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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Energia, città intermedie e Macchina Termo Industriale
Il manifesto di Sergio Los, teorico bassanese delle città intermedie
Pubblicato il 28 feb 2022
Visto 7.407 volte
La guerra in Ucraina porterà radicali mutamenti nella nostra politica energetica. La paura di un lockdown energetico a danno di imprese e famiglie è sempre più forte. Ed è in questo contesto di totale incertezza che le riflessioni di un grande pensatore bassanese, il professor Sergio Los, che ha dedicato una intera vita professionale e accademica al rapporto tra architettura, dimensione delle città e sviluppo sostenibile, trovano grande attualità. Per la cronaca questi (complessi, molto complessi) 11 punti elaborati per Bassanonet erano pronti già da qualche settimana, ben prima del conflitto russo-ucraino e dell’esasperazione del problema vitale del costo dell’energia. Il suo appello rivolto al mondo della scuola sul ripensamento generale della sostenibilità della macchina termo industriale, a partire proprio dalle città di medie dimensioni, assume per questo ancora più interesse.
La questione dell’energia non è energetica: è fondamentalmente politica
Sergio Los
Sergio Los (Università IUAV di Venezia)
Le discussioni di oggi, sulle quali faccio una serie di commenti in queste pagine, sono rivolte ai giovani che lavoreranno nel mondo che stiamo costruendo adesso. Sostituiamo la Macchina Termo-Industriale! Avremo città più vivibili delle attuali megalopoli con il loro drammatico impatto ambientale. E come raggiungere le generazioni che stanno frequentando le medie superiori se non attraverso i loro professori che parlano con loro quotidianamente e potrebbero parlare anche di questo?
1. Vedo in giro articoli riguardanti la ‘questione nucleare’ e penso alle tante discussioni sentite prima e dopo il referendum. A questo problema energetico i poveri italiani, con i prestiti europei e Draghi al governo (chiamato per allineare l’Italia all’Europa) dovevano pure arrivare. Era quasi inevitabile cambiare il nome del nucleare, rendendolo ‘alternativo e rinnovabile’. Una falsificazione nominalista e il gioco è fatto, alle democrazie rappresentative basta questo. Tutto verrà spiegato dagli influencer. Cosa raccontare adesso agli elettori di sinistra e di destra su questa follia? Perché mai l’Italia dovrebbe assomigliare di più agli altri paesi europei? Diventerebbe migliore?
2. Guardando ai consumi, l’Italia che importa energia da quei paesi cui ha da assomigliare, non ha molte scelte. In effetti, per affrontare questo problema, noi dobbiamo guardare ai fabbisogni, e non ai consumi. Soltanto allora possiamo comprendere che a crearli è proprio la Macchina Termo Industriale (MTI), i cui consumi sono correlati alla sua velleitaria forma di vita - non necessariamente alla nostra – insieme a molti altri problemi la cui mancata soluzione produce una forma di vita insoddisfacente, barbara, da sostituire il prima possibile. Sono fabbisogni originati da megalopoli completamente interdipendenti, perciò alimentate da una produzione multi-nazionale iperconnessa da reti di infrastrutture meccanizzate, che consumano moltissima energia. Procedendo in questo modo tutto diventerà sempre più complicato ed energivoro. Questa macchina, oltre che essere energivora, è intollerante al lavoro umano perché mirata all’alta intensità di capitale monetario e macchinistico; mentre noi abbiamo bisogno di comunità civiche autotrofe ad alta intensità di lavoro umano, operanti in prossimità e a trasporto minimo. I presunti vantaggi della MTI rispetto alle comunità civiche autotrofe, sono la moltiplicazione degli scambi per estrarre valore dalle tante operazioni che lo producono a distanza, mentre le comunità delle città intermedie producono valore che usano direttamente con scambi minimi volti a ridurne l’estrazione. Il vero fabbisogno delle centrali nucleari proviene dal moltiplicare l’estrazione di valore e le conseguenti disuguaglianze. Perché farlo?
