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Il Ponte di Ivo
Dal bellissimo racconto breve I ponti del Premio Nobel per la Letteratura Ivo Andrić, suggestioni e significati universali che ben si attagliano allo spirito del nostro Ponte di Bassano
Pubblicato il 11 set 2021
Visto 10.336 volte
In questo weekend di fine estate, voglio prendermi e voglio proporvi una pausa dalle solite notizie di attualità e politica che animano il canale news di questo portale. A dire il vero, non è che in questo periodo il vostro umile cronista abbia tanto di interessante da scrivere, ma è anche vero che, scavando e cercando, qualche notizia condita di pepe la si trova sempre.
Ma questa volta applico la sospensione del giudizio sui fatti quotidiani dell’attualità locale con la dichiarata volontà di salire, almeno temporaneamente, più in alto.
Questo mio impulso “liberatorio” nasce dalla circostanza che l’amministrazione comunale di Bassano, in vista dell’inaugurazione ufficiale del prossimo 3 ottobre del Ponte restaurato, ha promosso una campagna di testimonianze video chiedendo a una trentina di personaggi della nostra città di raccontare il “proprio” Ponte di Bassano.
Foto Alessandro Tich
I video fanno parte di una playlist, pubblicata nel canali social del Comune, intitolata “Un Ponte - Tante storie”. Tra i testimonial invitati a parlare davanti a una telecamera del loro rapporto col Monumento ci sono anch’io e da qualche giorno il mio video è online sulle pagine Facebook e Instagram del Comune. Nel mio intervento, tra le altre cose, ho citato il passo iniziale del racconto breve I ponti di Ivo Andrić, il grande scrittore bosniaco a cui nel 1961, quando c’era ancora la Jugoslavia, fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Inserire nel mio discorso alcune righe di questo insigne autore dedicate al tema dei ponti è stato per me un aggancio naturale a ciò che provo nei confronti del Grande Vecchio. Già da tempi non sospetti, infatti, questo breve racconto è uno dei brani di letteratura che maggiormente amo rileggere, per le suggestioni e i significati universali che esprime nei riguardi di questi manufatti dell’uomo concepiti e costruiti per unire due opposte sponde.
E non a caso, il romanzo più famoso di Andrić si intitola Il ponte sulla Drina: un grande e struggente affresco della società multietnica della Bosnia attraverso i secoli, area di confine e di incontro tra le due sponde opposte dell’Impero ottomano e dell’Europa e quindi tra la cultura orientale e la religione musulmana e la cultura occidentale e la religione cristiana.
Quando ho registrato l’intervento video era lo scorso 6 maggio. Non sapevo ancora, quindi, che nel mese di luglio il sindaco Pavan avrebbe annunciato l’atto di gemellaggio - che sarà firmato il prossimo 30 settembre - tra il Ponte di Bassano e il Ponte di Mostar, meraviglia UNESCO della Bosnia-Erzegovina, la terra di Ivo Andrić. Una coincidenza: anche se cito spesso quel mio carissimo amico secondo il quale, portandomi progressivamente ad esserne convinto anch’io, nulla avviene mai per caso.
E dunque non è per caso, ma per deliberato desiderio che di seguito riporto l’intero racconto che accompagna la mia personale visione del Ponte Vecchio di Bassano.
Non è lungo e si fa leggere tutto d’un fiato, come si fanno leggere i grandi scrittori. Ciascuno, leggendo il testo che segue, potrà a sua volta collegarne i pensieri espressi alla propria personale interpretazione dello spirito identitario del nostro Monumento Nazionale.
Perché ogni ponte ha il suo senso di esistere nella storia e nel sentimento collettivo e quello di Bassano non fa eccezione, se è vero che, come scrive Andrić, i ponti “diventano tutti uno solo e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto in cui l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue concezioni, il suo gusto e le condizioni circostanti”.
Buona lettura.
I ponti
di Ivo Andrić
(da Racconti di Bosnia, 1963)
Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio.
