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Vuoti di memoria
Il consigliere comunale Gianni Zen interviene sulla mozione FdI per l’intitolazione di un luogo pubblico di Bassano a Sergio Ramelli. “Nella storia niente è fuori contesto. La mozione non rende giustizia di quegli anni e di questi nostri anni”
Pubblicato il 15 mag 2025
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Questa sera, dunque, gli anni di piombo piombano sul consiglio comunale di Bassano del Grappa.
Come ho già riferito nel precedente articolo “Ramelli d’ulivo”, uno dei punti all’ordine del giorno è infatti una mozione del gruppo consiliare di Fratelli d’Italia (firmatari i consiglieri comunali Stefano Giunta, Elena Pavan, Deniz Caron e Gianluca Pietrosante) che, se approvata, impegna l’amministrazione comunale a istituire “l’intitolazione di un luogo pubblico allo studente Sergio Ramelli, con apposizione di una targa commemorativa alla sua memoria”.
Senza ripetere tutta la vicenda, ricordo solo che quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell’assassinio di Sergio Ramelli, studente di 18 anni, militante del Fronte della Gioventù (l'organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano) che il 13 marzo 1975 fu barbaramente aggredito davanti a casa a Milano e martoriato a colpi di chiave inglese da un commando di militanti di Avanguardia Operaia e che morì il 29 aprile 1975 dopo 47 giorni di agonia. Una storia umanamente agghiacciante, ma politicamente ancora oggi generatrice, per quanto sia trascorso mezzo secolo, di insanabili divisioni.
Foto Alessandro Tich - archivio Bassanonet
Nell’imminenza del consiglio comunale di questa sera, ieri è giunta in redazione una lettera del consigliere comunale di è il Momento Gianni Zen.
La lettera è lunga ed è carica di spunti di riflessione, per cui non mi dilungherò ulteriormente in questo preambolo dell’articolo.
Si tratta di una sentita analisi e di una netta presa di posizione sul senso di proporre oggi una mozione del genere, in un’Italia che nei confronti della propria storia del ‘900 non riesce ancora ad imboccare la retta via tra la memoria, i vuoti di memoria e la memoria confusa.
NELLA STORIA NIENTE È FUORI CONTESTO
Nella storia niente è fuori contesto. Ogni fatto cioè deve essere commisurato, cioè non estrapolato dal contesto.
Un fatto, una citazione fuori contesto non vale.
Si rispettano le persone, si rispetta la sofferenza, ma il fatto va inquadrato nel contesto. E nelle implicazioni di quel momento.
Dirò una cosa un po’ strana, da vecchio prof: la storia a scuola è la materia più difficile, perché la cosa più difficile è capire, è cogliere proprio questo.
Sembra facile studiare la storia, ma così non è. È difficile, anche se così non è considerata dagli studenti e dagli stessi docenti. È molto più facile ad esempio la matematica, perché si poggia su presupposti (cioè su assiomi, postulati e definizioni, e la loro applicazione è solo logica).
È più difficile perché dovrebbe aiutare a riconoscere un “senso della storia” che va oltre i singoli fatti di cronaca, senza pretendere di mischiare il passato col presente. Insomma studiare storia insegna la sua “relatività”, che non è relativismo.
Relatività, cioè sapere che non ci sono fatti fuori dal contesto, ma che testo e contesto, appunto, camminano assieme. Per cui ci vuole prudenza nei giudizi, apertura alla storiografia, e incrocio di opinioni, sapendo che la ricerca della verità storica è un percorso, anche se alcuni punti fermi riusciamo ad individuarli.
Infatti chi studia la storia parte anzitutto da documenti, testi, testimonianze.
Pensiamo al nostro Viale dei Martiri.
È un fatto, legato al rastrellamento del Grappa, al 26 settembre 1944, ma che ci dice tanto. Per chi è disposto ad “ascoltarlo”. A mettersi per un momento dalla parte dei martiri impiccati.
Sulla dolorosa morte di Sergio Ramelli, ricordo bene gli anni ’70, perché poco dopo il suo assassinio nel 1975 mi sono ritrovato a Padova, a studiare al Liviano.
Ricordo bene quegli anni. Compresa una lezione di Toni Negri a Scienze Politiche (“bisogna portare la lotta armata all’interno dello Stato”) che mi sconcertò (da giovane aveva aderito all’Azione cattolica), come i continui scontri nelle viuzze del centro città e gli attacchi a docenti, le lezioni interrotte e le minacce a noi studenti che pretendevamo di studiare. Ricordo poi il cosiddetto teorema Calogero, col processo del 7 aprile del 1978, con l’arresto di Negri e di altri esponenti, anno tragico.
