Pubblicato il 27-09-2010 06:51
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A tu per tu con Giovanni Viale

Il fotografo bassanese che espone i suoi scatti a Palazzo Roberti per la rassegna “L’albero” racconta incontri in viaggio con la natura e con l’uomo

A tu per tu con Giovanni Viale

albero in Tanzania foto di Giovanni Viale

Come hai scelto gli alberi da immortalare nelle tue fotografie in mostra a Palazzo Roberti?

Teresa Santini della Libreria Palazzo Roberti ha ideato un percorso che sviluppa l’impegnativo tema “L’albero” partendo dalla frase “per fare un albero ci vuole un fiore” e quindi via via “l’albero racconta” per terminare con “amica terra”. Pertanto anche le foto seguono questa traccia ricorrendo sia ad alberi lontani (il baobab del villaggio tanzaniano) ma anche con percorsi a noi più vicini (Calà del Sasso piuttosto che Val di Sella). C’è anche un richiamo al sottobosco e ai fiori per terminare con panoramiche fotografiche su tela di aspetti diversi dell’amica terra.

Nei tuoi viaggi hai incontrato tante genti con abitudini e culture diverse, e modi “altri” di rapportasi alla natura

Forse per avere sulle spalle (e soprattutto sulla schiena) un lungo trascorso quale agricoltore biologico, non ho della natura una visione di romantica bontà. Troppe volte la grandine ci ha distrutto i raccolti quando poi le trombe d’aria non hanno raso al suolo tutto il nostro lavoro od il gelo ha letteralmente bruciato le nostre colture. Mi è però rimasto un profondo rispetto per le incredibili forze generatrici e rigeneratrici che quotidianamente si ripetono su qualsiasi porzione di terra. Allontanandoci dalla terra non riusciamo più a percepire e neppure a vedere. Ecco quindi il primo insegnamento che si può trarre da culture altre che a mio parere sono comunque parte delle nostre radici: guardarci intorno ed osservare la maestosità dei cicli vitali. L’altro aspetto delle dinamiche uomo/natura è il rapporto di “sacralità”, che non sempre coincide con “religione”, di cui anche la nostra civiltà contadina era intrisa, ma da cui ci siamo separati illudendoci di avere la forza tecnologica per il dominio universale.
Lo scorso giugno mi trovavo a pedalare in Austria in direzione di Vienna e mi sono imbattuto in uno splendido quanto essenziale capitello campestre che si ergeva su una stele al confine di un prato. Mi sono tornati in mente consimili capitelli dove a primavera si andava in processione con il parroco per la benedizione dei campi, ma altrettanti ne ho visti in India con le immagini hindu piuttosto che in Laos con effigi buddiste. Questo per sottolineare che se è per me assai evidente che tutti i popoli si rapportano alla natura con il primo obiettivo di trarne i mezzi di sostentamento, dall’altra conoscono il limite dei propri poteri tanto da doversi affidare alle divinità protettrici. Non auspico un ritorno ad una religiosità ritualistica, ma credo che anche la drammaticità dei continui stravolgimenti atmosferici (tornado, temperature estreme, inondazioni, etc.) dovrebbero generare in noi dei dubbi su quel senso di onnipotenza che pare ora prevalere nei paesi industrializzati.

Abbiamo ormai lo sguardo adattato a percepire come alberi quelle poche specie che vediamo piantate nei giardini, o lungo i viali, quanti ragazzi non riconoscono un noce, un sambuco, non ne hanno familiarità, è un vero peccato

Credo sia stato nel maggio 2009 che per la prima volta nella storia dell’umanità la percentuale della popolazione urbana abbia superato quella della popolazione rurale. Ciò significa il definitivo orientamento globale di un’umanità votata ad una vita sempre più compressa in città piuttosto che in villaggi con il conseguente progressivo distacco dagli ambienti naturali. Si acquisiscono nuove conoscenze, ma si perde inevitabilmente tutto quel patrimonio culturale di cui le civiltà contadine sono profondamente intrise. Peggio o meglio che sia questo fenomeno è inarrestabile quanto inevitabile. Per questo nelle politiche agrarie si dovrebbe sempre più valorizzare il ruolo del contadino quale custode ambientale ma anche delle culture rurali. Ho di recente visitato una scuola agraria in Paraguay dove giovani da tutto il mondo vengono per svolgere delle esperienze che contemporaneamente li pongono in contatto con ambienti rurali e forestali oltre che con etnie minoritarie e classi sociali sotto il limite della povertà. Due mesi qui trascorsi valgono a mio parere più di anni di lezioni in aula.

