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Da Trieste, sede dei noti fatti accaduti nei giorni scorsi al varco 4 dello scalo del porto e dei presìdi di protesta ancora in corso in piazza Unità, parte un’ondata di bora che invade l’Italia.
Una bora di mobilitazione e sensibilizzazione civile contro le misure restrittive imposte dal governo per contenere la pandemia e in particolare contro l’obbligo del green pass per i lavoratori e contro i pesanti provvedimenti previsti nei confronti di chi nel luogo di lavoro è sprovvisto di certificazione vaccinale.
Opporsi con la forza della massa critica a queste misure è la missione del neonato Coordinamento 15 Ottobre che ha invitato le persone a scendere nuovamente nelle piazze del Paese nella giornata di ieri per l’iniziativa “Trieste chiama, l’Italia risponde!”. Non posso non occuparmene in sede di analisi perché la città di Bassano del Grappa, in quanto tale, ha risposto. E ha risposto con una partecipazione senza precedenti: 4000, forse anche 5000 persone convenute da tre province per testimoniare pacificamente il proprio dissenso sulle regole vigenti.
La manifestazione di ieri in Parco a Bassano
Una protesta civile gratificata dalla clamorosa adesione della gente comune che nel pomeriggio, partendo dalla stazione ferroviaria, ha raggiunto in corteo il Prato dove, tra uno slogan corale e l’altro inneggiante alla libertà e al proposito di non mollare, si sono succeduti i vari interventi, compreso un collegamento a distanza da Trieste del co-portavoce del Coordinamento 15 Ottobre Dario Giacomini.
Sarebbe un atto ipocrita sottovalutare la portata dell’evento, per la grande quantità di persone coinvolte: le foto e i video postati in tempo reale nei social parlano da soli. Non si può quindi giocare alle tre scimmiette e far finta di non vedere e di non sentire per non parlare di quello che è successo. E quello che fondamentalmente è successo è un forte segnale che parte dalla base da far captare, assieme alle contemporanee manifestazioni nel resto d’Italia, alle antenne dei Palazzi del potere esecutivo.
Perché dunque così tanta partecipazione alla manifestazione di ieri pomeriggio?
La risposta è banale: perché il problema riguarda la gente. E perché il problema sta sempre più complicando l’esistenza di una fetta di popolazione alla quale si oppongono le altrettanto legittime istanze dell’altra parte di popolo che, dal canto suo, è invece favorevole o comunque non ostile alle attuali misure certificative imposte per contenere la pandemia.
Un contrasto di vedute a seguito del quale nel nostro Paese sta montando un clima di contrapposizione sociale che non si ricorda - almeno nella memoria di chi vi scrive - dagli ormai lontanissimi anni ’70.
Quello che ieri a Bassano del Grappa e in altre città d’Italia ha voluto alzare pacificamente la voce è un fenomeno di dissenso civile da considerare con estrema attenzione, avendo ormai questa insofferenza collettiva superato il livello di guardia.
Perché una cosa è dover esibire il green pass per mangiare all’interno di un ristorante, un’altra è invece averne l’obbligo di possesso per svolgere regolarmente la propria attività lavorativa. Dovremmo sempre ricordarci che viviamo in un Paese che, come recita l’articolo 1 della Costituzione, è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Ed è proprio questo principio costituzionale, che è il mattone fondante della nostra convivenza civile, che in nome della battaglia contro il virus viene oggi disatteso. Ma è anche quella stessa Costituzione che all’articolo 32 sancisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, anche se “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.
Diritto al lavoro da una parte e diritto alla salute dall’altra. Assistiamo così, e per la prima volta in un modo così eclatante, alla messa in atto da parte dello Stato di una contraddizione in termini tra i due basilari dettami della Carta fondamentale.
Ecco perché non dobbiamo sottovalutare ciò che sta accadendo, sospinto dalla bora, a Bassano come nel resto del Paese. Non è infatti una questione che interessa i costituzionalisti, ma che interessa le nostre vite.
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