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Vivere con la musica
Quando si incontra chi si è sempre 'guadagnato il pane' con la sua passione
Pubblicato il 04 mar 2011
Visto 7.484 volte
Per uno che note e scale le ha masticate fin da piccolo il passaggio all'età adulta e al mondo del lavoro mette di fronte ad una scelta. La decisione di fare della musica una professione piuttosto che un hobby non è un percorso di vita da tutti i giorni. Bassanonet è andato ad incontrare Diego Michelon: musicista, arrangiatore, compositore e molto altro. Sul “palco”, dietro le quinte e addirittura dietro una cattedra del panorama musicale italiano, a diciotto anni stabilì di fare della sua passione il suo lavoro.
Con il sottofondo di un' armonia jazz e un pianoforte alle spalle, la prima domanda che mi sorge spontanea è chiederti qual è stato l'inizio del tuo percorso.
Diego Michelon nel suo studio
“Sono nato qui a Nove con l'interesse che può avere un ragazzino di quindici anni per la musica. Era la fine degli anni Sessanta e in paese, anche se in maniera leggera, avevamo sentito il sapore di ciò che proveniva da oltremanica. Eravamo però fuori dal mondo: la musica consisteva nella banda, nel coro dei preti o dei ragazzini e per fortuna nella radio, dove passavano le canzonette di quegli anni. La diffusione era poca ma interessava, soprattutto l'immagine del beat, dei musicisti, di questa onda nuova. Così iniziai a suonare la pianola e mia madre mi mandò poi a lezioni di pianoforte dal maestro Vianello a Bassano. Studiavo classica, mi piaceva, ma avevo le influenze degli amici che premevano per formare un gruppo. Cominciai, all'insaputa del maestro, a suonare le tastiere, i vari organi come l'hammond e così via. La sentivo già come una cosa che avrei voluto fare tutta la vita e poi, quando arrivò il momento, gli amici con cui avevo iniziato si fermarono. Loro scelsero l'università e io di studiare pianoforte sei ore al giorno.
Anche se magari passando osservato in 'alto' ma inosservato in 'basso' so che hai 'navigato' per quasi tutti i mari del mondo musicale facendo anche il pirata. Confermi?
“Sono andato in tournée con Amanda Lear, Oliver Dragojevic, Claudio Lolli, Ivan Cattaneo, Ron, Lucio Dalla e in Sud America con Miguel Bosè. Per parte di loro ho anche arrangiato brani se non interi dischi. Ho lavorato in diversi studi di registrazione e ho composto colonne sonore per molti film. Ho scritto tutte le musiche di 'Colpo Grosso', compresa Cin-Cin. Non era per niente il mio genere di ambiente ma in quel periodo non c'era molto lavoro e il target richiesto era quello. Una 'chicca' di quando lavoravo in televisione è stata suonare con James Brown a buona domenica. Per più di dieci anni ho insegnato 'musica d'insieme' alla Cpm di Milano e ora lavoro come Suond Designer per Disney Channel. Una sfida personale è stata produrre 'Heart' un disco completamente mio. Giusto, ho fatto anche il pirata! Quando, da giovane, con mio cugino Fabio, compravamo i vinili, li passavamo in cassetta e poi queste le rivendevamo per guadagnare! “
Nove è un piccolo paesino, come hai detto tu prima “fuori dal mondo”, qual è stata la rampa di lancio che ti ha catapultato fuori ?
“Cercai altri con il mio stesso intento, cioè mostrare che suonare poteva diventare una professione, e trovai altri quattro ragazzi, tra questi il bassista era Renato Cantele, anche lui di Nove, che ora è uno dei cinque fonici più importanti d'Italia. Iniziammo suonando fusion, ci chiamavamo 'Interno Blu', ma presto fummo 'costretti' a formare un altro gruppo parallelo di nome 'Harp group'. Anche se non era ciò che ci piaceva veramente facevamo dance, quello che andava nei locali a quel tempo. Girammo molto per l'Italia e qualche week-end lo passammo pure in giro per l'Europa, grazie ad un impresario di un agenzia di Bologna. Poi a noi si unì Delia Gualtiero e lei fu in qualche modo la mia rampa di lancio. Era la donna del bassista dei Pooh, Red Canzian, e io colsi subito il “trenino”. Ci mettemmo, lei in produzione e io agli arrangiamenti, e ne uscirono una decina di pezzi. Red andò giù a Bologna e fece sentire i brani a Lucio Dalla che decise di farne un disco. Da lì, con una vendita di 30.000 copie, sono diventato session man per molti artisti italiani.”
Oggigiorno non sono pochi i ragazzi che dopo la maturità hanno scelto un percorso simile al tuo, magari usufruendo delle scuole, che ai tuoi tempi non erano per nulla diffuse, cosa consiglieresti?
“Ho insegnato più di dieci anni al Centro Professione Musica di Milano, fondato da Mussida della Pfm. Quando i miei studenti, appena diplomati, mi chiedevano che opportunità avevano di fronte io consigliavo di partire, andare in America, in Francia o a Londra dove la gente mangia e vive di musica perché in Italia non è tutt'ora valorizzata e ancora meno qui nella nostra provincia. Io ho avuto la fortuna di aver cavalcato gli anni settanta e ottanta dove se eri bravo riuscivi ad emergere ma ora è quasi impossibile. La categoria del musicista nemmeno esiste, come non esiste un sindacato. La cosa più vicina che puoi farti mettere nella carta d'identità, nella voce 'professione', è orchestrale.”
Quindi dagli anni Sessanta agli anni Zero la situazione è peggiorata?
“Sicuramente! Quando ero giovane sentivamo i residui dell'ondata dei figli dei fiori e pensavamo di poter fare tutto. Adesso non c'è nemmeno quella sensazione. Poi qui in zona non ne parliamo, quando sono tornato qui da Milano ho cercato di portare la mia esperienza, di organizzare qualcosa ma ho ottenuto un riscontro pari a zero. O non c'è 'grano' o c'è 'tanto grano e poca cultura'. Rilevanti anche i danni fatti da karaoke, dj e dal digitale che hanno portato via un bel po' di lavoro ai musicisti veri.”
Ti chiedo ancora un' ultima parola veloce sulle case discografiche, sulle band emergenti ecc ecc. dato che fin ora non abbiamo mai toccato l'argomento.
“Ti spiego con un esempio. Prendiamo la Gran Bretagna: se tu, come band o come solista, gli porti un demo, originale e di buon livello, loro ti dicono “Mai sentito un pezzo così, molto bene, facciamolo!” Mentre in Italia ti senti dire “Ah, mai sentito un pezzo così...mi spiace ma non è quello che cerchiamo” Questo perché mentre gli Inglesi cercano la novità noi cerchiamo l'imitazione.”
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