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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
A tu per tu con Giulio Casale
Da Libriamo a Vicenza un incontro dialogato con l'artista e il suo teatro canzone
Pubblicato il 04 set 2010
Visto 4.247 volte
Cito una tua frase: “Pacifica rivolta. Essere altro dall’osceno mondano, semplicemente. Nella tenacia di chi rifiuta l’oggi perché sente l’infinito, dentro”. In che cosa si concretizzi nell’attualità “l’osceno mondano” è sotto gli occhi di tutti. La pacifica rivolta è un invito a una rivoluzione nei comportamenti del singolo, delle persone?
Sì. È dalla rivoluzione individuale, da un rivoluzionarsi interiore rispetto ai luoghi comuni, ai conformismi e persino alle aspettative altrui che può scaturire poi un’ipotesi di cambiamento collettivo. Si tratta ancora e sempre di smettere di “avere” speranza e cominciare ad “essere” speranza, per sé e poi per gli altri, per tutti. Con lo “scandalo” apparente che questo di volta in volta può comportare…
Giulio Casale a Bassano alla presentazione di "Intanto corro"
Tu in alcuni tuoi lavori guardi molto all’America, non mitizzata ma “cantata” da grandi autori. Il viaggio attraverso le opere dei poeti, degli scrittori e dei musicisti americani ha un significato di cui ritrovi tracce percorribili o percorse anche nella cultura italiana?
Ci sono molte americhe… Certo, se l’America di cui parliamo è quella della cosiddetta controcultura quella ha pesato molto sulla scrittura anche italiana. Che proprio da lì, dal centro dell’egemonia culturale e della massificazione arrivassero anche voci eretiche o irregolari non ha mancato, non manca di suscitare emozione e meraviglia, e a volte desiderio di emulazione. La lingua italiana d’altro canto, per sua natura più complessa, invita ad altri percorsi, ad altri suoni in tutti i sensi. Eppure, come diceva Wim Wenders, gli americani ci hanno colonizzato il subconscio. È a lei che si guarda, innanzitutto.
Il teatro canzone (Giulio Casale ha vinto recentemente ad Aulla in provincia di Massa e Carrara il Premio 2010 Lunezia Canzone a Teatro per lo spettacolo “La Canzone di Nanda” n.d.r.) si avvale di una commistura di linguaggi, propone la ricerca di un alfabeto multilingue, completo, per dire, o per ridire come nel caso di spettacoli come “Polli d’allevamento” o di “Formidabili quegli anni”, invitando alla riflessione e cercando un approccio dialogico con lo spettatore. E’ una forma non di “teatrino” ma di teatro politico, è un peccato che non ci sia spazio per questo teatro in tv
Il teatro canzone per me è l’ideale di uno spettacolo totale, in cui ogni forma d’espressione sia rappresentata sulla scena. Con Vacis, regista de La Canzone di Nanda, oltre ad avvalerci della tecnologia abbiamo cominciato persino a non scindere più nettamente i pezzi recitati da quelli cantati, potrebbe essere la direzione futura dei miei lavori… Più che politico lo definirei se vuoi “civile”, sin dai tempi degli Estra il mio è sempre stato un chiamarsi dentro, un dichiararsi coinvolti in ogni forma di smarrimento odierno, da quello psichico-emotivo fino anche a quello politico. Chiaro che la televisione dovendo più che altro intrattenere non sia molto incline… Nonostante tutto, nonostante l’aria dei tempi, molte persone vengono però (direi di persona) fisicamente a teatro, e il teatro è ancora un luogo di verità, al contrario del piccolo schermo.
Tu hai abitato anche in campagna a Zero Branco, nei luoghi dove ha vissuto Comisso, lo scrittore al quale è dedicata questa edizione di Libriamo, un narratore di viaggi e di memoria, cosa pensi dell’evoluzione della provincia italiana, è in atto un immiserimento degli orizzonti?
Oh, i segni ci sono eccome, l’appiattimento avanza come un rullo compressore, ma se è per quello non è solo della provincia il problema. A Milano, dove vivo, la situazione non è poi così diversa (beh, almeno qui hai il senso della multiculturalità…). Del resto più la crisi d’idee e di prospettive si aggrava in modo evidente più c’è la possibilità che generi nuovi pensieri, nuova arte, e magari proprio la provincia potrebbe essere luogo privilegiato in questa sorta di reazione al vuoto. C’è un po’ ovunque quest’aria di attesa, io la sento, qualcosa deve cambiare, ma nessuno sa dire ancora come, in quale direzione.
Hai presentato a Bassano di recente “Intanto corro”, una raccolta di racconti che hai racchiuso in un libro edito da Garzanti, e a Vicenza a Libriamo, quindi ad un festival dedicato alla letteratura, hai chiuso il programma con un bellissimo omaggio appassionato a Comisso, qual è il tuo rapporto con la scrittura senza la musica, quella che richiede il silenzio?
Sembra una frase fatta, ma è proprio dal silenzio che nasce ogni prosa, e ogni musica. Ecco: fossimo capaci di fare silenzio e poi di ascoltarlo, di interrogarlo a fondo come si interroga un simbolo o un enigma, beh, un passo l’avremmo già compiuto. La mia scrittura ha bisogno di silenzi, di pause (teatrali?), non a caso è spesso una scrittura notturna, quando finalmente intorno si tace, come canto in una canzone che ho intitolato “Mentre la città si disfa”. È lì, nel buio e nel silenzio che spesso ritrovo la tenerezza, la compassione, un profondo senso di fratellanza con tutte le cose, con tutte le persone, con questa fragile avventura appassionante che è in fondo, per tutti, la vita.
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