3. La terra dimostra una evidente intolleranza al funzionamento della MTI, che occorreva cominciare a sostituire già negli anni ’70 del secolo scorso, quando divenne evidente che il contributo della tecnologia alla crescita economica delle società manifestava evidenti rendimenti decrescenti. In quegli anni venne pubblicato “I limiti dello sviluppo”. Già allora l’Istituto Battelle, che aveva organizzato le ricerche del Club di Roma, raccomandava alle socialdemocrazie occidentali una svolta che era però sgradita al potere degli estrattori di valore. Invece di fare quello che consigliava l’Istituto Battelle per risolvere il problema, allora socialdemocratico, Reagan con lo ‘scudo spaziale’ sostituì alla socialdemocrazia quello sciagurato neoliberismo coloniale, seguito prima dalla Thatcher e poi dall’ordo-liberismo europeo che consentiva di eludere il problema, aumentando invece che riducendo, la centralizzazione della produzione. Un mutamento non scelto democraticamente che portava alla centralizzazione finanziaria e alla globalizzazione mercantile. Per produrre denaro invece che prodotti, ossia per prelevare valore non era più necessaria quella tecnologia che serviva a produrlo. La finanziarizzazione ha segretato la produzione del valore, gran parte della quale è impresentabile, e moltiplicato le macchinazioni per estrarlo. È trascorso mezzo secolo e ora vorrebbero ripetere quel gioco che non ha risolto i problemi, ma li ha molto aggravati, col ‘grande reset’.
4. Questa situazione ha rafforzato la transizione dalle città intermedie agli insediamenti megalopolitani, che sono un mezzo straordinario per abbattere le democrazie e far consumare gli inurbati, che non sono più cittadini. Queste sono le ragioni che provocano gli impossibili consumi energetici attuali. Infatti per poter far mangiare, trasmettere e consumare, le megalopoli, che non hanno alcuna autonomia produttiva, occorre rafforzare l’interdipendenza mondiale quindi fornire prodotti multi-nazionali e mostruose iper-connessioni che, insieme alla digitalizzazione, producono quegli smisurati consumi di energia non rinnovabile. Se il popolo vuole energia rinnovabile, allora gli influencer chiameranno rinnovabile l’energia nucleare (che non lo è) per sostituire quella fossile non rinnovabile.
5. Per uscire da questa insostenibile situazione problematica, il primo passo da fare consiste nell’immaginare e realizzare un nuovo fronte politico che miri alla città e non più a quella produzione termo-industriale che ha portato alla meccanizzazione del lavoro umano e alle forme di vita che contraddistinguono le megalopoli. Occorre sostituire il fronte che contrapponeva lavoro a capitale, con un fronte che contrappone le città intermedie autotrofe dotate di democrazie deliberative alle megalopoli eterotrofe che per la loro grande dimensione riducono la politica alle democrazie rappresentative, influenzabili dal denaro e dai media. Come vuole il ‘grande reset’, verrà espulsa dalle fabbriche robotizzate dell’industria 4.0 gran parte della forza lavoro. Solo la potenziale capabilità politica delle città intermedie può affrontare questa grottesca situazione che vorrebbe mutare radicalmente, mediante ancora più enormi megalopoli, la forma di vita futura.
6. Questo progetto di sostituzione della MTI è possibile, perché è già presente una alternativa che occorre riconoscere e che vorrei ora discutere con voi. Esso emerge dalla considerazione UNESCO che oggi, 2022, vive nelle megalopoli 1/3 della popolazione mondiale urbanizzata, mentre gli altri 2/3 vivono ancora nelle città piccole e medie. Ma l’impronta ecologica delle megalopoli occupa 3/4 del territorio planetario per rapinare risorse e riversare i propri letali inquinamenti originati dalla MTI. Una invisibile ingiustizia che pesa sulle forme di vita delle città. Ogni anno un flusso regolare di migranti passa dalle città intermedie alle megalopoli, costretti a farlo dal sistema globale per poter sopravvivere. È questo flusso che dobbiamo fondamentalmente non solo arrestare ma invertire, anche per sperimentare nuove e diverse forme di vita, fondate su risorse rinnovabili locali. Sperimentazioni impossibili coi signori competitori individuali della MTI, che sono brutti, sporchi e cattivi.
7. Un pianeta che ha dovunque la stessa forma di vita termo-industriale, volto dunque a far consumare a tutti le stesse sotterranee risorse minerali, non rinnovabili, persegue un diabolico programma di suicidio collettivo, anche per gli insanabili conflitti nel procurare quelle risorse (non certo un programma di buona vita). Ogni terrestre si presume rassegnato ad accettare questa condanna alla forma di vita termo-industriale, in cambio del diritto di strappare alla Terra tutte le risorse che vuole e di riversare sull’intero pianeta tutti gli inquinamenti che produce. Non serve un esperto professionista disciplinare per comprendere l’assurdità della situazione. Serve invece comprendere la magia ideologica dei media per renderlo credibile: uno straordinario pifferaio di Hammeling.
