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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Lo Scudo (crociato) al nazifascismo
Applausi per l’orazione di Luigi D’Agrò alla commemorazione dell’eccidio di Carpanè
Pubblicato il 02 ott 2021
Visto 8.441 volte
La commemorazione del 77° anniversario dell’eccidio nazifascista a Carpanè quest’anno assume una valenza particolare, per tutta una serie di ragioni che non staremo qui a ripetere. Davanti al Monumento ai Caduti c’è il pubblico delle grandi occasioni: le scolaresche di Valstagna con i docenti, i sindaci della vallata con fascia tricolore, le associazioni d’arma e quelle dei reduci e ovviamente i rappresentanti dell’Anpi. A fare gli onori di casa e a condurre la mattinata c’è Ermando Bombieri, storico sindaco di San Nazario, oggi consigliere del “comune allargato” di Valbrenta. Dopo la deposizione della corona d’alloro da parte di due studenti, tocca al sindaco Luca Ferrazzoli, introdotto dalla banda che suona la “Canzone del Piave”, continuare la parte istituzionale della commemorazione. Il primo cittadino ricorda la cronologia di quegli eventi drammatici, scolpiti ancora oggi nella memoria della vallata, riprendendo le testimonianze dell’epoca del dottor Mario Micheli. Un salto ai giorni nostri, in chiave politica, arriva quando il sindaco stigmatizza le stupide analogie storiche che circolano in questi mesi nella galassia novax-no green pass.
«Che tristezza sentire i paragoni tra l’obbligo del green pass e le efferatezze dei regimi totalitari. Oggi ricordiamo chi ha patito sofferenze indicibili. Non esiste una libertà senza limiti, la storia ci insegna il contrario: quando non ci sono limiti prima o dopo si arriva ad eventi tragici».
Luigi d’Agrò ricorda l’eccidio nazifascista a Carpanè
L’orazione ufficiale quest’anno è affidata a Luigi D’Agrò, che ricorda con commozione l’invito di Galdino Zanchetta, allora presidente della Comunità Montana, a tenere una decina di anni fa la stessa commemorazione sempre qui a Carpanè. Il discorso del “gran democristiano” D’Agrò parte da lontano, dalla storia del Ventennio, «con il fascismo che aveva anestetizzato il popolo tramite 20 anni di propaganda e la guerra spiegata agli italiani come male necessario». Un excursus storico che ricorda «la vergogna delle leggi razziali, il machismo da operetta tipico dell’era fascista, fino alla Repubblica Sociale come ultimo rifugio di disperati e nostalgici». Si arriva poi alla Liberazione, con la nascita della cellula del Cln bassanese nel 1944 e le imprese della Resistenza nell’area pedemontana; e ancora: le azioni di sabotaggio delle linee ferroviarie o gli episodi clamorosi come l’assalto alla fabbrica Fincati di Rossano Veneto. Il fulcro dell’orazione arriva con il ricordo del rastrellamento di Cartigliano, il 12 settembre 1944, «che dà il via ai “giorni dell’ira”. Seguiranno i rastrellamenti del Monte Grappa ad opera delle bande nazifasciste, fino all’eccidio di Carpanè, quando tra il 21 e il 26 settembre di settantasette anni fa vennero trucidate 29 persone, tra partigiani e militari». Sguardi attenti anche da parte dei ragazzi che sentono, forse per la prima volta, i nomi di Federico Fiorese, 18 anni da Cismon, il più giovane a perdere la vita, o di Giuseppe Mocellin di Solagna, 52 anni, il più anziano a perdere la vita, o dei coniugi Angelo Valle e Gianna Giglioli, staffetta partigiana tra Campocroce e la vallata, al quarto mese di gravidanza, fucilata da una raffica di mitra, «senza un briciolo di umana pietà», in una notte di pioggia davanti alla stazione ferroviaria. Anche il nome di Domiziano Piras entra per la prima volta nelle orecchie di tanti studenti: era uno dei grandi capi delle brigate nere che davano ordine di uccidere e distruggere i corpi dei partigiani. Arriva alla fine il momento del collegamento all’attualità.
«Ci sono ancora delle “secche” culturali che si rifanno a quel periodo, qualcuno tenta maldestri tentativi di revisionismo morale e civile citando i cosiddetti risultati positivi del fascismo. Un po’ come succedeva ai tempi del terrorismo quando in qualche ambiente si diceva “né con lo Stato né con le Br”. Ai giovani va detto che la democrazia è un bene da preservare, non cadete nel tranello del fascino dell’uomo forte o di chi semplifica le cose raccontando di una identità nazionale delimitata solo dal perimetro geografico».
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