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Vittorio Veneto
“Guerra e Pace”: al Museo Gypsotheca di Possagno un’armatura di vetro dell’artista Sarah Revoltella esposta accanto al gesso della “Pace” di Antonio Canova. Il presidente Vittorio Sgarbi: “Si celebra il primato dell’arte sulla guerra”
Pubblicato il 25 ott 2022
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“Guerra e Pace”.
Lo spirito di Lev Tolstoj aleggia idealmente tra le opere di Antonio Canova conservate al Museo Gypsotheca di Possagno. Con un’esposizione che in occasione del Bicentenario Canoviano presenta un ardimentoso parallelo tra classico e contemporaneo.
La mostra, intitolata appunto “Guerra e Pace”, è stata inaugurata sabato scorso e rimarrà aperta al pubblico fino all’8 gennaio.
Fonte immagine: museocanova.it
La new entry della situazione è un’opera scultorea dell’artista nata a Ginevra e residente a Padova Sarah Revoltella. Si tratta di un’armatura a grandezza naturale, intitolata La Difesa e realizzata in vetro nell’isola di Murano.
La scultura, che segna l’ultima tappa del ciclo di tre opere Io combatto, inerenti al tema del disarmo, propone una riflessione sull’ambiguità del concetto di difesa, come salvaguardia e tutela dell’individuo.
L’armatura di vetro è stata esposta al fianco e in diretto dialogo con il celebre gesso raffigurante La Pace di Antonio Canova, uno dei tanti gessi all’occhiello del patrimonio del Museo possagnese.
Già, proprio lei: la scultura nota anche come “La Pace di Kiev”, il cui marmo è conservato al Museo Nazionale Khanenko della capitale ucraina. Una statua allegorica dal significato attualissimo che, come noto, era stata concessa in prestito alla mostra “Io, Canova. Genio Europeo” al Museo Civico di Bassano del Grappa ed è quindi rimasta a Kiev, salvaguardata in un luogo segreto, per gli eventi bellici ancora in corso.
Adesso il modello di gesso della “Pace” dell’Antonio nazionale e la raffigurazione della “Guerra” della Revoltella si fanno mostrare l’uno accanto all’altra.
In un luogo che purtroppo la guerra l’ha conosciuta fin troppo bene, col bombardamento austriaco su Possagno del novembre 1917, durante la Battaglia dell’Arresto sul Grappa.
Una granata nemica colpì in pieno il tetto della Gypsotheca causando il crollo del soffitto che frantumò e danneggiò molti gessi canoviani, poi pazientemente ricostruiti - e restituiti alla collettività con la riapertura del Museo del 1922 - dall’eccezionale lavoro di restauro del custode Stefano Serafin assieme al figlio Siro.
“Guerra e Pace” è la nuova proposta di Vittorio Veneto, ovvero del professor Vittorio Sgarbi nella sua veste di presidente della Fondazione Canova onlus di Possagno.
“Il presidente di Fondazione Canova - afferma un comunicato stampa del Museo Gypsotheca - saluta il ritorno della “Pace di Kiev” con l’armatura di vetro di Sarah Revoltella, a celebrare il primato dell’arte sulla guerra. Una speranza. Perché diventi una certezza.”
Il gesso canoviano, col relativo marmo, è una di quelle opere che da sole meriterebbero la trattazione in un libro.
La Pace è raffigurata mentre schiaccia la testa di un serpente, a rappresentare la vittoria sul male. Viene considerata un’opera particolarmente notevole di Antonio Canova, non solo per il valore artistico ma anche per il significato simbolico che ebbe all’epoca e che conserva ancora oggi.
La statua fu commissionata dal politico e diplomatico russo Nikolaj Petrovič Rumjancev, per celebrare alla memoria dei posteri una serie di trattati di pace che egli contribuì a siglare con altri Paesi europei. Canova ideò l’imponente scultura nel 1812, agli albori dell’invasione della Russia, poi rivelatasi un’impresa disastrosa, del suo Old Friend Napoleone Bonaparte.
Così scriveva lo scultore possagnese al politico e intellettuale francese Quatremère de Quincy l’11 febbraio 1812:
«La statua della Pace si farà: vengane la guerra; essa non potrà impedirla. Ma io temo che alla pace generale non si farà statua per ora. Così si potesse farla, come io l’alzerei a mie spese!».
Scalpella scalpella, il genio della scultura neoclassica realizzò l’opera in marmo di Carrara, la concluse nel 1815 e quell’anno la inviò a San Pietroburgo.
Per quasi un secolo e mezzo la sua Pace rimase in territorio russo.
Alla morte di Rumjancev, la collezione d’arte del diplomatico fu donata allo Stato e andò a costituire nel 1831 il nucleo del primo Museo pubblico russo, inizialmente a San Pietroburgo e quindi, nel 1861, trasferito a Mosca.
Finché nel 1953 il segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e presidente di tutte le Russie Nikita Krusciov, ovvero Nikita Sergeevič Chruščëv, ucraino di origine, decise di prendere la statua canoviana de La Pace e di portarla al Museo Nazionale Khanenko di Kiev, dove la scultura diventò così “La Pace di Kiev”.
Spasibo, tovarish.
A proposito di Guerra e Pace e della Grande Guerra terminata per l’Italia a Vittorio Veneto, proprio il gesso de La Pace, che reca sul retro l’iscrizione con la data “7embre 1812”, fu tra le opere che subirono danni gravissimi dalla granata austriaca abbattutasi sul Museo nel 9embre 1917.
Gli fa da contrappunto, nella mostra possagnese appena inaugurata, l’armatura di vetro della Revoltella, intenzionalmente “fragile”, che irrompe in Gypsotheca rivelando - almeno negli auspici dell’autrice - l’inconsistenza dell’azione aggressiva anche come azione di difesa. Opposizione resa ancora più evidente dal parallelo con il capolavoro di Canova, simbolo di fratellanza e di solidarietà tra i popoli.
Il progetto Io combatto mira peraltro a sostituire alla produzione bellica quella artistica, per proporre un’economia basata sul mercato dell’arte in antitesi al mercato delle armi.
Per la serie: tanti auguri.
Ma così è se vi pare: è la riflessione che scaturisce dalla nuova proposta possagnese per il Bicentenario, per comprendere la quale bisogna armarsi di un’opportuna dose di perspicacia.
Una mostra che lancia un messaggio interpretabile anche con un insolito “linguaggio dei materiali”. L’effigie allegorica della pace è infatti rappresentata con la dura compattezza del gesso - per non parlare del marmo conservato a Kiev - mentre l’emblema della guerra viene reso con la delicata fragilità del vetro.
Nella realtà accade esattamente il contrario, perché nulla è più fragile della cosiddetta pace nel mondo, ma con l’ardito accostamento messo in atto dal Museo Gypsotheca di Possagno si può far finta che non sia così.
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