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Anno Domini 2010: la Premiata Forneria Marconi di nuovo alle prese con la musica e le parole di De André de La Buona Novella, quarant'anni dopo la pubblicazione dell'album che li aveva visti, quasi per caso, turnisti in studio. Il risultato è un remake sostanzioso, con una coraggiosa mezzora aggiunta alle sezioni originali. Abbiamo raccolto le opinioni e i racconti dei tre superstiti della formazione storica, Franz Di Cioccio, Franco Mussida e Patrick Djivas, in una telefonata durante uno spostamento da una tappa all'altra del tour da tutto esaurito che li sta vedendo protagonisti in tutti i palasport italiani.
La genesi del progetto “Nella scaletta dello storico tour del '79”, comincia Mussida, “c'erano già due pezzi de La Buona Novella. Visto che ricorreva il quarantennale della pubblicazione dell'album, e visto che sono passati gli stessi anni dalla nascita della PFM, ci siamo chiesti: perché non rimetterci mano, a modo nostro? L'opera di Faber è concettuale, rigorosa, il cantare è quasi recitato, sembra una litania; e le canzoni sembrano subire un po' questo mondo ristretto. Noi abbiamo cercato così di dare spazio e significato all'elemento immaginativo, portando il concetto nei colori di oggi. Ecco allora che Laudate Hominem perde il coro mastodontico, barocco e diventa un rock pesante. Oppure prendi Il ritorno di Giuseppe: nel disco originale il suono del deserto era dato esclusivamente da un sitar, qui viene evocato da tutto l'arrangiamento. O ancora, L'infanzia di Maria diventa una tarantella contemporanea, in pieno stile PFM, e Ave Maria è raccontata con le atmosfere di una balera del mantovano... Insomma abbiamo voluto utilizzare il linguaggio musicale per creare stati d'animo immaginativi particolari, che donassero colori nuovi alla densità del messaggio e della poesia di Fabrizio”.
La PFM in un'istantanea di un loro live.
Il significato contemporaneo La Buona Novella vedeva la luce in un momento piuttosto particolare, all'indomani della contestazione studentesca e alle porte dei complessi anni settanta. De André sembrava quasi ricordare la fine che fece chi la rivoluzione la portò davvero. Oggi che senso si può dare a queste parole, con che spirito la PFM ripubblica queste canzoni? “Ognuno di noi tre”, spiega ancora il chitarrista, “ha un approccio alla vita diverso, per cui ti parlo per me. E io credo che oggi sia fondamentale far ragionare le giovani generazioni attorno a questa figura di Gesù in quanto rappresentante dell'umanità. Per Faber era e sarebbe ancora così. Per me Cristo è anche qualcosa di più, è divinità in terra. E lo stesso Fabrizio dovette sempre confrontarsi con questo: in Laudate Hominem c'è una sorta di costrizione all'umano, con tutti quei 'non voglio', 'non posso', 'non devo'...”
Un'operazione filologica Fatto abbastanza curioso è che, proprio in questi mesi, il figlio di Fabrizio, Cristiano, stia portando in giro per l'Italia le canzoni del padre. Come per la PFM, seppur con motivi e suggestioni diverse, pare esserci la volontà di farsi messaggeri dell'arte e della poesia di De André, per renderla immortale. Possibile un giorno vederli insieme? Il cantante e batterista della Premiata, che sul palco è ancora la stessa iena dei tempi d'oro, Franz Di Cioccio, è chiaro nel separare le due operazioni: “Cristiano nel '79 era un ragazzino, oggi si sta riappropriando di una figura, di un'eredità. È una questione di famiglia. La PFM è un'artista al pari di Fabrizio, una rock band in cui il collettivo fa si che ci sia una capacità espressiva molto ampia. All'epoca, per le registrazioni de La Buona Novella, fu il caso a farci incontrare, nella persona di Gian Piero Reverberi: eravamo due prodotti artistici con background culturali ben precisi, e alla fine noi abbiamo dato esclusivamente un suono all'idea di Fabrizio. Nel '78, l'anno del secondo incontro con De André, eravamo certo più consapevoli delle rispettive capacità, e siamo stati l'uno per l'altro fondamentali: con i nostri arrangiamenti, Faber divenne definitivamente popolare, appetibile (prendi la ballata de Il Pescatore, con noi tramutata in un inno di gioia da stadio). Con la sua sensibilità, noi imparammo a dare attenzione ai testi, alla dimensione introspettiva. E oggi, quello che facciamo è se vuoi quello che fece la Pivano con i poeti americani, è un'azione divulgativa nei confronti dell'opera di De André. E devo dire che il nostro ritorno sulle scene con le musiche e le parole di Faber ha stimolato molto, ha fatto nascere come funghi una valanga di operazioni simili. Con la differenza che la nostra, lungi dall'essere un'operazione nostalgia, è squisitamente filologica”.