Allora si credeva, che la vita fosse solo lotta, violenza. Lotta di classe, di diverso colore, ma lotta e sopraffazione. Un darwinismo politico. La guerra come generatrice di bene politico. Ricordo la lettura di una pagina di Hegel, autore giovanile di Negri, sulla bontà del conflitto, perché rigenerante, acqua fresca. Mentre la pace sarebbe paragonabile ad uno stagno. Terribili anni di piombo, come furono definiti.
Dialogo? Anni nei quali mi colpì, invece, perché la lessi per la prima volta, la Pacem in Terris dell’11 aprile 1963, ultima enciclica di Papa Giovanni, morto meno di due mesi dopo. Come uscire da quegli anni di piombo, ci chiedemmo allora in tanti?
Ramelli fu certamente una vittima innocente della violenza cieca ed ingiustificata, di opposta provenienza, legata al clima di odio politico che segnò profondamente il nostro Paese negli anni ’70. Ma non fu l’unica.
Possiamo dunque accogliere la proposta della Mozione di FDI?
No, perché non rende giustizia di quegli anni. E non rende giustizia di questi nostri anni. Perché la storia va detta tutta, e non strumentalizzata attraverso il richiamo all’assassinio di Ramelli.
Ci vuole “senso della storia”, e rispetto per tutte le vittime, riconoscendo al tempo stesso le responsabilità. Perché il fine della ricerca storica è la verità dei fatti, oltre le verità processuali.
Non si strumentalizzano la storia, le sofferenze, le vite spezzate.
Si è vista la mancanza di senso storico sul ricordo del manifesto di Ventotene.
Dedicare a Sergio Ramelli una strada o piazza a Bassano? Dovremmo dedicarle invece a tutte le vittime.
A che pro dunque questa Mozione?
È una decisione che rinforza solo i propri aderenti, ma non dice quella “memoria condivisa” che dovrebbe essere l’idem sentire di chi governa per il bene di tutti.
La Grande Guerra è una memoria condivisa, non però la Resistenza.
La vera pacificazione deve pur passare attraverso sì il riconoscimento dell’assassinio di Ramelli, ma allargando la visuale a tutte le vittime.
Il 9 maggio, giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro e dell’assassinio di Peppino Impastato non è già Giornata della Memoria, per legge dl 2017, dedicata a tutte le vittime del terrorismo e delle stragi?
La memoria è la tradizione vivente di un popolo. Non va mai perciò strumentalizzata.
“Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada: dobbiamo, appunto, ricostruire. Cominciamo da qui. Rimettiamoci tutti a fare, con semplicità, il nostro dovere. Chi ha da studiare, studi. Chi ha da insegnare, insegni. Chi ha da lavorare, lavori. Chi ha da fare della politica attiva, la faccia, con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano. […] E nessuno pretenda di fare più o meglio di questo. Perché questo è veramente amare la Patria e l’umanità”.
(Aldo Moro, “Scritti e discorsi”. Anno 1944)
Un saggio ebreo lituano-francese, Chouchani, così si espresse nell’immediato secondo dopoguerra: “l’uomo si definisce in base a ciò che lo inquieta, non in base a ciò che lo rassicura”.
Se abbiamo assistito a manifestazione in ricordo di Ramelli con protagonisti i fascisti di oggi, cosa diremmo se analoghi atteggiamenti li ritrovassimo in manifestazioni con protagonisti gli adepti odierni delle BR?
Ci piacerebbe leggere nel ricordo di quegli anni quella sana inquietudine citata dal saggio ebreo, nelle parole e nei comportamenti di tutti gli eredi di quegli “anni di piombo”.
Perché, ad esempio, giustamente si inchinano di fronte alla morte di Ramelli, e solo pochi alla morte di bambini a Gaza oppure nella strage di Bologna del 2 agosto 1980?
Una domanda, infine: perché FdI non si chiede una cosa: se il fascismo è finito 80 anni fa, perché alcuni gruppi aderenti a questo partito si dichiarano ancora fascisti? Conoscono la storia? Perché certi silenzi della premier?
Come mi piacerebbe legge altrettanta sana inquietudine dagli ebrei di oggi di fronte agli orrori di Gaza. E in tutte le situazioni di dolore e di sofferenza.
Solo con quell’inquietudine possiamo andare oltre, e scoprire ciò che unisce e non ciò che divide. Presupposto per una pacificazione di fatto.
Rispetto dunque della memoria di Ramelli e di tutte le vittime. Ma di tutte. Se non c’è questo, a che pro?
Solo per rinforzare gli adepti nostalgici di Fratelli d’Italia?
A che pro?
Disarmiamo, come ha invitato papa Leone XIV, le parole, le strumentalizzazioni, i comportamenti. Beati gli operatori di pace.
Bassano, 14 maggio
Gianni Zen
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