Pubblicato il 29-10-2020 13:33
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Un buco nell’acqua

Parla Pierpaolo Longo, gestore della piscina comunale Aquapolis di Bassano del Grappa, alle prese con un nuovo lockdown dopo gli importanti investimenti per essere in regola

Un buco nell’acqua

Pierpaolo Longo, gestore dell'Aquapolis di Bassano

In principio c’era lo sport. E poi fu il Covid.
Sconforto, delusione e aria di sconfitta si levano a più voci da spogliatoi e dirigenti sportivi a seguito del nuovo Dpcm in vigore dallo scorso 26 ottobre che ha decretato per un mese la chiusura di palestre e piscine, oltre ai teatri e in generale tutti i luoghi di aggregazione.
L’attività sportiva, considerata lo strumento migliore per prevenire molte patologie, oggi, se svolta in luoghi chiusi, rappresenta un pericolo di diffusione del contagio di Covid19.
Un intero comparto i cui lavoratori sono messi al palo. Attività e associazioni a cui è stato chiesto un importante investimento economico per operare in sicurezza e in regola con le nuove disposizioni per fronteggiare l’emergenza epidemiologica, ora si vedono imposta la chiusura forzata con la promessa di risarcimenti immediati.
Nella conferenza stampa del 18 ottobre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva concesso alle palestre e piscine una settimana di tempo per adeguarsi alle norme. Sembrava un avvertimento e una constatazione di realtà distanti dall’applicare i protocolli in vigore.
Ma come è andata nel nostro territorio? Perché si sono dovuti chiudere gli impianti e cosa comporterà questo nuovo lockdown?
Lo abbiamo chiesto a Pierpaolo Longo, gestore della piscina comunale Aquapolis di Bassano del Grappa e consigliere regionale per la Federazione Italiana Nuoto.

È definitivo? Impianti chiusi?
Fino a martedì rimaneva ancora una piccola speranza di poter riaprire.
Poi l’intervento del presidente Conte ha messo una pietra tombale e così abbiamo spento il riscaldamento, svuotato le vasche e chiuso gli impianti.

Aria di sconfitta, avete registrato casi di Covid nel periodo di apertura?
Nessuna palestra o piscina del Veneto ha registrato casi di focolai.
Nessun blocco, nessun positivo in gruppi sportivi o squadre. In zona Verona è stato isolato un caso, venuto positivo da fuori, e si sono fatti i tamponi a tutta la squadra: tutti negativi.
Il nostro imbarazzo nasce dal non capire da quali dati sia stata decretata la chiusura dei settori. Giovedì scorso ero in Azienda Zero e non c’era un focolaio registrato in nessun impianto sportivo. Ho sempre sentito una fortissima forma di collaborazione da tutti gli enti preposti ai controlli e dei 212 verbali NAS in Veneto nessuno decretava deficienza nelle operazioni e nei protocolli sicurezza.
È unanime a livello nazionale lo stupore: non ci spieghiamo il perché della scelta, non è stata fatta sui dati. Si pensi che da una indagine condotta nella settimana successiva al 24 settembre 2020 negli impianti natatori a livello nazionale, in 5 mesi di apertura si sono registrate 6 milioni di presenze e zero focolai.
E per inciso, Federica Pellegrini è diventata positiva al Covid19 quando stava registrando Tu Si Che Vales a Cinecittà.

E ora cosa succederà?
A Bassano del Grappa ci sono 95 società sportive attive che in questi giorni operavano per accogliere e gestire i ragazzi. Ora non più, sono ferme. Ma i ragazzi, i bambini e specialmente gli adolescenti cosa faranno durante il pomeriggio?
Qui il rigore veniva garantito e le regole fatte rispettare.
Aquapolis è un’azienda a tutti gli effetti e ha i suoi accantonamenti per sopravvivere, anche se questo ci richiede oggi un totale contenimento di ogni spesa. Intorno però vedo la disperazione. Lunedì mi hanno chiamato altre associazioni piangendo. Abbiamo tutti fatto investimenti per garantire il rispetto dei protocolli, sistemi di igienizzazioni con ozono, plasma, luci UVA, perossido di ossigeno.
Per fare un piccolo esempio come Aquapolis, in questi giorni abbiamo consumato in una settimana la carta pari a quella consumata in tre mesi nel 2019.
Abbiamo sopportato costi importanti e ora non so chi ne uscirà da questo lockdown, la vedo lunga. Non solo per le associazioni, ma per tutti gli stakholder che sono attorno.
Alcuni hanno già portato i libri in tribunale e ci sono presidenti che hanno ipotecato la casa, famiglie che vivono con l’attività sportiva, ma è un settore che è destinato a soffrire molto e il Decreto Ristori, sono certo, non aiuterà.

