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Propaganda e disinformazione nella guerra in Ucraina tra i temi di un incontro al Museo Hemingway e della Grande Guerra, che ha spiegato anche il ruolo della Croce Rossa Internazionale in contesto bellico
Pubblicato il 25 lug 2022
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L’accostamento è ardito, come gli Arditi che il giovane Ernest Hemingway, volontario della Croce Rossa Americana, vide combattere sul Grappa negli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale.
Ma è comunque un parallelo interessante: riflettere sulla guerra russo-ucraina di oggi confrontandola con le dinamiche della guerra di oltre cento anni fa.
È la sfida lanciata dalla Fondazione Luca che al Museo Hemingway e della Grande Guerra a Villa Ca’ Erizzo Luca in città propone una serata dal tema insolito: “Hemingway e le guerre di oggi”.
Da sinistra: Giandomenico Cortese, Federica Lodato e il generale Roberto Bernardini (foto Alessandro Tich)
L’incontro si tiene in occasione della VIII° edizione del Premio Papa Hemingway, premio giornalistico promosso dall’Associazione Culturale Cinzia Vitale Onlus di Trieste e rivolto agli articoli di stampa che valorizzino il rapporto di “Papa” (come il Premio Nobel per la Letteratura venne soprannominato dall’amico Gerald Murphy) con i luoghi veneti che nutrirono la sua immaginazione di scrittore.
Per l’occasione convengono a Bassano due relatori - come si direbbe nel gergo della cronaca - bene informati sui fatti.
Il primo è il generale Roberto Bernardini, esperto di Geopolitica e Relazioni Internazionali, il cui curriculum vanta una serie di incarichi al massimo livello.
Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito in quiescenza, ha chiuso la carriera militare come Comandante di Vertice nel 2014. Si è occupato di attività in campo operativo e politico militare internazionale per la NATO e per l’Unione Europea. In varie riprese ed in diverse funzioni è stato coinvolto nelle missioni (Iraq, Afghanistan, Balcani).
Addetto per la Difesa con status diplomatico presso l’Ambasciata d’Italia a Rabat (Marocco 1998-2001), ha maturato una rilevante esperienza sul mondo islamico. È stato Consigliere Militare del Ministero Affari esteri al negoziato IGAD a Nairobi per la crisi del Sudan nel 2003. Nel 2006 per un anno a Priština, ai vertici della Forza NATO-KFOR, è stato inoltre impegnato nel processo di transizione verso l’indipendenza del Kosovo, gestito da Nazioni Unite (Missione UNMIK) e Unione Europea (Missione EULEX).
La seconda è Federica Lodato, istruttore di Diritto Internazionale e Umanitario della Croce Rossa Italiana, responsabile Comunicazione e Relazioni istituzionale della CRI e già
segretario del Comitato Regionale del Veneto della Croce Rossa Italiana.
A fare da trait d'union tra le tematiche affrontate è il giornalista Giandomenico Cortese, curatore del Museo Hemingway e della Grande Guerra.
Nell’introdurre l’incontro Giandomenico Cortese parte dallo spunto tematico che motiva il raffronto tra il conflitto di ieri e quello di oggi: la presenza del non ancora 19enne Ernest Hemingway, autista di ambulanze e volontario come altri suoi coetanei statunitensi per la American Red Cross, sul fronte veneto della Grande Guerra.
Vi arrivò nel maggio del 1918, direttamente dagli Stati Uniti. Assistette agli eventi bellici a Schio, sul Pasubio e a Fossalta di Piave dove venne gravemente ferito da una granata austriaca. Dopo la sua lunga degenza in ospedale a Milano a seguito delle ferite riportate sul Basso Piave, Hemingway giunse alla fine a Bassano, in quella Villa Ca’ Erizzo che fungeva da sede della Sezione Uno delle ambulanze della Croce Rossa Americana, base dei soccorsi ai feriti sul Grappa e sull’Altopiano di Asiago.
