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Alessandro Tich
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Special report
Mago Merlino
Glorie locali da riscoprire: nel trentennale di fondazione, l’associazione Amici di Merlin Cocai presenta al Monastero di Campese il libro “Folengo, il Dante padano” dedicato all’incredibile figura del monaco e poeta Teofilo Folengo
Pubblicato il 09-12-2023
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Monastero dell’Invenzione della Santa Croce a Campese.
Qui, nell’Anno Domini 1544, lasciava questa vita terrena Teofilo Folengo, nativo di Mantova, monaco benedettino e grande poeta macaronico, noto con lo pseudonimo di Merlino Coccajo, Merlin Cocai per gli amici.
Gli Amici di Merlin Cocai, per l’appunto: l’associazione presieduta da Otello Fabris che esattamente da 30 anni, essendo stata fondata nel 1993, promuove la conoscenza di questo incredibile personaggio attraverso studi, convegni, libri e pubblicazioni, iniziative e manifestazioni.
Foto Alessandro Tich
Per non parlare delle serate conviviali dedicate in tutti questi anni alle Doctrinae cosinandi viginti del Folengo: il singolare ricettario cinquecentesco tramandato dal poeta, ispiratore della storica rassegna gastronomica “A tavola con Merlin Cocai” che veniva proposta nei ristoranti del territorio in collaborazione con quello che un tempo si chiamava Gruppo Ristoratori Bassanesi.
In occasione del trentennale dell’associazione ci troviamo proprio qui nel Monastero di Campese. Anzi, come direbbe il mio collega e amico Gianni Celi, della Repubblica Indipendente di Campese. C’è anche lui tra i presenti all’evento di cui vi sto scrivendo e nell’occasione mi concede la temporanea permanenza sul suolo campesano anche se non sono munito di passaporto.
L’avvenimento che ci vede qui riuniti è la presentazione dell’ultima, corposa fatica di Otello Fabris & Friends: il libro di quasi 300 pagine “Folengo, il Dante padano”.
Un titolo apparentemente provocatorio che in realtà traccia degli interessanti paralleli tra la visione del mondo del Sommo Poeta e quella del monaco letterato, non ultimo il tema dell’Inferno che occupa il maggior spazio del suo capolavoro, il Baldus.
Ma è concepito in contraddittorio con le concezioni dantesche, legate ad una religiosità repressiva e medievale: in fondo all’Inferno del buon Merlin c’è un’enorme zucca vuota dove risiedono le peggiori canaglie che il mondo abbia creato, tra cui i poeti e gli scrittori.
E meno male che ai suoi tempi non c’erano ancora i giornalisti.
Per inquadrare con parole semplici - e non è una cosa semplice - la complessa figura di Teofilo Folengo, lo si potrebbe definire con un termine del nostro tempo: anticonformista. Osservante fino all’ultimo della Regola del suo ordine monastico, ma incredibilmente svincolato dalle regole del resto del mondo nel prendere di mira con sferzante satira e libertà di linguaggio i costumi e le ipocrisie della sua epoca, costumi e ipocrisie religiose comprese.
A lui si deve l’invenzione del latino macaronico, elevato a lingua letteraria: un inedito e straordinario miscuglio di latino classico e di dialetti padani del nord Italia.
Sotto le apparenze di un linguaggio rozzo e rusticano, frutto della sua profonda conoscenza della vita contadina del tempo, il poeta trattava così i più importanti problemi del suo tempo.
A chi non conosce i segreti della lingua di Cicerone e dei dialetti lombardo-veneti del ‘500, a prima vista i versi originali ovvero non tradotti del monaco Teofilo sembrano anticipare di quattro secoli il Grammelot di Dario Fo, miscuglio di parole vere e inventate che veniva utilizzato dai giullari medievali e dalle compagnie d’arte itineranti.
E non a caso, come osserva Otello Fabris nell’introduzione del libro, “gli attuali testi scolastici non sanno più chi sia Folengo, personaggio che al più si considera come un giullare della letteratura, ambiguo, incrostato di nullità che non danno giovamento alcuno alla formazione dei giovani”.
“Questa nostra edizione - spiega Fabris - ricorda i trent’anni di attività degli Amici di Merlin Cocai, impegnati ad arginare questa deriva culturale e a mantenere viva una delle voci più interessanti che ha attraversato fieramente mezzo millennio per giungere fino a noi per indicarci infine dove sta la dignità dell’uomo.”
Nella fresca atmosfera della Chiesa del Monastero di Campese, che consiglia saggiamente di rimanere in cappotto, il libro viene presentato dal curatore e coautore Otello Fabris assieme a tre degli altri sette autori - tutti studiosi folenghiani o per meglio dire folenghisti, facenti parte dell’associazione, tra cui docenti di Università d’Italia, Svizzera, Francia e Spagna - che hanno curato i contenuti del volume.
