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Che il peso politico della città di Bassano nei confronti del governo centrale sia pari a quello di un pesciolino rosso di fronte a Moby Dick lo si sapeva già da tempo.
Lo stesso dicasi per la Regione Veneto, incapace di farsi ascoltare e di imporre la proprie ragioni quando a Roma comanda un colore diverso.
La conferma definitiva, se mai ne avessimo avuto bisogno, è arrivata con l'esito - ampiamente previsto e ampiamente annunciato - della logorante vicenda del Tribunale di Bassano del Grappa che da ieri, sabato 13 settembre 2014, è ufficialmente un dead man walking: un condannato a morte che sta andando all'esecuzione, prevista fra quattro anni e mezzo al termine della deroga concessa da Roma per lo smaltimento delle cause civili arretrate, comunque in carico al Tribunale accorpante di Vicenza.
Foto: archivio Bassanonet
Da ieri è scaduta la legge delega al governo in materia di riforma della geografia giudiziaria, e in quanto agli auspicati decreti correttivi per il ripristino dell'ottavo Tribunale del Veneto, riveduto e corretto in Tribunale dell'Area Pedemontana, non se ne parla più.
E' vero che una “ulteriore revisione della geografia giudiziaria”, con la teorica possibilità di clamorosi recuperi, é inserita nella parte ancora non approvata del testo della riforma della Giustizia attualmente in cantiere col governo Renzi.
Ma è altrettanto vero che la questione rischia di trascinarsi alle calende greche: non è ancora chiaro se il governo potrà tornare a rimescolare la geografia delle sedi giudiziarie a colpi di decreti, da convertire successivamente in leggi, o se servirà una nuova legge delega del parlamento.
E siccome il punto 11 della nuova riforma della Giustizia prevede non solo l'eventuale ripristino di presìdi giudiziari “non adeguatamente considerati dall'originaria legge delega” ma anche la soppressione di alcune Corti di appello e di Tribunali sedi di capoluogo di provincia, ecco che da vari punti dello Stivale in odore di “taglio” si sono già levate le proteste.
La qual cosa, in parlamento, farà riemergere l'immortale politica dei mille campanili, rendendo l'accordo sul “cosa tagliare e cosa ripristinare” praticamente una mission impossible. Un ribollente calderone nel quale la ex sede giudiziaria bassanese si trova ora a sguazzare nella flebile speranza che qualcuno, in futuro, si ricordi di lei.
L'onorevole Andrea Orlando - eletto l'anno scorso in parlamento col Partito Democratico prima di diventare ministro nei governi Letta e Renzi - aveva lanciato un messaggio di “apertura” sul destino del Tribunale di Bassano, nei cui confronti, come ministro della Giustizia, aveva assicurato “attenzione”.
Quasi un atto dovuto, visto che il programma elettorale del PD per le politiche 2013, alla voce “Giustizia”, aveva posto tra i suoi punti cardine il ripristino dei “Sei Tribunali da salvare”, tra cui Bassano, inopportunamente soppressi dalla riforma. E uno dei quali - ovvero il Tribunale di Chiavari - rientra persino nel collegio elettorale del ligure Orlando.
Il quale, se fosse almeno rimasto zitto e irremovibile come le due lady di ferro che lo hanno preceduto alla guida del dicastero di via Arenula, Paola Severino e Annamaria Cancellieri, avrebbe fatto più bella figura. E invece questo è stato il risultato di cotanta dichiarata “attenzione”: quello di rimanere, in riva al Brenta, cornuti e mazziati.
In più l'attuale ministro della Giustizia non ha mai affrontato l'argomento di sua sponte, ma solo se e quando tirato per la giacca sulla questione.
E' accaduto lo scorso agosto ad un incontro con una delegazione parlamentare della Lega Nord, a margine del quale la senatrice leghista Erika Stefani aveva lanciato all'esponente di governo un definitivo appello per la riapertura del Tribunale di Bassano, a fronte dei disastrosi effetti dell'accorpamento giudiziario a Vicenza. Quasi un “colpaccio” (anche se inutile, visto il risultato) da parte della senatrice di Trissino, dal momento che in tutti questi mesi il ministro si è reso praticamente inavvicinabile. Anche ai “suoi” del Partito Democratico: vedansi gli infruttuosi tentativi della senatrice bassanese Rosanna Filippin di ottenere col ministro un incontro istituzionale per perorare la causa bassanese.
Ora la Filippin dichiara che “Orlando ha sbagliato” e che “tutto il governo si è rivelato miope e sordo”, ma la parlamentare democratica - proprio perché esponente di una forza politica di maggioranza e di governo - non può nascondere il fatto, giocando politicamente in casa, di non essere stata in grado di rappresentare il suo territorio in maniera efficace.
Men che meno si è rivelata efficace l'azione della Lega Nord, il partito che più di tutti si è speso a favore del Tribunale di Bassano, a partire dal governatore del Veneto Luca Zaia, forse per compensare il peccato originale di avere approvato in parlamento nel 2011, con tutta la coalizione del governo Berlusconi IV, la legge delega al governo per “la riduzione degli uffici giudiziari di primo grado sul territorio” ferma restando “la necessità di garantire la permanenza del tribunale ordinario nei circondari di comuni capoluogo di provincia”. Una delega che dopo due mesi il successivo governo Monti, decretando l'inizio della fine per il nostro Tribunale, si è ritrovato sul groppone e ha applicato alla lettera.
Ebbene, l'azione politica sul destino del Tribunale di Bassano del Grappa è stata contraddistinta da una sterilità bipartisan: né le inutili pressioni “amiche” dal fronte locale del PD - che in quanto partito di maggioranza ha anche il maggior carico di responsabilità - né le continue e altrettanto improduttive rimostranze del Carroccio sono riuscite a smuovere una foglia, andando a cozzare contro una ragion di Stato che non guarda in faccia a nessuno.
Pesciolini rossi o verdi, a seconda della collocazione politica, che aggiunti ai non pervenuti pesciolini azzurri (avete mai sentito il PdL o l'attuale Forza Italia pronunciarsi sulla questione?) sono stati incapaci di far cambiare rotta alla Balena Bianca del governo centrale. Tutti costretti - caso, questo, forse più unico che raro in Italia - a salire sul carro dei perdenti.
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