Cortese non solo ricorda lo scritto giovanile inedito La scomparsa di Pickles McCarty in cui il futuro celebrato romanziere narra - già a modo suo - il territorio di Bassano e del Veneto e le vicende degli Arditi sul fronte del Grappa, ma annuncia anche il recupero ad opera della Hemingway Foundation “dei primi testi dello scrittore, a partire da quelli scomparsi da una valigia di racconti scritti in Europa, con un inedito di poche pagine di un romanzo che Hemingway avrebbe voluto o potuto scrivere sugli Arditi”.
Il curatore del Museo storico di Villa Ca’ Erizzo Luca rivela inoltre come da ricerche compiute dalla Fondazione Luca sia emerso il personale contributo di Hemingway alla causa del soccorso e del conforto ai combattenti: aveva infatti inventato l’opportunità di caricare del cibo caldo sulle ambulanze dirette in Altopiano. Le ambulanze diventavano così delle cucine da campo e oltre a trasportare i feriti rifocillavano i soldati sul luogo di battaglia.
Cortese cita infine uno scritto di Eugenio Scalfari sul senso della vita e della morte e il libro di Lilli Gruber “La guerra dentro. Martha Gellhorn e il dovere della verità”, dedicato alla figura della terza moglie di Ernest Hemingway, morta suicida come lui, considerata la più grande corrispondente di guerra del Novecento. Una missione che la vide competere con l’illustre marito, anch’egli reporter di guerra. A Martha Gellhorn fu dedicata dall’autore la prima edizione di Per chi suona la campana, il capolavoro di Hemigway ambientato nella guerra civile in Spagna, dove lui la conobbe.
Negli anni come giornalista di guerra lei diventò più brava di lui, al punto da “bruciarne” le esclusive: tra le tante cose, fu la prima reporter donna a mettere piede sulle spiagge dello sbarco in Normandia e poi ad entrare a Dachau liberata dagli americani. Raccontando, di battaglia in battaglia, la responsabilità di un giornalismo in un tempo che più che mai ha bisogno di verità.
Ed è la verità, a quanto pare, la prima vittima delle guerre combattute.
Lo si evince dall’intervento del generale Roberto Bernardini, che puntando subito l’attenzione sulla guerra in corso in Ucraina fissa innanzitutto i paletti del discorso.
L’alto graduato afferma che sul conflitto “la complicazione delle relazioni internazionali oggi, molto più che in passato, non consente di fare alcuna previsione” e che “dopo quattro mesi siamo in una situazione di stallo e non c’è più molto da dire”.
“Si sta sviluppando l’obiettivo minimo di Putin che è il controllo del Donbass, delle due repubbliche filorusse e dell’accesso alla Crimea - continua -. È chiaro che l’aggressore è lui e che l’attacco di una potenza nucleare a una piccola potenza convenzionale è una palese violazione del diritto internazionale.” “Però - chiarisce il generale - l’aggressione è stata motivata da tre ordini di ragioni. Storiche, perché l’Ucraina è considerata il nucleo iniziale della Grande Madre Russia. Strategiche, perché Putin ha cavalcato il cavallo della presenza della NATO ai confini, mettendo in discussione la Russia come grande potenza. Economiche, perché l’Ucraina è un Paese ricco di risorse e il Donbass in particolare di carbone, fondamentale ai fini energetici.”
“In più - prosegue - si aggiunge la motivazione specifica dei russi del Donbass che hanno chiesto l’intervento. Non è la prima volta che qualcuno chiede di “venire a liberarci”. Lo hanno chiesto anche gli irredentisti di Trento, dell’Alto Adige e di Trieste. Anche l’Italia ha fatto la Prima Guerra Mondiale per la conquista del Tirolo, di Trento e di Trieste. Nella storia dell’umanità questo discorso si ripete.”
“Una nostra pecca come Occidente è avvenuta con la caduta del Muro e l’implosione dell’URSS - sottolinea l’esperto di Geopolitica -. Avremmo dovuto fare come per Napoleone col Congresso di Vienna. Serviva una seconda Conferenza di Jalta, per metterci d’accordo tra noi e loro.”