Dei relatori annunciati manca solo lo spagnolo José Miguel Domìnguez Leal, docente a Cadice, talmente legato a Merlin Cocai - come racconta Fabris - che per il suo viaggio di nozze si era recato a Campese a visitare il sepolcro del poeta assieme alla sua neo-moglie. Sicuramente - e qui rassicuro il mio collega e amico Gianni Celi, presidente della Repubblica Indipendente - i due sposi avevano il passaporto.
A salutare i presenti a nome dell’Unità Pastorale Medio Brenta, interviene il parroco don Massimo Valente. Sul fronte laico-amministrativo, invece, il saluto viene portato dalla consigliera comunale Giada Pontarollo, che prende la parola anche a nome dell’amministrazione comunale.
Non è questa la sede per entrare nel dettaglio delle interessanti rivelazioni sulla figura di Teofilo Folengo alias Merlino Coccajo, rese dai relatori al pubblico presente.
Va tuttavia spiegato che “Folengo, il Dante padano” è stato concepito come raccolta di studi “per i 500 anni della Toscolanense (1521 - 2021)”.
Giunti oramai a questo punto, mi rendo conto che non potete andare a dormire senza sapere che cos’è la Toscolanense.
Vi accontento subito: è la pregiatissima edizione del 1521 dell’Opus Macaronicorum (Opera Macaronica) del Folengo, stampata a Toscolano sul Garda, produzione-monstre di un’opera complessiva di 15.000 versi, “dunque - scrive nel libro Massimo Zaggia - più lunga della Divina Commedia, o dell’Eneide, o dell’Odissea.”
Peccato che non l’abbia letta Stanley Kubrick: magari si sarebbe ispirato per il film “2001: Macaroni nello Spazio”.
Siamo quasi in dirittura d’arrivo e, come scrivo spesso, il bello della mia professione è che ogni giorno ho l’occasione di imparare qualcosa.
E anche oggi, tra le altre cose, imparo che esiste un particolare linguaggio chiamato “facchinesco”. Il quale non è, come potrebbe pensare qualche nostro lettore affezionato ai miei articoli di politica cittadina, il modo di esprimersi in conferenza stampa a San Lazzaro dell’ex presidente del consiglio comunale Stefano Facchin.
Si tratta - come spiega il relatore Enea Pezzini, arrivato da Basilea - di un dialetto milanese, ma con una forte connotazione rustica, adottato nel ‘500 dalla singolare Accademia della Valle di Blenio, fondata dal pittore Giovanni Paolo Lomazzo e ispirata proprio alle contaminazioni macaroniche tra lingua e dialetto del Folengo con il suo “cannibalismo di generi e di temi”.
La coautrice Teresa Tonna ripercorre invece la storia di suo padre Giuseppe Tonna che intraprese la prima traduzione in italiano del Baldus, il monumentale poema folenghiano, su indicazione di Attilio Bertolucci.
Il brillante intervento di Massimo Zaggia, dell’Università di Bergamo, spiega invece ai non addetti ai lavori il valore del Baldus che definisce “un’opera-mondo”, poema onnicomprensivo di questo “uomo vissuto sottotraccia, di cui non ci è rimasto quasi nulla di autografo, libero di scrivere e di scrivere tanto”.
“L’obiettivo di questi studi - riassume Otello Fabris, riferendosi a Merlin Cocai - è quello di evidenziare l’interesse che l’Europa ebbe nei suoi confronti e qual è stata la sua posizione tra gli intellettuali d’Europa.”
Qualche nome? Erasmo da Rotterdam, Rabelais, Cervantes.
Et scuseme se est paucus (“E scusate se è poco”, in latino macaronico tichiano).
Al termine dell’incontro, proprio al prof. Zaggia spetta quest’anno l’onore di eseguire il tradizionale rito, voluto dagli Amici di Merlin Cocai, del coronamento del busto del Folengo all’interno della chiesa, con l’apposizione di una corona d’alloro sulla testa scolpita in marmo del monaco poeta.
Un omaggio doveroso a cotanta figura, ben conosciuta nell’Europa del suo tempo.
Proprio di fianco al tavolo dei relatori, campeggia una copia della pagina sul territorio vicentino del Teatro del Mondo (Anversa, 1570), il più grande atlante geografico stampato nel Rinascimento, con l’indicazione, poco più a nord di “Bassan”, di “Campese, ove e sepulto Merlino”.
È la consacrazione dell’antenato di Google Maps nei confronti di Teofilo Folengo: illusionista della sua vita solo apparentemente nascosta, indovino del malcostume del suo tempo, prestigiatore delle invenzioni linguistiche.
Mago Merlino.
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