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#ilcommerciosiferma
Chiusa la gran parte delle attività commerciali in centro storico a Bassano. Dagli avvisi di chiusura sulle vetrine, l'espressione dei pensieri e delle preoccupazioni del momento
Pubblicato il 11 mar 2020
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Altro che #ilcommerciononsiferma. Dopo l'ultimo Decreto del Presidente del Consiglio di Ministri, lo slogan delle locandine della Confcommercio di Bassano del Grappa che erano affisse sulle vetrine dei negozi del centro storico è diventato carta straccia.
Erano ancora i giorni in cui si poteva circolare liberamente, con tutte le giuste precauzioni del caso, e il manifestino dell'associazione di categoria invitava la gente a fare varie cose tra le quali, ad esempio, “approfittare degli ultimi saldi”, “mangiare un boccone in centro”, “un po' di esercizio in palestra”, “una cenetta romantica con la mia metà”, “una passeggiata e un gelato prima di tornare a casa”, eccetera. Niente di tutto ciò è più possibile.
Game Over, almeno fino al prossimo 3 aprile, salvo altri DPCM in arrivo. E così, a parte qualche sporadica eccezione, quella locandina è sparita dalla circolazione e al suo posto sono stati esposti altri avvisi. Di chiusura. Fino al 3 o al 5 aprile (“salvo ulteriori disposizioni”) oppure, nella maggioranza dei casi, “fino a data da destinarsi”.
Foto Alessandro Tich
Il commercio bassanese, messo di fronte alla desertificazione della città imposta per Decreto, ha deciso di abbassare le saracinesche. Anche se, ad esempio, anche oggi il parcheggio dell'Iper Tosano a Cassola era pieno di automobili. Ma le contraddizioni di questo nostro Paese non possono non venir fuori anche in questa eccezionale occasione. L'ultimo DPCM del 9 marzo che ha esteso in tutta Italia le restrizioni di circolazione già contenute nel DPCM dell'8 marzo per la Lombardia e altre 14 province, dal punto di vista delle attività del commercio prescrive principalmente tre cose.
La prima è che le attività di ristorazione e bar sono consentite dalle ore 6 alle ore 18, con obbligo a carico del gestore di predisporre le condizioni per garantire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, con la sanzione della sospensione dell'attività in caso di violazione. La seconda è che sono consentite le altre attività commerciali, a condizione che il gestore garantisca un accesso con modalità contingentate o comunque idonee a evitare assembramenti di persone.
La terza è che nelle giornate festive e prefestive sono chiuse le medie e grandi strutture di vendita, nonché i negozi presenti all'interno dei centri commerciali. Sono ovviamente escluse da questi obblighi le farmacie, parafarmacie e i punti vendita di generi alimentari, i cui gestori devono comunque garantire il rispetto della distanza minima di sicurezza tra le persone di almeno un metro. Ma è pacifico che se l'intero Decreto è strutturato in modo tale da costringere le persone per esigenze di prevenzione a starsene a casa, salvo le note eccezioni, anche se tieni aperto il negozio è assai improbabile che qualcuno ci metta piede. E così, mentre ieri diversi esercizi commerciali del centro di Bassano erano ancora rimasti stoicamente aperti, oggi la maggior parte ha chiuso baracca e burattini.
Si tratta soprattutto di punti vendita di articoli non di prima necessità (abbigliamento, profumerie, pelletteria, casalinghi eccetera), tuttavia si sono abbassate le serrande anche di qualche negozio di gastronomia e alimentari. Anche diversi pubblici esercizi (bar e ristoranti) che potrebbero esercitare fino alle 18, sono sprangati a prescindere.
Ci sono tuttavia anche alcuni negozi aperti, a ingresso contingentato: ma in realtà c'è ben poco da contingentare perché all'interno, oltre al personale, non c'è - inevitabilmente - anima viva.