8. Per sopravvivere con forme di vita radicate nel proprio territorio non occorre certo un sistema mondiale. Quando una legione romana attraversava l’Europa allora sconosciuta, doveva saper ricostruire continuamente città per almeno 5300 persone (una legione di 5000 persone con 300 cavalieri), dove mangiare, dormire sicuri, puliti, sani ed efficienti, ogni giorno, città che non potevano portare via, quindi dovevano riprodurle continuamente in luoghi sconosciuti e non certamente attrezzati come oggi, alcune delle quali sono diventate importanti città tuttora sopravviventi, e con esse tutte le costruzioni necessarie, strade, ponti, e tutto il resto, ma senza MTI.
9. I decenni trascorsi dalle discussioni delle COP evidenziano l’impossibilità di cambiare la MTI globale, gli eventuali accordi per essere accettabili da tutti i competitori devono ridursi a interventi marginali, molto lontani da quello che richiedono i cambi climatici. È ora di rassegnarsi ad ammettere l'incompatibilità della Macchina Termo-Industriale e programmare una graduale ma progressiva sostituzione con un sistema molto più articolato di comunità civiche, con forme di vita diversificate, fondate sul rispetto delle impronte ecologiche interne ai territori pertinenti sui quali sopravvivono, con una di quelle forme di vita, i cittadini di tali città.
10. L’attuale Macchina Termo-Industriale neoliberista, che implica una forza-lavoro di schiavi, diseguaglianze inammissibili, disastri ecologici, guerre assurde, va rottamata. Ha commesso tutti gli errori possibili, gli unici che sicuramente non possono rimediare questa situazione sono proprio quelli che la comandano, quelli che avrebbero dovuto a suo tempo costruirla altrimenti. Sono tanti anni che i COP (Conference Of Parties) si riuniscono, paralizzati da una plutocrazia incontrollata e incapace di prendere decisioni in un contesto agonistico. Solo passando dalla competitività alla solidarietà possiamo prendere attuabili decisioni. Divenuta immutabile e unica, la MTI è troppo grande per poter migliorare, a causa dei veti incrociati: soltanto una impossibile guerra che lascerebbe tutti perdenti, potrebbe superarli. Le esperienze autarchiche del New Deal nel secolo scorso sono state interrotte dalle guerre, che sono il motore delle megalopoli, altrimenti quelle si sarebbero moltiplicate. Anche la svolta di Reagan con lo ‘scudo spaziale’ è stata militare. E non è detto che anche la pandemia non appartenga a questo prolungato stallo politico.
11. Questo programma politico delle città intermedie, avrebbe il vantaggio che potrebbe iniziare subito sperimentalmente senza richiedere decisioni dei governi centrali, potrebbe iniziare dal basso con scelte di qualche sindaco intelligente. Con poche trasformazioni, la maggior parte delle città intermedie ha intorno spazi agricoli sufficienti per mantenere i propri cittadini, molto meglio delle multi-nazionali, potremmo perciò renderle auto-sussistenti. Sarebbe come sostituire un tessuto poroso, quindi urbano-rurale, a quello troppo compatto megalopolitano, scoprendo che l’abbiamo già disponibile. Poi potrebbero produrre localmente anche altro, case, arredi, vestiti, aumentando l’auto-produzione locale per un uso locale, con monete complementari, drastica riduzione dei fabbisogni energetici e con mutamenti molto minori di quelli richiesti dal programma energetico nucleare. Questo programma nucleare non farebbe che perdere tempo, rimandare di 15, 20 anni quello che dovremo fare comunque anche dopo, ma avendo perduto tempo prezioso poiché il pianeta andando avanti come adesso peggiorerà in modo disastroso la propria abitabilità. Luigi Piccinato, mio professore di urbanistica e relatore di laurea, insegnava che allargare le strade urbane non può migliorare il traffico, poiché le strade più larghe attraggono molto più traffico, e questo avvierebbe un processo analogo a quello che avrebbe luogo con l’attrazione esercitata da una maggiore disponibilità di energia, di origine nucleare da consumare. Occorre comprendere come ridurre il fabbisogno energetico con nuove migliori forme di vita, non aumentarlo con nuovi impianti per rispondere, incrementandoli, ai consumi e sprechi crescenti. Una politica comunitarista, contro quello sciagurato liberismo bipartisan delle concorrenze che aiutano la militarizzazione (che non ha certo bisogno di aiuto) sarebbe utile a costruire queste comunità civiche fondate, data la scala appropriata, su democrazie deliberative.
W la politica.
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