Alla ricerca di stimoli Quarant'anni di carriera. Pochi possono vantare, in Italia e nel mondo, una carriera così lunga, così gloriosa e così variegata. La forza sta negli stimoli che si sanno trovare, ancora. E pare che la Premiata Forneria Marconi abbia saputo, nel corso degli anni, trovarne sempre di nuovi e originali. “E la risposta è nel libretto del disco”, spiega Di Cioccio, “dove spieghiamo che abbiamo volutamente cercato di addentrarci in un terreno sconosciuto. È una sfida, stupenda perché senza vincitori. È un'appassionata ricerca artistica che ci sta rendendo frizzanti. La Buona Novella passata per le nostre mani è un'opera apocrifa in tutto e per tutto: perché prima nascosta e poi riscoperta, e perché dichiaratamente rock. È stato come prendere in mano un'opera di Shakespeare, e farne una regia nuova. E con testi così, che parlano, anzi urlano della vita, ti assicuro che è stata una goduria”.
Oggi la dimensione della band sembra essersi persa in talent-show che sanno più di belle facce che di sudore e palco. Ma da qualche parte potrebbe esserci un erede o più dello spirito live della PFM: “mah, non sono uno di quelli per cui esiste il nuovo Battisti, o la nuova PFM”, ancora Franz, “la musica va avanti, con facce e suoni nuovi. Certo, bisogna vederne la durata: quando uno è esposto a critica e pubblico per più di un anno e rimane saldo, è già un buon segno. Noi siamo la storia che non indietreggia rispetto al nuovo che avanza, e che può seminare esperienza e voglia di divertirsi ancora”.
Patrick Djivas, elegante e virtuoso bassista della band, approfondisce l'opinione del compagno di avventure, a proposito degli stimoli che li fanno ancora salire su un palco nel 2010: “il fatto è che siamo musicisti puri, e ci consideriamo ancora tali. La PFM non è mai stata la fine del nostro percorso, ognuno ha sempre e comunque seguito la sua strada. Ecco il segreto: mai sentirsi appagati, ma costantemente in discussione. E poi aggiungi anche il fatto che diamo ancora oggi spazio all'improvvisazione, come possibilità artistica di rinnovarsi, di stimolarsi in continuazione. Per questo evitiamo dal vivo l'utilizzo di sequenze e computer: non per snobismo, io lo faccio spesso e volentieri in studio. Ma perché questo sul palco ti limita e noi vogliamo sentirci totalmente liberi. E infine, la cosa più importante: c'è profondo rispetto l'uno dell'altro. Per me, davvero, questi compagni di viaggio sono il meglio di quello che potrei trovare in Italia”.
Alfieri del progressive La PFM è stata una degli alfieri della stagione mitica del prog italiano, ancora oggi rievocato con pubblicazioni e nuove edizioni. E Djivas può considerarsi a ragione uno dei fondatori, avendo militato nei primissimi Area e essendo stato poi arruolato nelle fila della Premiata, con la quale conquistò l'America con un tour e un disco passati alla storia: “il prog qui in Italia era a tutti gli effetti una scena, non un genere. Né con gli Area, né con la PFM ho mai percepito la volontà di seguire un filone. Io mi ero letteralmente innamorato del jazz-rock che nasceva in quegli anni, e ho portato questo spirito, fatto di improvvisazione e di libertà creativa, in entrambe le band. E la PFM, soprattutto nel Live in USA credo, è la dimostrazione perfetta di struttura (come nel progressive di matrice europea) e l'improvvisazione (il jazz-rock di Miles Davis). Tutto questo è stato possibile, però, soltanto perché nella Premiata non è mai esistito un leader: io, Franz, Franco, ognuno ha sempre avuto lo spazio per portare e sviluppare le proprie idee e opinioni”.
Dietro le parole dei tre protagonisti, allora, la ricetta della longevità e della freschezza di una band come la PFM, capace di innovarsi e ricercare anche dopo cinquemila concerti in giro per il mondo.
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