I costi per la messa a norma con le nuove direttive anticovid sono stati a vostro carico o avete ricevuto fondi?
Abbiamo partecipato al bando per il rimborso dell’acquisto di strumenti di sanificazione chiedendo a maggio circa 15 mila euro. Il fondo è esaurito, non è arrivato nulla.
Tutti gli investimenti fatti sono stati integralmente a nostro carico.

Dopo i 74 giorni di chiusura nel lockdown di primavera, com’è stata la stagione, in ripresa?
Le affluenze erano ritornate, la stagione estiva è andata bene grazie alla gestione dei centri estivi, anche se in misura ridotta perché si sono seguiti 64 ragazzi invece che dei 120 presenti in media negli anni precedenti.
Settembre è stato un mese senza introiti perché c’è stato il recupero degli abbonamenti non utilizzati durante il lockdown e ottobre era partito bene, ma già dal 18, dopo l’intervento di Conte con la bacchettata ai centri sportivi, l’effetto psicologico aveva fatto registrare un calo importante. Oggi se fossimo aperti non credo che avremmo i flussi di settembre, ma io ora ho il cuore distrutto in particolare per il mondo della disabilità, sia fisica che psichica, a cui Aquapolis dava risposta. Per il disabile l’attività sportiva è terapia, per il suo accompagnatore è aria, sollievo, piccola parentesi di serenità, in particolare per mamme che vedo alle prese quotidianamente con una vita da scene eroiche.

Apertura impossibile per ogni categoria?
Avevamo coordinato con diverse classi delle scuole del Liceo Brocchi, Scientifico ed Einaudi la possibilità di fare educazione fisica in Aquapolis al fine di aumentare in potenza gli spazi dove gestire gli alunni. Tutto ciò è andato alle ortiche.
Ad oggi, come movimento sport a livello federale abbiamo preso la decisione comune di chiudere tutto, non tenere aperto solo per gli agonisti. Il mondo dell’utenza non agonista non deve pensare che l’ambiente sia sicuro per gli atleti tesserati e non per loro, riteniamo che o si apre per tutti o per nessuno.
Inoltre, non è sostenibile l’apertura dei nostri impianti con l’incasso dei soli tesserati agonisti e disabili certificati perché non arriveremo a coprire nemmeno il 15% delle spese.

Cosa succede ora al personale?
I dipendenti in carico sono a casa in cassa integrazione, i collaboratori sono fermi e sono oltre un centinaio tra cui studenti che si pagano l’università, l’affitto, le prime forme di indipendenza; tutto un indotto che si sta fermando.

In chiusura, la situazione non è facile, ma quanto durerà?
Confido nel miracolo di novembre, ma la vedo lunga anche se sarei felice di essere smentito.
Venerdì intanto scenderemo in piazza, sarà una manifestazione con mascherina, cuffia e occhialini, assolutamente corretta e nel rispetto delle linee guida, delle distanze, proprio per dimostrare e far capire che siamo nella sicurezza sempre. La nostra è coerenza educativa, quella che non mi è chiara è la coerenza del governo.
Questa forma di governo in particolare è nata sul principio che lo sport è salute. È stata istituita la “Palestra della salute” dove il medico di base può consigliare di fare palestra con un terapista come alternativa alle medicine.
È incredibile che lo stesso governo che ha proposto lo sport come “farmaco” abbia deciso come prima soluzione di chiudere lo sport.
Nonostante tutto siamo stati i “sacrificabili”.
Noi abbiamo a disposizione 4 mila metri quadri con una capienza massima di 100 persone ed eravamo i primi ad accettare sanzioni e chiusura se fossimo stati trovati non a norma.
Il problema è un altro: il trasporto. Blocchiamo lo sport, così blocchiamo gli spostamenti.
La ratio è nazionale, qui non c’è la competenza regionale o locale e, anche se siamo zona a basso rischio, il raziocinio è sempre lo stesso.

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