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Gabriella d’Oro
Oggi ricorre il 40simo anniversario della leggendaria medaglia d’oro di Gabriella Dorio sui 1500 m. femminili alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Il suo racconto esclusivo a Bassanonet di quello storico momento di gloria
Pubblicato il 11 ago 2024
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11 agosto 1984, esattamente 40 anni fa.
È il giorno che ha consegnato Gabriella Dorio alla storia dell’atletica leggera mondiale.
Olimpiadi di Los Angeles, stadio Memorial Coliseum, davanti a 90.000 spettatori: finale dei 1.500 m. piani femminili.
Il trionfale arrivo al traguardo di Gabriella Dorio a Los Angeles 1984
Le super favorite sono le due rumene Doina Melinte e Maricica Puică, quest’ultima primatista mondiale stagionale sulla distanza, ma a scombinare le carte è l’atleta azzurra dai riccioli d’oro con il numero 226 sul pettorale.
Ai seicento metri Gabriella accelera con una progressione che spezza il gruppo.
Il suo scopo è quello di stanare le rumene per farle portare in testa e poi infilarle all’arrivo.
Ed è quello che accade: alla campana dell’ultimo giro la Melinte passa per prima, la Dorio le resta in scia e nei centocinquanta metri conclusivi mette il turbo per l’allungo decisivo che le fa tagliare trionfalmente per prima il traguardo.
Melinte seconda, Puică terza: il cielo è azzurro sopra Los Angeles.
“Gabriella d’Oro”: così avevo intitolato un’intervista che avevo fatto un bel po’ di anni fa alla campionessa olimpica per una rivista che si chiamava “S - Lo Sport nel bassanese” e che era pubblicata dall’Editrice Artistica Bassano.
Non è quindi un titolo inedito: tuttavia, rende perfettamente la sintesi del personaggio e pertanto l’ho riesumato in pompa magna.
Gabriella Dorio, oggi 67 anni portati alla stragrande, padovana di Veggiano per origine, cresciuta nel Vicentino a Cavazzale di Monticello Conte Otto e bassanese di adozione, è ancora e sempre un concentrato di energia.
È dirigente e coordinatore tecnico del G.A.B. - Gruppo Atletico Bassano: il campo e la pista di atletica di Santa Croce sono i suoi templi cittadini dello sport, dove ancora oggi segue ed allena i ragazzi del G.A.B.
È anche una delle “Legend” di Sport e Salute, la società di Stato, sorta come gemmazione del CONI, che si occupa per conto del governo della promozione della pratica dello sport e dei corretti stili di vita, rivolgendosi in primo luogo ai giovani in tutto il territorio italiano.
L’altro ieri sera l’abbiamo vista in televisione, in prima fila tra il pubblico delle gare di atletica delle Olimpiadi di Parigi allo Stade de France, abbracciare commossa Nadia Battocletti dopo la strepitosa medaglia d’argento conquistata da quest’ultima sui 10.000 m.
In queste stesse Olimpiadi francesi, sempre l’altro ieri sera l’azzurra Sintayehu “Sinta” Vissa ha finalmente battuto il record italiano della Dorio nei 1.500 m. che resisteva da ben 42 anni.
I primati, si sa, sono dei limiti di riferimento che bisogna infrangere.
E prima o poi - e in questo caso più poi che prima - qualcuno li infrange.
Ma la Gabriella d’Oro è sempre sul pezzo: il record nazionale sugli 800 m. piani femminili (1’57”66) stabilito nel 1980 ovvero 44 anni fa, è ancora suo.
L’intervista che leggerete tra poche righe l’ho registrata nello scorso mese di maggio davanti a un buon caffè offertomi da Gabriella - con la quale anche nelle interviste ci diamo del tu, conoscendoci da tanti anni - e dal marito Carlo Spigarolo nella loro bella casa immersa nel verde tra le colline di Marsan di Marostica.
Ma ho aspettato di pubblicarla proprio oggi per celebrare degnamente il quarantennale di quella epica vittoria a cinque cerchi.
Una cosa è certa: passano gli anni ma quella ragazza dai riccioli biondi e dalla falcata olimpionica è sempre la stessa.
Cordiale, alla mano, spiritosa e allo stesso tempo grintosa e diretta, senza problemi a dire pane al pane quand’è necessario.
Suo marito Carlo mi dice che Gabriella “si arrabbia come una iena” se qualcuno la chiama “ex campionessa olimpica”. Perché un campione olimpico, come il diamante della storica pubblicità, è per sempre.
Prova ne sia che all’ingresso del Memorial Coliseum di Los Angeles, lo stadio che ha ospitato le due edizioni dei Giochi Olimpici del 1932 e del 1984 (e ospiterà anche le prossime del 2028) una lapide ricorda a futura memoria i nomi di tutti i vincitori.
E il nome di Gabriella Dorio compare alla stessa altezza di quello di un altro mezzofondista azzurro che ha fatto la storia: Luigi Beccali, trionfatore maschile nella stessa distanza dei 1500 m. piani nel 1932.
A proposito di “Legend”.
