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È anche colpa nostra
“Noi dovremmo vergognarci”: considerazioni su un intervento postato su Facebook da Romano Zanon sull'abbandono del Ponte per colpa anche della città
Pubblicato il 18 mag 2018
Visto 6.434 volte
Capita ogni tanto, anche se raramente, che io legga un post su Facebook e decida di ripubblicarlo qui su Bassanonet. Senza neanche avvertire preventivamente chi lo ha scritto, dal momento che - avendolo postato sulla Rete - si tratta comunque di un messaggio che si rivolge a un pubblico. E più pubblico lo legge, più questo atto di comunicazione, riferito a una questione centrale della città, ha un senso.
Capita, dunque. Ed è capitato che io mi sia imbattuto in un intervento pubblicato sabato scorso sulla sua pagina FB, e quindi condiviso anche altrove, da Romano Zanon.
Zanon è un nome noto alle cronache locali: è un conosciuto ed apprezzato commerciante di via Roma, della quale è anche il referente per la sua categoria, ed è il vicepresidente della delegazione comunale di Bassano del Grappa di Confcommercio.
Foto Alessandro Tich
Di lui, leggendo i suoi interventi nei social network ma anche e soprattutto parlandoci di persona, è riconosciuta la pacatezza e la profondità, ma anche la sensibilità di analisi sui fatti della vita pubblica che, in quanto tali, ci riguardano tutti.
E in questo momento nel quale l'assurda e infinita vicenda del Ponte di Bassano sta raschiando il fondo del barile - tra verità opposte, risoluzioni di contratti, controversie giudiziarie in pectore, ture da smontare e una ripresa dei lavori che non si sa se e quando potrà avvenire -, si è sentito in cuor suo di intervenire per offrire un contributo all'incalzante dibattito in corso sul cantiere senza inizio.
Il suo è però un messaggio che più che incentrarsi sulle questioni tecniche e politiche attorno alle quali ruota questa tristissima situazione di stallo, pone l'accento sul comportamento della città nei confronti di questa mediaticamente sovraesposta storia. Una città che legge i giornali e legge Bassanonet, che guarda i Tg, che commenta quotidianamente su Facebook, ma che resta spettatrice passiva degli avvenimenti in corso: come il pubblico accalcato nel Colosseo per godersi la lotta dei gladiatori.
Nell'arena scendono gli altri, al massimo si partecipa con un pollice verso o con un pollice in su: quello che una volta salvava una vita, mentre oggi è la semplice icona di un “like”.
La grande partecipazione sui social a riguardo delle vicissitudini del Ponte, delle assurde circostanze che le hanno provocate e del braccio di ferro tra Comune e Vardanega è inversamente proporzionale a un reale impegno civico sullo stesso problema: quello che, tanto per capirci, fa scendere la gente in piazza.
Il Ponte fa audience e fa chiacchiera, giacché se ne parla in città dalla mattina alla sera. Ma non fa rabbia. Non ci sono proteste pubbliche e non ci sono striscioni, persino il comitato “Aiutiamo il Ponte di Bassano”, grazie al quale tutta questa storia del restauro del monumento è iniziata più di quattro anni fa, si astiene da qualsiasi azione e presa di posizione. Il post di Zanon mi ha colpito perché esprime alcune considerazioni che mi trovano pienamente concorde e che lanciano, al di là dell'invettiva su una burocrazia che “smonta la Civitas” e su un'ideologia “che offende la Polis”, una pungente autocritica su tutti noi - e cioè sulla città intera - corresponsabili, in quanto non in grado di fare massa critica, dell'abbandono del Ponte Vecchio a se stesso.
Pubblichiamo di seguito, integralmente, l'intervento sul social.
Post di Romano Zanon pubblicato su Facebook il 12.05.2018:
Lascio ad altri verdetti e giudizi. Architetti, ingegneri, avvocati, giudici diranno la loro con competenze che nemmeno mi sogno di avere. Posso parlare solo di ciò che sento.
Ho la fortunata condanna di sentire dolorosamente, soffro di animismo, da sempre.
Ogni edificio vuoto mi fa soffrire e sentire freddo. Quel vuoto, quel silenzio, sono orribili. Siamo noi a scaldare la casa che abitiamo, il calore che le portiamo, i nostri suoni e la nostra vita la rendono viva, la fanno stare bene. Il battito del nostro cuore caldo, le nostre voci, le discussioni, le risate e le grida sono come la linfa viva degli alberi. Se entrate in una casa sfitta da anni ne percepite subito il freddo, glaciale, quasi di cadavere.
Un'abitazione prende vita dalla nostra vita. Così un fabbricato industriale, un capannone, vive di rumori meccanici, di vociare, di bestemmie e di scherzi, di sudore e di lavoro. Battiti, scoppi e scintille, fragore e sibili. La sua voce è la sua vita.
Di cosa vive un monumento? Di cura, di cure. È anziano, ha dato molto ma non è rovina né sterile icona. È la durata del passato nel presente. Che continua a servirci e chiede in cambio solo cura. E noi gliela dobbiamo, come un figlio al genitore. Rispetto e cura, perché se lui è grande lo siamo anche noi, almeno di riflesso.
Lui se ne sta lì in silenzio, il grande vecchio, steso tra due sponde, a congiungere due piccoli borghi che solo uniti si dicono città, si dicono Bassano. E ha sopportato di tutto, il vento freddo e la spinta dell'acqua, con massi e tronchi. Mine e bombe come sputi, graffi e solchi come carezze. Mai l'umiliazione. Mai l'abbandono. Ora sì, ora sa cosa significano. Quando il burocrate smonta la Civitas, quando l'ideologia offende la Polis, allora l'insulto lorda la storia. Più dell'ordigno e dello scarabocchio, più del terremoto e della brentana.
Lo sento gridare, dentro di me. Lo sento e lo sente la città intera. Senza Ponte, senza Bassano. Lì solo c'è il nesso, lì solo l'uguale che pareggia e unisce, lì solo una soglia lunga una terrazza di vento e acqua. Lì, da sempre, l'unica vera loggia cittadina.
La sola ricompensa è rispetto e cura ma noi non gliela sappiamo offrire. Noi dovremmo vergognarci. Noi dovremmo solo stare chiusi in casa e perire lì. Ché la Città non sappiamo cos'è.
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