All'ingresso di ogni negozio o esercizio chiuso c'è un cartello che informa il pubblico della chiusura. Ma diversamente dalla locandina della Confcommercio, che era uguale per tutti, ogni avviso è differente dall'altro. L'espressione personalizzata dei pensieri e delle preoccupazioni del momento. Ad esempio al ristorante birraria (con la “a”) “Ottone” è esposto un foglio con la scritta: “Gentili clienti, per garantire il servizio del nostro bene comune: LA SALUTE, rispettando l'emergenza sanitaria, il locale resterà chiuso fino a data da definirsi”. In via Roma il punto vendita ANDcamicie gioca sul proprio nome: “Valutando la difficile situazione ANDcamicie ha deciso di chiudere il negozio per senso civico e per il bene di tutti. ANDrà tutto bene!!!”. I due negozi FocusHome, sulla stessa via, avvisano della sospensione dell'attività e aggiungono: “Ci scusiamo per il disagio e speriamo di poter tornare al più presto alla vita normale”. A pochi passi di distanza, sulla porta del negozio di bigliotteria “Gioie”, oltre alla comunicazione di chiusura c'è scritto: “Preserviamo la nostra salute e quella di chi ci circonda. Tutti insieme ce la faremo.” Da “Mazzonetto” in via da Ponte, ma anche da “Calzedonia” e da “Intimissimi” in via Roma, si motiva la serrata con l'esigenza di “contribuire allo sforzo collettivo per il contenimento del contagio”.
Il negozio di abbigliamento e calzature “Hobb's”, nei due punti vendita di via Matteotti e via Vittorelli, informa: “Cerchiamo anche noi nel nostro piccolo di salvaguardare la salute dei nostri clienti, di chi lavora con noi e delle loro famiglie”. “Sono chiusa fino a quando... Purtroppo sapete il perché!”, scrive invece Anna, titolare della omonima pelletteria in vicolo Bonamigo. “È con grande rammarico - è l'avviso della “Strana Bottega” in via Vittorelli - che riteniamo giusto, per onestà, senso civico e per uniformarci a chi tiene al bene dell'Italia, sospendere la consueta attività lavorativa fino al verificarsi di una decisa controtendenza.” Più drastico il messaggio del punto vendita “Non Solo Cachemire” in via Roma: “Nel rispetto del drammatico periodo che stiamo attraversando il negozio rimarrà momentaneamente chiuso, per tutelare la vostra e la nostra salute”.
E così via. Di cartelli così ne potrei citare molti altri ancora, ma penso che possa bastare.
I commercianti più organizzati invitano a considerare l'opportunità di fare acquisti online, laddove il marchio del loro negozio sia provvisto di un servizio e-commerce, altri lasciano recapiti telefonici o email per eventuali “urgenze”. Tra un cartello e l'altro spuntano anche degli hasthag del tipo: #fermiamoloinsieme, #tuttoandràbene e l'ormai virale #iorestoacasa. Chi proprio non ha avuto qualcosa di personalizzato da comunicare alla clientela, ha appeso un avviso con la scritta “Chiuso per ferie”. Ma c'è anche chi ha chiuso e basta, senza scrivere alcunché. Tanto si capisce.
Sono le scritte e le immagini che rappresentano perfettamente il momento che stiamo attraversando. Questo cacchio di virus sta cambiando le nostre abitudini e tuttavia ci consente anche - se ne abbiamo la lucidità - di riflettere, soprattutto nel pensare a cosa cambierà (se mai cambierà) nella nostra vita in comune quando questa emergenza finirà. Nel frattempo siamo ancora sotto il pressante torchio delle comunicazioni dei sindaci sul primo contagiato del loro Comune (oggi è il turno di Mussolente, come comunicato dal sindaco Cristiano Montagner, con un caso positivo “sotto controllo”, al punto da “non aver richiesto il ricovero ospedaliero” e da essere “attualmente tenuto sotto osservazione nella sua abitazione”) e, in senso più ampio, dei bollettini ufficiali del Dipartimento nazionale della Protezione Civile che aggiornano quotidianamente il vertiginoso pallottoliere del contagio. E visto che siamo in tema, ve ne riferisco in questa sede: in Italia (dato aggiornato alle 18 di oggi) ci sono 10.590 positivi (di cui 940 in Veneto), 12.462 casi totali, 1045 persone guarite, 827 deceduti (questo numero, però, potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso).
Anch'io, sul Coronavirus, ho ceduto per una volta - e solo per questa volta - alla tentazione di fare come la gran parte dei media italiani: dare i numeri, e basta.
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