Gabriella, che ricordo è quella medaglia d’oro di Los Angeles?
Era una medaglia attesa da quindici anni. Perché io ho sognato quella medaglia quando ero ancora ai Giochi della Gioventù. Anzi, là l’ho detto ad alta voce e i miei compagni mi hanno preso in giro. Stavamo facendo la foto di squadra, io mi sono messa davanti a loro e ho detto: “Io da grande vincerò le Olimpiadi!”. E loro ovviamente mi hanno detto: “Ecco, hai vinto i Giochi della Gioventù e ti sei montata la testa”. E io invece ho risposto: “Io ho due gambe, una testa, perché non posso provarci?”. E questo poi è stato il pensiero che ho avuto per quindici anni. Perché poi io ho fatto le Olimpiadi di Montreal che avevo 19 anni, ho fatto Mosca a 23 e Los Angeles a 27. E sono arrivata a vincere alla mia terza Olimpiade. Quindi ho avuto una carriera molto intensa ma la vittoria è arrivata dopo quindici anni.
Però quel momento?
Quel momento? È stata una finale molto difficile perché io mi aspettavo una gara molto veloce e non lo è stata, difatti ho vinto con 4’ e 03”. Perché nella prima parte siamo andate molto lente, poi ho deciso di andare in testa e tirare. E là ho fatto forse la scelta più giusta, perché se aspettavo tutte le velociste che avevo dentro la gara, sul finale me le sarei trovate tutte davanti. Quindi la finale l’ho vinta a metà gara, quando sono andata in testa.
E quando sei arrivata?
Quando sono arrivata… Beh, ho fatto il rettilineo d’arrivo più lungo di tutta la mia vita. Perché sono uscita dalla curva che ero in testa e vedevo l’arrivo, vedevo anche lo schermo gigante davanti e continuavo a dirmi: “Sto vincendo un’Olimpiade, sto vincendo un’Olimpiade”. Avevo il sole alle spalle, quindi vedevo anche l’ombra delle mie colleghe dietro. Quindi le tenevo d’occhio dall’ombra sulla pista, che era una cosa molto utile. E continuavo sempre a dirmi: “Sto vincendo un’Olimpiade, sto vincendo un’Olimpiade”, ma non arrivavo mai. Non so come mai era così lungo quel rettilineo. E poi quando sono arrivata, mi sono guardata intorno e ho pensato: “Ho vinto. E adesso?”.
Cioè: uno vince un’Olimpiade e la prima cosa che gli viene in mente è: “E adesso?”
Sì, mi è venuto un attimo di panico, che è durato tre secondi. Nel senso che avendo sognato l’oro olimpico per tanti anni e poi è arrivato, ho pensato “E adesso cosa faccio?”. E dopo, appena pensato questo, mi sono guardata in giro e cercavo Carlo, mio marito. Avevamo dei biglietti per lo stadio olimpico da dare agli amici e parenti eccetera. Però l’ultimo giorno non avevo i biglietti per lui. Allora chiedo alla Federazione, chiedo al CONI e così via: nessuno aveva biglietti e non erano riusciti a trovare un biglietto per lui. La mattina ci siamo sentiti al telefono, quando c’erano ancora i telefoni fissi e quindi a monete, e siamo stati là un’ora a parlare. Alla fine io gli ho detto: “Senti, io i biglietti non li ho trovati, ti devi arrangiare. Adesso io devo pensare alla gara.” Mi sono accorta dopo che avevo detto una cosa un po’ brusca. Però ero talmente presa dalla finale che non mi sono neanche accorta che gli avevo risposto così.
E come è andata a finire?
È andata a finire che lui ha dovuto cercarsi i biglietti da solo. È stato bravo perché è andato direttamente alla sede delle Olimpiadi. Lì c’era un nostro conoscente da Roma che lavorava con la IAAF ed è riuscito ad avere i biglietti. Però io non lo sapevo, perché non essendoci i telefonini mio marito non poteva comunicarmelo. Io ero allo stadio, mi sono scaldata, ho fatto la gara e sono arrivata. E quindi all’arrivo mi son guardata intorno, cercando di vederlo. Ho fatto tutto il giro dello stadio, tutti pensavano che facessi il giro d’onore e invece io cercavo Carlo. A un certo punto vedo poliziotti, tutta gente trafelata, popcorn e bottiglie di Coca Cola che volavano. Era lui che scendeva dalle tribune, era più o meno all’altezza dell’arrivo, c’erano i poliziotti che stavano per afferrarlo e portarlo via. Ma il presidente della Federazione, che era lì, ha detto: “No, no, questo può passare”.
Come riassumere in poche parole, dunque, quello che hai provato?
Quello che ho provato… Forse mi sono resa conto anni dopo cosa voleva dire quella medaglia. Perché lì per lì l’atleta fa il massimo che può fare e in quel momento si rende conto, ma secondo me non completamente, dell’importanza di quell’oro. Se pensiamo anche al fatto che la mia medaglia è stata l’ultima in pista per l’Italia prima di quella di Jacobs a Tokyo, quasi quarant’anni dopo.
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