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Quella dei trombati, il giorno dopo le elezioni, è una categoria affollatissima. Perché esclusi i pochi eletti - nel vero senso della parola - che riescono ad approdare a destinazione (Parlamento, Regione, Comune), tutti gli altri compongono il variegato e insoddisfatto esercito di quelli che restano a casa.
La gran parte di loro, con le perversioni dell'attuale “Porcellum”, sono trombati in partenza: nominati e collocati in posizioni di lista infelici e costretti, sin dall'inizio, a comparire nell'elenco dei candidati come semplice riempitivo.
E poi ci sono loro: i trombati eccellenti, quelli che per varie ragioni - di curriculum o di ambizione politica, tradotta in una candidatura nei piani alti di lista - aspiravano a confermare o a fare il grande passo nei piani alti della politica romana. Un'esclusione "vip" dalle stanze del potere che, nel nostro territorio, riguarda in particolare tre candidati.
Manuela Lanzarin, Luciano Todaro e Dino Secco (foto: archivio Bassanonet)
Cominciamo, per cavalleria, con una donna: Manuela Lanzarin. Il suo orgoglio non ce lo darà mai a mostrare, ma è sicuramente la più delusa di tutti.
Deputato uscente della Lega Nord, forte di un'esperienza da prima della classe in fatto di presenze alle sedute parlamentari, è riuscita a sfuggire alla rottamazione padana messa in atto dai vertici tosiani che hanno fatto man bassa di candidature nel Veneto. Ma che non hanno evitato - a lei, che al congresso regionale del Carroccio non si era schierata con Tosi - un perfido sgambetto: quello di collocarla in una posizione di lista, al numero 8 al Senato, che le dava qualche teorica possibilità di elezione solo in caso di vittoria del Centrodestra nel Veneto, e di un alto numero di consensi della Lega (tradotto in numero di seggi all'interno del premio di maggioranza) nei confronti dell'alleato di coalizione PdL.
Come è andata a finire, lo sappiamo tutti: la Lega Nord, travolta come e più di tutti dal ciclone 5 Stelle, è rimasta al palo di un misero 4% nazionale e porta a Roma 37 parlamentari in meno, di cui 33 a Montecitorio. Tra questi non c'è la volitiva Manuela, volto simbolo di un Carroccio che col 10,95% al Senato in Veneto non può fare altro che leccarsi le ferite.
Anche Dino Secco si è preso una brutta scoppola: candidato al n. 6 della lista del PdL alla Camera in Veneto 1, dopo il treno per Venezia alle Regionali ha perso per un pelo anche quello per Roma. Un risultato che brucia proprio perché, durante l'estenuante spoglio delle schede di ieri notte, l'ex vicepresidente della Provincia è rimasto in odore di elezione fino all'ultimo: salvo poi farsi superare in extremis dalla candidata del PD, e deputata rieletta, Daniela Sbrollini.
Per Secco, come da lui stesso riferito in una nostra intervista, la candidatura alla Camera, con concrete chances di elezione, rappresentava il coronamento di una lunga militanza politica e amministrativa nel territorio: requisito che evidentemente, alla luce dell'esplosione grillina, non fa più presa agli occhi dell'elettorato.
Last but not least, Luciano Todaro. Già, proprio lui: il nostro mitico Sior Todaro brontolon. Portacolori del nuovo corso tosiano, era riuscito a conquistare uno scintillante posto n. 5 nella lista della Lega Nord per la Camera. In altri tempi sarebbe approdato a Roma ladrona senza colpo ferire. Ora il colpo, assieme a tutto il suo Partito in crisi di identità, glielo ha inferto l'elettorato.
Tre storie diverse, che riguardano tre personaggi di caratura politica diversa: ma per tutti e tre sono squilli di tromba assordanti.
L'unica che gioisce - per il traguardo personale, non certo per il risultato politico - è Rosanna Filippin, neo-senatrice PD, il solo candidato della nostra zona (assieme al collega di partito e marosticense di nascita, ma ormai “foresto” per carriera sindacale, Giorgio Santini) che alla fine approda in Parlamento.
A lei, e a tutti i suoi colleghi parlamentari, l'arduo e in queste ore apparentemente quasi impossibile compito di prendere in mano le sorti del Paese. Il vero problema è quello di vedere per quanto tempo resteranno in carica. Ma questa, ahinoi, è un'altra storia.
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