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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Libri a teatro: “È stato così”
A teatro Remondini Sabrina Impacciatore ha portato in scena con un monologo appassionato la storia di un non amore
Pubblicato il 04 apr 2012
Visto 3.240 volte
Ottanta minuti, indica il libretto in sala, è la durata dichiarata dello spettacolo senza intervallo. A Sabrina Impacciatore, che sostituisce in scena Alba Rohrwacher, ne bastano invece sessanta tanto il suo monologo è teso, pieno di angoscia e recitato quasi in apnea, senza respiro. L’intervallo non è concesso né alla narrazione né a chi popola il nero in sala, il pianto della donna-bambina che si lamenta di non essere amata, a tratti sapientemente meccanico, frignato, non ha alcun volto amico a cui essere rivolto: uomini e donne se ne distanziano in ugual misura, non vogliono con-patire, casomai appena pietire e con la partecipazione lontana che si dedica alle dichiarazioni fallimentari quando il fallimento è di altri. Il regista, Valerio Binasco, ha rappresentato in scena soprattutto l’isolamento, l’immobilità raccontata dal romanzo della Ginzburg: ha voluto sul palco solo la donna protagonista, la sua storia, e poi una sedia, lo sfondo di una tappezzeria stampata a fiori, a rappresentare forse i sogni lasciati indietro, qualche lampadina e un mazzo di rose abbandonato in terra, a evocare un amore calpestato. In realtà la storia raccontata dalla donna sul palco è quella di un non amore. È non amore quello che lei tesse attorno ad Alberto, la loro relazione segue da subito una traiettoria piatta, è una navigazione in acque inquinate dalla noia; è non amore quello che lui rivolge a lei, parlato con il solo linguaggio del letto mentre da sveglio si ostina a cercare un’altra donna, una vecchia fiamma che in fondo non ama abbastanza e che a sua volta non ama abbastanza lui; è non amore quello che fa mettere al mondo a quei due una bambina, un essere nuovo somma di addendi spaiati di cui lui si disinteressa da subito e che morirà restituendo alla mamma uno sguardo lontano, risentito, colmo di non affetto. La protagonista del libro da cui è tratto il testo teatrale – È stato così –, racconta più il delirio di un’ossessione e la deriva di una solitudine. La vita malsana della protagonista annaspa in uno stagno, una palude di non sentimenti che tira verso il fondo e da cui la donna esce come può, come sa, con uno slancio altrettanto malsano. Il misfatto è dichiarato già dall’inizio: «Gli ho detto: - Dimmi la verità - e ha detto: - Quale verità? - e disegnava in fretta qualcosa sul suo taccuino e m'ha mostrato cos'era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto. Gli ho sparato negli occhi». La confessione apre e torna a chiudere la narrazione che compie un cerchio attorno a due esseri incapaci, anche di essere indifferenti, a due umani nati in cattività. Caldi gli applausi in sala per l’attrice, per lo spettacolo.
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