I grandi ponti di pietra, grigi ed erosi dal vento e dalle piogge, spesso sgretolati nei loro angoli acuminati, testimoni delle epoche passate, in cui si viveva, si pensava e si costruiva in modo differente: nelle loro giunture e nelle loro invisibili fessure cresce l’erba sottile e gli uccelli fanno il nido.
I sottili ponti di ferro, tesi come filo da una sponda all’altra, che vibrano ed echeggiano con ogni treno che li percorre, come se aspettassero ancora la loro forma e perfezione finale. La bellezza delle loro linee si svelerà del tutto solo agli occhi dei nostri nipoti.
I ponti di legno all’entrata delle cittadine bosniache le cui travi traballano e risuonano sotto gli zoccoli dei cavalli, come le lamine di uno xilofono. E infine, quei minuscoli ponti sulle montagne, spesso solo un unico grande tronco ovale, massimo due, inchiodati uno accanto all’altro, gettati sopra qualche ruscello montano che senza di loro sarebbe invalicabile. Due volte all’anno il torrente impetuoso ingrossandosi li trascina via e i contadini, con l’ostinazione cieca delle formiche, tagliano e segano e ne rimettono nuovi. Per questo, vicino ai ruscelli di montagna, nelle anse fra le pietre dilavate, spesso si vedono questi "ponti" precedenti: stanno lì abbandonati a marcire insieme all’altra legna arrivata per caso. Ma questi tronchi di alberi lavorati, condannati a bruciare o a marcire, si differenziano comunque dal resto e ricordano sempre l’obiettivo per il quale sono serviti.
Diventano tutti uno solo e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto in cui l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue concezioni, il suo gusto e le condizioni circostanti.
Quando penso ai ponti, mi vengono in mente non quelli che ho traversato più spesso, ma quelli su cui mi sono soffermato più a lungo, che hanno attirato la mia attenzione e fatto spiccare il volo alla mia fantasia.
I ponti di Sarajevo, prima di tutto. Sul fiume Miljacka, il cui letto è una sorta di sua spina dorsale, rappresentano vertebre di pietra. Li vedo e li posso contare uno a uno. Conosco le loro arcate, ricordo i loro parapetti. Fra di loro ce n’è anche uno che porta il nome fatale di un ragazzo, un ponte minuscolo ma eterno che sembra ritiratosi in se stesso, una piccola e accogliente fortezza che non conosce né resa né tradimento.
Poi i ponti visti nei viaggi, di notte, dai finestrini dei treni, sottili e bianchi come fantasmi. I ponti di pietra in Spagna, ricoperti dall’edera e come impensieriti della propria immagine riflessa nell’acqua scura. I ponti di legno in Svizzera, ricoperti da un tetto che li difende dalle abbondanti nevicate, assomigliano a lunghi silos e sono ornati all’interno da immagini di santi o di avvenimenti miracolosi come fossero cappelle. I ponti fantastici della Turchia, poggiati lì per caso, custoditi e protetti dal destino. I ponti di Roma, dell’Italia meridionale, fatti di pietra candida, da cui il tempo ha preso tutto quello che ha potuto e accanto ai quali da cent’anni ne vengono costruiti di nuovi, ma che restano come sentinelle ossificate.
Così, ovunque nel mondo, in qualsiasi posto il mio pensiero vada e si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi…
Così anche nei sogni e nel libero gioco della fantasia, ascoltando la musica più bella e più amara che abbia mai sentito, mi appare all’improvviso davanti il ponte di pietra tagliato a metà, mentre le parti spezzate dell’arco interrotto dolorosamente si protendono l’una verso l’altra e con un ultimo sforzo fanno vedere l’unica linea possibile dell’arcata scomparsa. È la fedeltà e l’estrema ostinazione della bellezza, che permette accanto a sé un’unica possibilità: la non esistenza.
E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime - pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri - tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.
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