“In questa guerra in Ucraina hanno sbagliato tutti - rimarca Bernardini -. Hanno sbagliato i servizi segreti USA che pensavano che con le sanzioni ci sarebbe stato il putsch contro Putin e invece Putin ha aumentato il suo consenso in Russia all’88%. Hanno sbagliato i russi che pensavano a una guerra-lampo e invece si sono trovati un avversario che dal 2014 in poi è stato ben addestrato e equipaggiato dalla Gran Bretagna e dagli USA. Hanno sbagliato gli ucraini, che pensavano di vincere contro la Russia.”
“Adesso - continua - tutti i coinvolti sono stanchi. In Ucraina Zelensky ha cominciato con le prime epurazioni, Putin ha riaperto il gasdotto Nord Stream, le sanzioni sono state aggirate. Biden è andato a Canossa in Arabia Saudita per chiedere di aumentare la produzione di greggio per abbassarne il prezzo, dopo aver accusato il principe ereditario saudita Bin Salman per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.”
“Il Washington Post ha parlato di “erosione morale” e siamo alla Realpolitik di una volta, mentre la diplomazia sotterranea sta lavorando per arrivare a un cessate il fuoco - osserva l’esperto -. L’Ucraina di prima non ci sarà più e le conseguenze delle sanzioni economiche colpiscono più chi le ha volute rispetto a chi le ha ricevute. Questa guerra sta costando molto di più all’Europa che alla Russia stessa, che l’ha lanciata.”
Ed è a questo punto che il generale Bernardini, da buon militare, punta il mirino sul bersaglio principale: la comunicazione di guerra.
“La comunicazione è il vero elemento di novità - dichiara -. Le armi in conflitto e le dottrine messe in atto dalla Russia sono le stesse della Seconda Guerra Mondiale. La comunicazione di guerra ha invece aspetti nuovi: è la prima guerra social e per la prima volta la disinformazione strutturata dei governi viene assunta a vera e propria arma di comunicazione di massa.” “La disinformazione dell’una e dell’altra parte è diretta a tutto il mondo, incide sui media e dai media sull’azione dei governi - aggiunge -. Mentire in guerra è sempre stata una strategia: Churchill affermò che la verità in guerra è così importante che bisogna proteggerla con una cortina di bugie.”
“Nella Prima Guerra Mondiale vigeva la censura e la verità era solo una, precostituita - spiega il relatore - . Si irrideva al nemico e si mettevano in evidenza i successi. Hemingway al suo tempo aveva quindi a che fare con la censura, noi oggi invece con il mainstream unico. Nella guerra in Ucraina la propaganda e la disinformazione da entrambe le parti sono state estremamente efficaci, inquinando i dibattiti. Ci stiamo muovendo nell’insidioso campo minato digitale della campagna incrociata.”
“La propaganda - dichiara testualmente il generale - ha fatto in modo che in Europa e in Occidente è stata presa come “vera” la sola comunicazione che proveniva dall’Ucraina. All’Europarlamento l’eurodeputata ex leghista Francesca Donato ha chiesto di fare accertamenti indipendenti sulle responsabilità del massacro di Bucha ed è stata zittita da chi ha sostenuto che la colpa è solo da un parte.” “Stabilire le reali responsabilità di un massacro senza avere le effettive prove sul campo è molto difficile, come ho potuto constatare nei Balcani - continua -. Per il mainstream non si può aprire bocca su altre interpretazioni dei fatti. L’informazione-disinformazione sull’Ucraina è diventata il nostro postulato.”
“Dai tempi di Hemingway la guerra non è cambiata, nei mezzi e nelle durate - sostiene l’esperto -. È molto cambiata invece la comunicazione, arma di distruzione di massa molto
più significativa di missili, cannoni, aerei e bombe.”
“È un lato oscuro in grado di manipolare le convinzioni degli Stati e dei cittadini - conclude il generale Roberto Bernardini -. Il senso unico del mainstream produce scambi di opinioni più violenti ed aggressivi e un lavaggio dei cervelli, assoggettandoli al pensiero unico per destabilizzare lo spirito democratico delle masse.”
