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Ogni fedele della Chiesa cattolica, ma anche ogni non credente che abbia a cuore le sorti dell’umanità e ogni non cattolico che auspichi il dialogo tra le diverse confessioni, ha avuto il “suo” Papa Francesco.
Lo ha cioè vissuto a seconda della propria esperienza: chi per conoscenza diretta, chi per l’averlo visto in mezzo ai bagni di folla del suo pontificato, chi anche per un solo incontro che ha avuto l’onore di condividere con lui e chi semplicemente perché era il Papa che gli parlava, con quell’accento argentino così caratteristico e quella sua simpatia così naturale, in televisione.
Anch’io ho avuto il “mio” Papa Francesco e lo considero un regalo, un dono che mi ha permesso di avvicinarmi per pochi ma intensi minuti ad un uomo vestito di bianco, irresistibilmente cordiale e incredibilmente alla mano.
Foto Servizio Fotografico de L'Osservatore Romano - archivio Bassanonet
Mentre scrivo, nel giorno in cui Francesco è tornato alla casa del Padre, le testate giornalistiche di tutto il mondo stanno ovviamente scrivendo e parlando di lui.
Non è questa la sede per ripercorrere i tratti distintivi del suo papato e spetta ai vaticanisti e a chi ne sa molto, ma molto più di me presentare la sua figura di riformatore della Chiesa, di combattente per la pace e di portatore di profonda attenzione gesuita per i deboli e i bisognosi, con la quale la frase evangelica “Gli ultimi saranno i primi” si è trasformata in un concreto modo di fare.
Ma c’è un aspetto del suo pontificato, per evidenziare il quale non serve essere esperti o studiosi di cose vaticane: la sua primaria missione di incontro diretto con la gente, oltre alle ristrettezze di sicurezza e ai rigidi protocolli della Santa Sede.
E lo aveva fatto capire sin da subito.
Il 21 giugno 2013 ricorrevano i primi cento giorni del pontificato di Francesco.
E nel sontuoso cortile esterno della Casina Pio IV nella Città del Vaticano, quasi in antitesi con la sobrietà esercitata dal Pontefice argentino, si era tenuta una cena del Papa con i Rappresentanti Pontifici: 170 commensali, in gran parte nunzi apostolici provenienti da tutto il mondo, assieme a cardinali, vescovi, esponenti della Segreteria di Stato e capi e segretari di dicastero.
A quella cena dei vertici vaticani con Papa Bergoglio c’era anche il vostro umile cronista, nella veste insolita ed eccezionale di cameriere.
Ne avevo già scritto all’epoca, ma lo ricordo: il servizio di cucina e di sala per quell’evento conviviale di massimo livello era stato affidato al “cuoco del Papa” Sergio Dussin, titolare del ristorante Al Pioppeto di Romano d’Ezzelino e a quel tempo assiduo frequentatore già da una decina d’anni degli ambienti vaticani col suo servizio di catering.
E ogni giornalista al seguito del catering di Dussin nella Santa Sede non poteva restare con le mani in mano: da qui il mio incarico nella squadra del ristoratore bassanese, in tutto una quarantina di persone, coi piatti da servire sulle tavole degli alti prelati, compito assegnato anche ai miei colleghi giornalisti Alessandra Viero e Gianni Celi.
Il destino ha voluto che servissi il dessert, un semifreddo alla ciliegia Igp di Marostica con salsa di mandorla, proprio al tavolo del Papa. Su quel tavolo c’era anche un piatto di ciliegie di Marostica, che Francesco in persona ha preso in mano per offrirle agli altri commensali.
Un piccolo gesto, ma significativo di quello che sarebbe stato il grande Papa delle piccole cose: quelle semplici, dirette, refrattarie alle ritualità degli apparati, che traspirano di umanità e che vanno dritte al cuore della gente.
Sua Santità? Non solo: anche e soprattutto Sua Spontaneità.
Ma la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, della grande empatia di questo Pontefice è avvenuta alla fine della cena, quando tutti noi del servizio ristorazione di Sergio Dussin eravamo già fuori dalla Casina Pio IV, sulla attigua scalinata che scende alla Fontana della Peschiera, per la foto di gruppo col Santo Padre, a cura del servizio fotografico dell’Osservatore Romano.
Un gran bel daffare per il servizio d’ordine vaticano, ma anche in questo caso alla comparsa di Francesco ogni formalità protocollare si era sgretolata.
Il Sommo Pontefice ci ha salutato, ci ha ringraziato, ci ha stretto le mani: quello con Jorge Mario Bergoglio è stato un incontro ravvicinato di un paio di minuti, ma è sembrato durare un’eternità.
Tale era l’entusiasmo suscitato da quell’incontro che il servizio d’ordine ci aveva richiamato per posare finalmente per la foto.
Terminati i flash, il Papa si era accomiatato da noi con un altro grande sorriso, mentre Sergio Dussin gli consegnava una copia del libro fotografico “Veneto per sempre” del grande fotografo bassanese Cesare Gerolimetto.
Quindi Francesco scompariva nel buio dei Giardini Vaticani e l’intero apparato di sicurezza si dissolveva al suo seguito.
Ma avevamo avvertito l’impressione condivisa che senza tutto quel sistema cerimoniale che ne scandiva i tempi e i movimenti, Papa Francesco sarebbe stato ancora volentieri a chiacchierare un po’ con noi.
Questo, dunque, è stato il “mio” Papa Francesco.
Prima di lui, i Papi che si sono succeduti nel corso della mia vita sono stati Giovanni XXIII (ma ero troppo piccolo per ricordarmene), il rigoroso e per me fin troppo ieratico Paolo VI, il Papa di un mattino Giovanni Paolo I - ma che in soli 33 giorni aveva già cambiato stile al soglio di Pietro -, Giovanni Paolo II per il quale non trovo sufficienti aggettivi e il grande incompreso Benedetto XVI.
Dopo il lungo e travolgente pontificato di Karol Wojtyla non pensavo che anche un altro Papa potesse diventare una popstar, nel senso più nobile e più letterale del termine.
Papa Francesco ci è riuscito: abbassandosi verso gli ultimi, ci ha fatto sentire tutti primi.
“Pregate per me”, ci aveva detto in quell’indimenticabile incontro al termine della cena per i suoi primi cento giorni di pontificato.
Lo diceva sempre e lo diceva a tutti, quasi a voler sostituire il dogma dell’infallibilità papale con la consapevolezza della fragilità umana.
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