Il 2010 è l’Anno internazionale dedicato alla Biodiversità. Lunedì 13 settembre si è aperto presso l'Orto Botanico di Padova il primo Festival Regionale della Biodiversità con un convegno dal tema “Natura e artifizio nel disegno pianificatorio regionale”: esiste una volontà di sensibilizzare, di cambiare rotta agendo in maniera progettuale e rispettosa

Credo sia assai evidente che la scuola abbia svolto un ruolo fondamentale nella crescita della sensibilità ambientale. Sino a pochi anni fa le nostre colline erano disastrate da discariche abusive e da un generale insudiciamento. Non che i problemi siano completamente risolti, ma è indubbio che siamo migliorati. Ben vengano quindi tutte le iniziative rivolte alla comprensione dello stretto legame che comunque ci lega all’ambiente per quanto questo possa essere stato urbanizzato ed artefatto. Rimango sempre convinto che è più facile che una pianta cresca armoniosamente se ben curata nei primi anni che nel tentare di raddrizzarla e rinvigorirla quando è adulta e compromessa, da qui la convinzione che è sempre la scuola che offre le migliori opportunità di indirizzo.

In Tristissimi giardini, Vitaliano Trevisan di recente ospite a Bassano al Piccolo Festival della Letteratura scrive che si “intristisce”, appunto, di fronte al paesaggio della periferia diffusa vicentina e dell’incongrua ma ormai usuale visione di ulivi sradicati un migliaio di chilometri più a sud ed “esposti lungo una statale del c... come la Thiene-Bassano”. Altre istantanee impietose sono ricorrenti nel nostro territorio

Mi ritengo sempre privilegiato di poter ritornare dai miei viaggi in un territorio così affascinante come quello di Bassano. Questo non significa che non colga anch’io il costante scempio pervicacemente in atto. E’ la mancanza del senso armonico che si riscontra immediatamente sia a livello architettonico che di arredo verde. Basta un breve viaggi o in Alto Adige se non in Austria per cogliere questo senso di “ambientazione paesaggistica” ottenuta sia con processi culturali che con pianificazioni legislative. A suo parere chi costruisce palazzine che sembrano brutti alveari o ville modernizzanti sostenute da colonne corinzie può “sottigliare” su pini himalayani in pianura piuttosto che olivi pugliesi nelle nostre zone industriali.

Un tuo ricordo legato ad un albero caro

Sono molti gli “alberi rifugio della memoria” che dovrei citare ognuno legato a fasi diverse della mia vita (gelsi – ginko – ciliegi) ma permettimi di citarne due riportati nella mostra fotografica allestita alla Libreria di Palazzo Roberti: il primo è un ficus che letteralmente abbraccia una delle porte di pietra dell’antica città Khmer di Ankor in Cambogia. La pietra sostiene l’albero e le radici di questo avvolgono e sorreggono le pietre finemente cesellate. Sembra il simbolismo di una sosta nell’eterno conflitto civiltà/natura. Il secondo è un alberello di melo immerso nel mezzo della valle di Alamut (Iran) che sembra sorreggere un’intera parete di neve che con armoniche onde lo accarezza.
Con l’amico Beppe Bosio stavamo percorrendo le antiche vie di Marco Polo tra Bassano e Delhi (India) e seguendo le letture di Freya Stark “La valle degli assassini” e di Amin Malouf “Samarcanda” che narrano le vicende della probabile prima setta storica di killer (sembra che la parola assassino sia nata qui in assonanza con hashish ampiamente utilizzata dai seguaci del Grande Vecchio). Ritrovarsi in questi luoghi letti ed immaginati grazie ai suddetti libri mi provoca ancor ora un’emozione particolare, quasi di sogno realizzato e vorrei ritrovare il filo che mi ha lì condotto partendo dal fascino delle antiche civiltà persiane sino all’esperienza di volontariato in Afghanistan.

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