Alla dottoressa Federica Lodato della Croce Rossa Italiana spetta quindi l’ingrato compito di riportare la serata su un binario più pacatamente informativo, dopo l’esplosivo e a suo modo clamoroso intervento del generale.
La relatrice spiega che la Croce Rossa è nata su iniziativa del commerciante svizzero Henry Dunant, testimone oculare suo malgrado dell’ecatombe della battaglia di Solferino, combattuta il 24 giugno 1859 tra Francesi e Austriaci, che lasciò sul campo migliaia di morti “anche di sete” e che “fu peggio di Waterloo”. Dunant collaborò con la popolazione locale per prestare soccorso alla marea di feriti e per dissetarli.
Da qui la scintilla che lo portò a ideare l’utilizzo “di forze ausiliarie neutrali” per i soccorsi in guerra, futuro Comitato Internazionale della Croce Rossa, e che produsse negli anni le varie Convenzioni di Ginevra sulla tutela e protezione dei militari feriti, delle organizzazioni di soccorso, dei prigionieri di guerra e della popolazione civile che si trova in territorio bellico.
“Il principio cardine della Croce Rossa è quello dell’umanità - riferisce la rappresentante CRI -. In Ucraina la popolazione civile non doveva essere colpita e anche gli attacchi alle strutture sanitarie rappresentano violazioni al Diritto Internazionale Umanitario.”
“I volontari della Croce Rossa Internazionale hanno il diritto di visita di tutti i prigionieri di guerra di ciascuna parte belligerante e di verifica del rispetto della popolazione civile inerme, che non prenda cioè le armi in mano. La Croce Rossa condanna chi usa la violenza ma non rilascerà mai dichiarazioni o prese di posizione su chi sono i buoni e chi sono i cattivi.”
“La Croce Rossa Internazionale - continua - fa applicare il Diritto Internazionale Umanitario e nell’attuale guerra in corso ne verifica il rispetto in Ucraina ma anche in Russia. Il fondamento della sua azione è l’imparzialità in teatro di guerra.”
“Hemingway è stato colpito e ferito in Veneto come volontario della Croce Rossa, chi lo ha colpito ha commesso un crimine - prosegue Federica Lodato -. Ci sono violazioni contro le nostre ambulanze che trasportano militari feriti oltre le linee nemiche, ma non finiscono sui giornali.” “In Iraq - rivela - la Croce Rossa ha controllato le condizioni di Saddam Hussein mentre si trovava nel suo stato di prigionia prima della sua esecuzione. La stampa internazionale avrebbe fatto carte false per avere notizie ma da noi non le ha mai ricevute.”
“In contesto di guerra - conclude Federica Lodato - la Croce Rossa Internazionale fa migliaia di visite, ma non diffonde alcuna comunicazione. Attualmente sta visitando i prigionieri russi in Ucraina e i prigionieri ucraini deportati in Russia. La Croce Rossa non perde parte al conflitto, non valuta, non giudica.”
Ma guarda un po’: pensavo di trascorrere una serata abbastanza disimpegnata al Museo Hemingway e della Grande Guerra sul lungobrenta di Bassano e mi ritrovo invece con il blocchetto pieno di appunti su informazioni interessanti e su argomenti simil tabù - come il sistema della propaganda e della disinformazione strutturata nella guerra in Ucraina - che inducono, comunque la si pensi, ad una sana riflessione.
E non essendo io un giornalista mainstream - giammai fosse, egregi lettori - non ho certamente problemi a riferirli pubblicamente.
Esco da Villa Ca’ Erizzo Luca, che ospitò il giovane Ernest Hemingway autista di ambulanze della American Red Cross nella sua più forte ed intensa esperienza formativa da futuro scrittore, rimuginando nella mia testa proprio le argomentazioni esposte sulla mistificazione delle notizie “ufficiali” provenienti dai terreni di guerra.
Una questione spinosa davvero, che in quanto al rischio di fake news o di news reali ma artefatte ispira un titolo alla Hemigway: Per chi suona la panzana.
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