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Laura Vicenzi

Laura Vicenzi
Giornalista
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Musica

All'AMA, brilla il sole nero dei Prodigy

Sabato 23 agosto, il parco di Villa Negri, a Romano d’Ezzelino, nel quarto giorno della rassegna ha ospitato l'unica data italiana dell'iconica band inglese

Pubblicato il 26 ago 2025
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Sabato 23 agosto, il quarto giorno dell’AMA Music Festival, ha portato sul palco di Villa Negri, a Romano d’Ezzelino, una serata da altre galassie, con ospiti protagonisti provenienti da contesti europei con vocazione interstellare.
Ad aprire è stato l’artista e cantautore Emma, poi ampio spazio alla musica scelta dalla dj-star siberiana Nina Kraviz, e di seguito da Samuel, il cantante dei Subsonica: una sorta di attesa di un rito collettivo, e poi niente pioggia, come erroneamente annunciato dai portali Meteo, ma è apparso il sole nero dei Prodigy.
Unica data italiana per The Prodigy, quella inserita nel festival diretto da Andrea Dal Mina.

The Prodigy all'AMA Music Festival 2025 (foto Giovanni Zonta)


Senza preamboli, luci potenti e laser hanno squarciato il buio, e la band, da lì per un’ora e mezza, non ha dato tregua agli “italian warriors”, gli intervenuti così ribattezzati. Un’attitudine che è rimasta selvaggia e feroce, quella della band inglese, le bandiere-insetto loro simbolo a sventolare piratesche e ammainate. Il gruppo ha una lunga storia da raccontare in musica, iniziata nell’Essex negli anni Novanta, al termine dei quali ha raggiunto un successo mondiale. I Prodigy sono diventati un’icona globale della musica elettronica e del movimento rave, come narra anche un film-concerto del 2011 diretto da Paul Dugdale, intitolato: The Prodigy: World's On Fire. A distanza di trent’anni dal decollo, la loro avventura è stata scossa da un trauma devastante, di quelli senza possibile risoluzione: Keith Flint, iconico frontman del gruppo, è morto suicida nel 2019.
Nessuno spazio per operazioni nostalgiche al concerto, solo un concentrato di potenza, rabbia e un caos selvaggio, pulsante. Testi-slogan urlati, in gran parte, imprecazioni furiose e sonorità da sabba, da rito voodoo praticato tra luci strobo da discoteca, come se non vi fosse un domani. Tutto con un tasso di contagio forte e una cifra di autenticità credibile – non accade così spesso di incontrarli.
Una band “edonistica”, non politica, è stata definita da loro stessi nel corso di un’intervista. Con il puro edonismo, per l’andare degli anni e degli eventi, si viene a patti, e nel loro sito dalla morte di Flint è dichiarato il pieno supporto del gruppo alla campagna di attenzione ai problemi della salute mentale.

Maxim, cantante dalla presenza scenica dirompente, in grande forma e ipercinetico, con al fianco algido, a far parlare l’elettronica, colui che è considerato la mente del gruppo, Liam Howlett, sono stati accompagnati nel live da Leo Crabtree alla batteria e Rob Holliday alla chitarra, quest’ultimo impegnato in passato anche nei concerti dal vivo di Marilyn Manson.
Un giro sulle montagne russe, con tanto di momenti di vertigine a pensare cosa deve essere stato l’ascolto dei dischi in simultanea con l’uscita, ovvero in immersione nel loro tempo. Eppure, una spinta propulsiva quasi spiazzante accompagna intatta questa musica, a testimonianza di quanto visionari siano, o si rivelino essere stati, certi progetti artistici dove il “recitato” è pochissimo, rispetto alla quota di vita che inglobano, lanciata a correre coi lupi.

Il programma ha portato le migliaia di persone arrivate da ogni parte d’Italia a lasciarsi travolgere dai pezzi dell’ultimo lavoro dei Prodigy, No Tourists (definito dallo stesso Liam da “evil rave”) e poi a ballare successi come Voodoo People, Breathe, Smack My Bitch Up, Poison, No Good, We live forewer.
Tra i brani datati 2018, oltre alla canzone che dà il titolo al disco e tra le altre è apparsa Light Up the Sky, con il cielo d’aperta campagna – sullo sfondo il colle dantesco e il Monte Grappa – davvero “illuminato a 10 000 gradi” dall’imponente apparato di luci, laser colorati e maxi schermi accesi, molto scenografici.
Con Firestarter, in un momento allo stesso tempo carico di adrenalina ed estremamene commovente, è comparsa sullo sfondo la sagoma inconfondibile di Flint, disegnata dai laser a colori infuocati.
A chiudere lo show tra gli applausi è stata Out of space, dall’album di debutto del 1992, “Experience”, con la sua straniante contaminazione reggae e la sua dolcissima, lisergica, promessa di un altrove.

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