano - avrebbe dovuto utilizzare la sua influente posizione per fare in modo che il dipinto non solo non uscisse dall’Italia, ma venisse addirittura destinato al Museo Civico di Bassano stesso.
Sembra quasi un passaggio di un libro di Isaac Asimov, il famoso autore di romanzi di fantascienza, ma è così.

Chi ha lanciato la crociata sulla mancata destinazione delle “quaglie” al Museo di Bassano non ha tenuto conto di due fondamentali aspetti della questione.
Il primo è che i privati proprietari dell’opera, eredi del collezionista d’arte fiorentino Vittorio Frascione, una volta ottenuto il benestare dell’Ufficio Esportazione del Ministero della Cultura avevano già predisposto l’operazione di vendita affidandone l’incarico di mediazione alla OMP Fine Art LLC, società registrata a New York. Lo Stato italiano, a quel punto, non poteva fare più nulla, al netto dell’ingente somma necessaria per l’acquisto “vincolato” della tela cinquecentesca.
Il secondo - che appartiene invece alla sfera della logica di base - è che il Senior Curator dei dipinti del Getty Davide Gasparotto deve prioritariamente curare gli interessi dell’ente museale dal quale è stipendiato. Non vedo perché il più noto bassanese di California avrebbe dovuto bussare alla porta del direttore del J. Paul Getty Museum Robert Tuttle per dirgli: “Mi scusi direttore, ma siccome io sono originario di Bassano del Grappa e lo scorso gennaio mi hanno dato il Premio Cultura ritengo che il dipinto non vada più acquistato ma trattenuto in Italia per darlo al Museo di quella città.”
Più che un atteggiamento da Senior Curator, sarebbe un brano da proporre agli autori di Zelig.
Ma al di là di questi due aspetti, la partenza per La La Land del grande dipinto di Jacopo rappresenta una straordinaria occasione per dire “basta” al provincialismo della cultura, quello secondo il quale ogni cosa legata a Bassano (non solo pittore, ma anche città) debba essere, quasi di diritto, conservata e valorizzata entro i limiti del chilometro quadro del nostro centro storico.

Togliamoci il paraocchi e consideriamo invece cosa significhi l’acquisizione del “Il miracolo delle quaglie” da parte del Getty Museum. Significa che ci troviamo di fronte a un ulteriore e prestigioso riconoscimento della dimensione internazionale di questo artista figlio della nostra terra, di cui non siamo pienamente consci.
Jacopo Bassano è un profeta ancora relativamente poco conosciuto e riconosciuto in patria, cosa che non avviene invece al di là dei confini nazionali.
Mi ricordo ancora - avendola vista coi miei occhi - il grande interesse suscitato dalla mostra statunitense “Jacopo Bassano”, inaugurata nel gennaio 1993 al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas. Oltre agli stessi dipinti che erano stati esposti nella grande mostra di Bassano del Grappa del ‘92, uno dei pezzi forti della mostra nella terra dei cowboys e di Walker Texas Ranger era la magnifica grande tela de “La Pesca Miracolosa”. Era un prestito proveniente da una collezione privata di Londra, che a sua volta l’aveva acquistata nel 1989 da una collezione privata di Roma.
Oggi quella stessa mirabolante tela del Bassano è di proprietà della National Gallery of Art di Washington, dopo che da Londra, nel 1997, per il tramite della Matthiesen Gallery, è stata venduta al fondo permanente del Museo della capitale statunitense.
Sono i “giri” a cui sono destinate molte importanti opere d’arte già di proprietà privata.
E in tutto questo tempo a nessuno è venuto in mente di chiedere perché la “Pesca Miracolosa”, che fino al 1989 era rimasta in Italia, abbia preso il volo oltreoceano.
E che dire della National Gallery di Londra, che ho visitato più volte grazie alla figata dell’ingresso gratuito nei musei inglesi? In una delle sale principali dedicate all’arte italiana, fra altri massimi capolavori come la “Santa Caterina d’Alessandria” di Raffaello o la “Cena in Emmaus” di Caravaggio, è esposta anche la fantastica tela de “La via del Calvario” di Jacopo Bassano.
Basterebbe questo per farci capire la valenza del prestigio internazionale di questo artista nato ai piedi del Grappa e soprattutto per essere orgogliosi del fatto che il Museo Civico di Bassano, e cioè il nostro Museo, conservi la più importante collezione monografica di dipinti di questo pittore cinquecentesco così considerato nel mondo.
Ritornando infine a Los Angeles, l’annunciata intenzione dei vertici del J. Paul Getty Museum di riservare a Jacopo e alle sue “quaglie” un posto centrale nell’esposizione dei dipinti cinquecenteschi del Nord Italia, accanto ad altri mostri sacri come Tiziano o Veronese, non farà che aggiungere altro prestigio alla reputazione mondiale del nostro grande, sebbene non ancora sufficientemente profeta in patria, Jacopo Da Ponte o Dal Ponte che dir si voglia.

In conclusione, tuttavia, non posso non togliermi un sassolino dalla scarpa.
Tutto il polverone suscitato per la migrazione delle quaglie a Los Angeles, invece che trovare nido a Bassano del Grappa, mi ha fatto ricordare il vespaio mediatico scatenato l’anno scorso per la “perdita” della Pala di Sant’Anna, il dipinto di Jacopo che dopo 64 anni di custodia nel Museo Civico di Bassano è stato restituito al suo legittimo proprietario, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, su richiesta del medesimo. Anche in questo caso per valorizzarlo nella sezione riallestita della pittura veneta del Cinquecento di uno dei più importanti e visitati musei d’Italia.
Tutti a gridare allo scandalo e a stracciarsi le vesti, in riva al Brenta, dopo la notizia della partenza di un dipinto di cui ben pochi prima - fatta eccezione per gli studiosi, gli addetti ai lavori e i cultori del settore come gli Amici dei Musei - conoscevano l’esistenza.
Esattamente come le quaglie, che prima della contestata notizia del loro volo per l’America e del presunto “scippo” ai danni di Bassano erano per quasi tutti nient’altro che un argomento di cacciagione.

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