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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 3 - n.15
Una recensione del nuovo libro di Marco Cavalli, dedicato a Denis Diderot e al secolo illuminato
Pubblicato il 28 apr 2024
Visto 6.366 volte
L’uomo dell’Enciclopedia (Neri Pozza 2024, 208 pagine, 18 euro) è il nuovo libro di Marco Cavalli, traduttore, docente, consulente editoriale e critico letterario vicentino che, tra le altre cose, ha donato diversi contributi alla nostra rubrica dedicata alla lettura.
Il romanzo, che ha avuto un’ottima accoglienza e che di recente è stato ospitato a “Fahrenheit”, su Rai Radio3, parla o meglio fa parlare Denis Diderot e insieme il secolo in cui visse, che per tramite della sua impresa mastodontica “il Filosofo” contribuì a raccontare.
Marco Cavalli
Colui che permette al lettore di intraprendere questo viaggio dagli scorci antelucani nella Francia dei Lumi è un umile cronista, un giovane reporter di stanza ad Annecy che nel 1784 si reca nelle campagne di Sèvres a caccia di uno scoop — così si direbbe oggi.
In realtà, ad aprire il libro (e a chiuderlo) è una lettera, in omaggio a quello che fu per il Settecento il genere di comunicazione e anche letterario più in voga: il racconto epistolare. Grazie alla terzogenita di Diderot, Madame Angélique Vandeul, il giornalista riuscirà ad avvicinare “il suo eroe”, la sua rockstar, un Diderot vecchio e malato ma ancora operoso e ciarliero. Invogliato dal giovane affascinato che un po’ gli somiglia, in termini di caparbietà e di audace spavalderia, Diderot ripercorre in un monologo, per accordo non incalzato da domande, gran parte della sua vita (l’uomo è nel titolo, non a caso al centro) e nel contempo narra genesi ed evoluzione dell’opera di cui fu il primo tra gli artefici, un’impresa “degna di Capaneo”, si dirà a un certo punto.
Partendo dall’uomo, e ricordando che il ritratto esce dalle pagine di un romanzo storico dichiaratamente un po’ teatrale, il personaggio Diderot ha dei tratti quasi sempre luminosi, mozartiani, allegri. Per avere notizie sul suo aspetto è necessario arrivare quasi a fine libro, ma non si sente la mancanza di un’inquadratura stretta, tanto è animato il mondo intorno.
Da giovane, è stato un lavoratore precario anche piuttosto svagato, prima precettore per forza, poi traduttore dall’inglese; un alloué, cioè un avventizio anche inconcludente, un po’ “strabico” (così si definisce per l’abitudine di guardare una cosa e avere già in mente di osservarne un'altra).
Diderot viveva alla giornata, da sempre un re del divagare, con un chiodo fisso in mente: era dannatamente felice di recuperare tempo e modo per poter leggere e studiare.
In tono, il suo rapporto con le donne, che è narrato insieme spensierato, curioso e pieno di disincanto: Madame Diderot, la prescelta, fu una moglie-rammendatrice dai tratti popolani occupata a guadagnare per tutti e due — intanto il marito faceva la corte alle attrici e dava il meglio di sé nei salotti parigini. Tante le figure celebri femminili citate: Diderot calpestò gli stessi tappeti di Madame de Pompadour, la favorita di Luigi XV e frequentò altre Madame salottiere divertenti e splendide, nella loro fredda gaiezza; tra le pagine si trovano giorni dedicati a una scatenata Madeleine Puisieux, definita un’engastrimita, ma fa la sua comparsa anche una tacitata Madame Volland, amica morta da poco all’epoca del racconto, a cui Diderot fa cenno con “toni” diversi, ma a occhi asciutti.
Le riflessioni contenute nel libro sulle donne sono forse i punti in cui il cronista (e anche l’autore del libro) “non ce l’hanno fatta a scomparire del tutto”, cosa di cui si sono scusati entrambi nella premessa — se non è così si tratterà di un caso curioso da archiviare sotto la voce: corrispondenze.
Riguardo agli uomini che racconta Diderot e da cui egli stesso è raccontato, sono molto importanti i simpatici coinquilini di soffitte parigine, alcuni dei quali saranno coinvolti nell’avventura dell’Enciclopedia; accanto, alcuni lavoratori anonimi dell’artigianato e dell’industria francese del Settecento, secolo affacciato alla nascita del capitalismo, osservati con passione dal Filosofo nel loro tran tran operaio. Successivamente, grazie al progetto dell’Enciclopedia, che annoverò oltre 160 collaboratori, Diderot avvicinerà i protagonisti della scena politica e culturale di Francia ed europea — nel libro si ricorda che il cantiere della grandiosa avventura culturale commerciale e politica di Diderot e d’Alembert fu la Cyclopaedia di Chambers.
Un cenno a parte merita il rapporto di Diderot con Jean-Jacques Rousseau — il secondo, in contraltare, interprete del personaggio più da tragedia. I due “passeggiarono” insieme per diverso tempo, ma a un certo punto uno sfilerà il braccio e imboccherà un bivio senza più tornare sui suoi passi (“le tenebre non mi sono mai piaciute”, è una frase che pronuncerà Diderot).
Cavalli colloca alla base di quello che in un secolo più vicino a noi sarebbe stato titolato “non è un monumento” un’accurata ricerca filologica e un ampissimo respiro letterario, che investe oltre alla figura di Diderot il vero protagonista del romanzo, ovvero il Settecento.
Il manifesto dell’operazione intrapresa dall’autore vicentino, che già introdusse una sorta di intervista impossibile all’interno di un libro dedicato ad Antonio Fogazzaro, è collocato in piena luce in uno dei primi capitoli: «Dovete sapere, mio giovane amico» spiega Diderot «che per me il fascino di una storia è la dimostrazione migliore della sua verità. Incongruenze e disarmonie ne incontrerete in ogni caso, qualunque sia il verso da cui prendete una storia. A volte i fatti si incastrano mirabilmente e non sono autentici; altre volte lo sono, e sono pessima arte. Non è detto che tutta la commedia debba essere di vostro gradimento».
La prosa adottata, ricca, musicale, fastosa, rappresenta un omaggio appassionato a quella che fu la civiltà della conversazione. Si avverte, all’interno dei 23 brevi capitoli, il lavoro di lima intrapreso pazientemente nelle varie stesure del romanzo, che si consegna nelle mani del lettore con una sagace levità.
Libri nel libro, fanno la loro comparsa tra gli altri Storia delle due Indie, dell’abate Raynal, I gioielli indiscreti (libro “filosofico” di un genere di quelli che anche oggi sono autorizzati a essere fuorilegge), Tristram Shandy, capolavoro di Sterne, e poi un passo dell’Iliade, il Tartufo di Molière; non ultimo, anzi, sempre tra le mani del cronista, il Giulio Cesare di Shakespeare (a far presagire l’avvento della Rivoluzione), testo le cui pagine sono pazientemente suddivise da tagli inferti con un coltello poco colpevole ma molto a tema. È presente tra le pagine una sorta di caso misterioso che invita a scoprire un “assassino”, di sicuro di un rapporto di fiducia, un uomo che ferì e fece sanguinare Diderot.
Un romanzo multiforme, enciclopedico a sua volta eppure pieno di una leggerezza che si ritrova rappresentata stilizzata in copertina (se fosse possibile), dove compare una tavola raffigurante nastri, sete e parrucche maschili incipriate arricciate a bigodino — già erano diventate divisa nel secolo di Diderot, emblemi di una frivolezza destinata a tramontare sotto crudeli falci di luna.
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