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Aurora Bertollo
Contributor
Bassanonet.it
Lazzaro Bonamico: il ‘’Socrate’’ bassanese
Bassano ha dato i natali a uno dei più importanti esponenti dell’umanesimo veneto: quel movimento culturale post-medievale che, recuperando l’insegnamento degli antichi greci e latini, riportò al centro l’uomo, celebrandone virtù e capacità
Pubblicato il 09 apr 2026
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“Qui nacque Lazzaro Bonamico”, recita la targa sull’affascinante palazzo da cui prende il nome la via che lo separa da piazza Terraglio.
Un edificio risalente al Quattrocento, nel quale ancora si conserva perfettamente un fregio affrescato che illustra, attraverso allegorie classicheggianti dai toni caldi, la formazione dell’uomo perfetto.
Il protagonista è quindi un fanciullo che, grazie ai doni simbolici del ramoscello, dell’anfora e del martello conferitegli dalle figure femminili guide e maestre di vita, compie il cammino per diventare uomo ideale, capace di incarnare le virtù della sapienza, della conoscenza e dell’equilibrio morale.
La casa natale di Lazzaro Bonamico a Bassano, nell’omonima via. ( Foto: Bassanonet.it )
In pochi altri modi si potrebbe introdurre la figura di Lazzaro Bonamico (1477/1479 - 1552), poeta, docente e devoto latinista, attivo nel dibattito sulla lingua e sul volgare che animava gli intellettuali dell’epoca.
Richiestissimo come precettore per nobili rampolli, come i Campeggi a Bologna ed Ercole Gonzaga a Mantova, e conteso dalle più prestigiose Università della penisola, il Bonamico, in accordo con il pensiero umanista, concepiva l’insegnamento non solo come mera trasmissione del sapere, ma piuttosto come formazione del carattere e dell’integrità dello studente, in senso civico e morale. L’obiettivo era, parafrasando un suo scritto, ≪rendere gli uomini migliori≫, virtuosi, sapienti e capaci, proprio come descritto dal programma iconografico della casa natale, forse scelto proprio da lui.
Sebbene non fosse propriamente un filosofo, fu proprio per questa sua forte inclinazione pedagogica, assieme all’amore per l'antichità e all'interesse per la filosofia delle origini, che il Bonamico fu più volte denominato ‘’Socrate’’ dai propri contemporanei: una grande schiera di poeti, scrittori e intellettuali umanisti di cui si circondò nel corso della vita. Tra questi figurano i nomi dei suoi maestri, Musuro e Pomponazzi, ma anche del Sadoleto, del Bembo e di uno dei protagonisti dell’editoria dei classici dell’epoca, Aldo Manuzio.
Simpaticamente si potrebbe anche dire che, proprio come Socrate, Lazzaro non amava scrivere... o meglio, pubblicare. E se ad affidare la memoria ai posteri del grande filosofo ateniese furono gli allievi Platone e Senofonte, qualcosa di simile successe anche diciotto secoli dopo, con gli studenti e amici del Bonamico, i quali pubblicarono i suoi scritti e componimenti solo dopo la sua morte.
Egli infatti, preferiva dedicare il suo tempo al recupero, allo studio e all’interpretazione dei testi antichi, contribuendo così alla loro diffusione e conquistandosi una grande fama anche presso le più prestigiose corti europee. Fu invitato, ad esempio, da Cosimo de Medici a Firenze, da Clemente VII a Roma, ma anche in Francia dall’imperatore Francesco I, a Vienna da Ferdinando d’Austria, e in Inghilterra da Enrico VIII. Inviti che in parte dovette declinare, anche a causa dei suoi
impegni accademici, in particolare con la cattedra dell’Università Patavina, dove si formò lui stesso e a cui rimase fedele fino alla fine dei suoi giorni.
Dell’infanzia bassanese, e quindi del primo avvio agli studi del Bonamico, non si conosce granchè. Nacque da Amico e Dorotea, una famiglia non nobile ma sufficientemente abbiente da garantire al figlio un’istruzione. Secondo alcuni studiosi, la sua prima formazione sarebbe avvenuta in casa con il padre, secondo altri con alcuni chierici, o proprio alla Scuola di Grammatica e Retorica di Bassano, attiva fin dal Medioevo.
La scarsità di informazioni certe non ci priva, però, del piacere di scoprire come l’umanista stesso ricordasse la propria lieta giovinezza, filtrata attraverso la sua sensibilità classica e il suo animo colto. Bassano compare infatti in un’epistola in latino che il Bonamico indirizzò all’allievo e amico concittadino Alessandro Campesano. Il carme contenuto nella lettera, che a quanto pare circolava in città già da tempo, venne poi ristampato con traduzione nel 1818 dalla tipografia Remondini, come omaggio dell’avvocato Tattara per le nozze dei nobili Antonibon-Golini. Riprendendo lo stile bucolico di Virgilio, Bonamico ci parla di alcune gare di poesia tenute sulle rive del cristallino Medoaco (nome antico del Brenta), ai piedi delle colline di Angarano che paragona ai meravigliosi giardini di Alcinoo, re dei Feaci nell’opera omerica; mentre le sue vigne e gli uliveti gli riportano alla mente la fertile Tracia. Una descrizione idilliaca, che dimostra come Bonamico conservò sempre nel cuore, pur lontano da casa, il legame con la propria terra d’origine.
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