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Los In Mind
Sergio Los: “Dalle discussioni su Baxi-Pengo Bassano può elaborare un buon progetto per il futuro”
Pubblicato il 07 ago 2023
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Riceviamo e pubblichiamo integralmente il commento dell’architetto Sergio Los sulla questione Baxi-Pengo che, come osservato da più parti, al di là delle polemiche politiche (e non solo) potrebbe diventare un momento di confronto per ripensare il futuro dei grandi spazi del territorio.
***
Sergio Los agosto 2023
Università IUAV di Venezia
Se potessimo conoscere le ragioni che hanno motivato questa scelta appassionata del 27 luglio, troveremmo di tutto, e non sarebbero certo motivi capaci di costruire un fronte politico, da parte della comunità che condividendoli avrebbe potuto formarsi. Il conflitto fra destra e sinistra, la combinazione di Baxi con Pengo, dove la carota Baxi coi suoi posti di lavoro e ‘prodotti verdi’ era accompagnata dalla bastonata Pengo che con la logistica e altre infrastrutture avrebbe urbanizzato una delle poche aree agricole, grande come mezzo centro storico, sopravvissute al vorace consumo di suolo che contraddistingue il territorio bassanese. Un progetto potrebbe invece essere condiviso e raccogliere un adeguato consenso civico.
Un comune tra l’altro dove il rapporto fra i 43.000 abitanti e la capacità di produzione agricola è critica, proprio poiché i 47 km2 del suo territorio sono in gran parte occupati dall’abitato con una densità di 924 ab/km2 e insistenti su un versante soleggiato che arriva fino a Rubbio, con un’escursione di 1200 m, e che soltanto forme intelligenti di permacultura potrebbero rendere produttivo. Non occorre una laurea per comprendere questo, basta focalizzare il problema.
Se il Veneto accompagnasse la sua politica autonomista con una autonomia economica effettiva che consentisse forme di vita tendenzialmente auto-sussistenti, un obiettivo che, a fronte della necessità di ridurre l’invadenza delle nostre macchine nella biosfera, che dal 2020 giungono a pesare più di tutto il vivente (vedi, Ron Milo et al, Global human-made mass exceeds all living biomass, Nature 588, 2020), dovrà necessariamente essere considerato. Abbiamo già riempito più di mezza biosfera con materiali che, quando fosse riempita l’altra metà, renderebbero la Terra uguale a Marte: un pianeta morto. È questa la barbarie dei moderni, che non sanno come fermarsi. Come dice Ed Wilson in Metà della Terra, non arriveremmo mai a riempirla, poiché a un certo punto a noi ignoto, per essere la biosfera un organismo e non un minerale, la distruzione proseguirebbe da sola e la nostra vita finirebbe prima.
Questo dovrebbe portarci a modificare quel sistema produttivo che ora è concentrato sulle multinazionali e a ridurre l’entità mostruosa del trasporto, entrambi divoratori di energia e strutture artificiali basate su risorse materiali minerali non rinnovabili, assenti nella biosfera ed estratte dal sottosuolo.
Un sistema produttivo più decentrato e locale, coordinato da istituzioni confederate, era già stato proposto dall’Istituto Battelle negli anni 70 (vedi, O. Giarini, Henri Loubergé, La delusione tecnologica, I rendimenti decrescenti della tecnologia e la crisi della crescita economica, Mondadori, Milano 1978) giustificato dall’esperienza del decrescere dell’apporto offerto dal fattore tecnologico nel migliorare la qualità delle forme di vita e lo sviluppo economico. Dopo gli anni 70 arriva invece proprio l’opposto, confermando però quelle previsioni: dalle socialdemocrazie torniamo al (neo-)liberismo, dall’economia supportata da innovazioni tecnologiche passiamo alla finanziarizzazione, e la concentrazione produttiva viene aumentata attraverso processi di globalizzazione. Così abbiamo perduto un prezioso mezzo secolo per modificare gradualmente, decentrandolo, il sistema produttivo che avrebbe risparmiato moltissime risorse, ma ora non abbiamo molte alternative a un aumento dell’autonomia civica, e da fare abbastanza rapidamente.
Quando col ‘Grande reset’ (vedi, Klaus Schwab, Thierry Malleret, COVID-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020) e con altre iniziative hanno iniziato a organizzare una ‘transizione ecologica’, per poter conservare la mitica Macchina Termo-Industriale, il Ministro R. Cingolani incaricato dal Governo Draghi di gestirla, disse subito che il problema consisteva nel pianeta, progettato per 3 miliardi di abitanti mentre stava per raggiungere gli 8 miliardi. Una partenza maldestra che indusse subito la domanda, dove avesse visto quel progetto e chi ne fosse l’autore (vedi Avvenire del 4 settembre 2021). E anche l’altra questione: ma l’assetto attuale con le sue macchine che hanno riempito metà della biosfera e continuano ad aumentare, con le mostruose disuguaglianze che crescono invece che calare e con gli abnormi trasporti dovuti alla centralizzazione del sistema, è una soluzione ottimale, oppure potremmo migliorarla convivendo tutti con una soluzione diversa? Dobbiamo e possiamo migliorarla.
Nella pedemontana vicentina, Bassano è l’ultima città che potrebbe sprecare ulteriori aree agricole, a meno che non intenda abbracciare il rischio di estinzione, continuando a trascurare le evidenti emergenze ambientali, e dando anche alle altre città un esempio pessimo come sarebbe questo. Sono sicuro che lavorando al problema urbanistico posto da Baxi-Pengo, i responsabili possano trovare una soluzione appropriata (mi occupo anch’io da qualche anno di queste cose) senza umiliare quei cittadini, consapevoli e responsabili, che hanno avvertito l’esigenza di preparare quel futuro che sarà radicalmente diverso da quello del recente passato. Marostica, che non è tanto distante da Bassano, avrebbe un territorio di 36 km2 per i suoi 14.100 abitanti, con una densità di 390 ab/km2 (contro i 924 di Bassano). Un buon progetto, fondato sulle future auto-sussistenti città, potrebbe integrarle, esemplificando alle altre città della pedemontana interessanti e attuali ricerche urbanistiche e civiche da fare.
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