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Smontato il caso migranti, a Marostica nasce un progetto dell’amministrazione comunale con la cooperativa Un Segno di Pace per offrire un alloggio temporaneo nella struttura di Crosara alle famiglie sfrattate e in emergenza abitativa
Pubblicato il 05 ago 2025
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Eccoci dunque, egregi lettori, ad un nuovo articolo del canale News di Marosticanet, pardon di Bassanonet.
Che ci volete fare: nell’ultimo periodo Marostica ha scalato le classifiche dell’attualità locale, tra migranti che non arrivano e cineforum che non si fanno.
Ma anche se la rassegna cinematografica estiva è stata bloccata dall’amministrazione comunale, con tutte le conseguenze già ampiamente note, ai piedi del monte Pausolino il cinema è comunque garantito, grazie agli sviluppi delle vicende di questa estate marosticense a dir poco animata, con ampia disponibilità di pop corn per gli spettatori della proiezione.
Da sinistra: Samuele Varotto, Matteo Mozzo, Daniele Camazzola, Simone Signoretto, Michele Angelo Frison (foto Alessandro Tich)
Ed ecco che, come per incanto, il sindaco Matteo Mozzo convoca una conferenza stampa (peraltro già annunciata una ventina di giorni fa, nel pieno dell’onda mediatica del falso allarme sulla “calata” a Crosara di una quindicina di stranieri) nel capiente spazio della sala Franceschetti di Palazzo Baggio.
Oggetto dell’incontro coi cronisti: l’annuncio del “progetto all’avanguardia” che azzera le residue polemiche sul caso degli immigrati ipoteticamente attesi nella struttura di Crosara della cooperativa Un Segno di Pace e innesca una risposta di welfare sociale per le famiglie residenti nel Comune di Marostica in situazione di emergenza abitativa, promosso dall’amministrazione comunale in collaborazione con la cooperativa Un Segno di Pace medesima.
La quale - per inciso - è la proprietaria della struttura nella frazione di Crosara ma non è la cooperativa che avrebbe dovuto gestire i presunti migranti in arrivo.
Ma questo aspetto lo chiarirò un po’ più avanti.
“Dopo la conferma del mancato arrivo dei migranti a Marostica, assieme alla cooperativa Un Segno di Pace abbiamo fatto delle riflessioni importanti e molto costruttive sulle difficoltà che abbiamo sul territorio - esordisce in conferenza stampa il sindaco Mozzo -. Sono estremamente soddisfatto di come si è evoluta la situazione, perché questa collaborazione potrà essere un modello per l’intera Provincia, riguardo alle esigenze dei piccoli Comuni come il nostro.”
I Servizi Sociali del Comune di Marostica si sono infatti trovati a far fronte a un’emergenza abitativa a seguito dell’improvvisa concomitanza di ben sei sfratti per altrettante famiglie residenti nel territorio comunale, che saranno esecutivi nei prossimi sei mesi.
Un numero di famiglie sfrattate e in condizione di difficoltà assai rilevante, rispetto all’unico caso analogo che l’amministrazione comunale ha dovuto affrontare negli ultimi sette anni.
L’accordo con la cooperativa prevede la riattivazione della struttura di Crosara, originariamente adibita all’assistenza e al reinserimento sociale di persone con disagio psichico e chiusa dal 2021, per essere convertita in un centro per l’abitare sociale, offrendo tre zone indipendenti e una serie di spazi comuni (mensa, lavanderia, ambienti polifunzionali) in grado di ospitare temporaneamente le famiglie colpite dalla procedura legale dello sfratto esecutivo, ma non solo.
“L’emergenza abitativa è un fenomeno che a Marostica negli ultimi dieci anni è stato vissuto solamente “di striscio” - spiega Michele Angelo Frison, responsabile dell’Area Servizi Sociali del Comune -. In realtà lo spettro dei disagi sociali per il problema della casa è aumentato notevolmente negli ultimi sei mesi, con un numero importante di famiglie, sei in tutto, in possesso di uno sfratto esecutivo. Sono tutte famiglie con fragilità di varia natura, non solo economica, e anche con minori.”
Di queste, due sono famiglie di origine straniera, le altre quattro sono invece, per così dire, italiane “a tutto tondo”.
“Come Comune - prosegue Frison - non abbiamo in dotazione case in cui poter ospitare temporaneamente i concittadini sfrattati e le procedure per gli alloggi Erp prevedono almeno due anni di tempo tra il bando e l’assegnazione. È emersa la disponibilità della cooperativa ad offrire una soluzione idonea allo scopo. Un “piano B”, se dovesse servire, per l’accoglienza in urgenza delle famiglie in emergenza abitativa all’interno di locali adeguati.”
“Il piano prevede l’inserimento temporaneo delle famiglie nella struttura, in coabitazione e con la condivisione degli spazi generali, per il tempo necessario ad avviare un percorso di soluzioni definitive al problema - aggiunge il responsabile dei Servizi Sociali -. Altri Comuni affrontano analoghe emergenze ospitando le persone in comunità o alberghi, ma sono soluzioni disagevoli e dannose.”
“Questo è il leitmotiv della nostra amministrazione: da un problema nascono tante soluzioni - riprende la parola il sindaco Mozzo -. La disponibilità della cooperativa ci dà la possibilità di un progetto di welfare sociale davvero all’avanguardia. Una collaborazione che apre anche ad altre progettualità. Finita questa emergenza, lavoreremo sul problema del “dopo di noi”, con spazi adibiti allo scopo nella struttura di Crosara, e anche sul co-housing del futuro. Sarà un polo di inclusione trasversale.”
La cooperativa Un Segno di Pace, per usare un eufemismo, non è l’ultima arrivata.
Fondata nel 1985 e quindi presente e attiva da 40 anni esatti sul territorio, conta oggi 130 dipendenti e gestisce una serie di comunità negli ambiti dell’Ulss 7 Pedemontana, Ulss 8 Berica, Ulss 3 Serenissima e Ulss 5 Polesana nel campo dell’assistenza al disagio psichico.
La struttura di via Pianari a Crosara, di sua proprietà, situata in una ex casa privata ristrutturata allo scopo ed attivata a finalità socio sanitarie una ventina di anni fa, fino al 2021 ospitava una comunità di alloggio per persone con disagio psichico.
“Abbiamo accolto con estremo favore la proposta nata e sviluppata dal Comune”, dichiara il presidente della cooperativa Daniele Camazzola, presente in conferenza stampa assieme ai membri del CdA di Un Segno di Pace Simone Signoretto e Samuele Varotto.
“Abbiamo riconosciuto subito la valenza sociale di una progettualità che è la più percorribile e la più spendibile per il territorio, dando risposte a questi nuovi casi che stanno emergendo - continua il presidente -. In una prima fase offriremo gli spazi per rispondere all’emergenza abitativa, ma siamo pronti a sviluppare in futuro percorsi di co-housing strutturali, con il supporto delle nostre figure professionali: educatori, operatori, psicologi.”
In definitiva, e al di là dell’emergenza contingente delle sei famiglie sfrattate, la prospettiva che si apre dalla collaborazione tra Comune e cooperativa sull’utilizzo della struttura di Crosara, grazie al progetto sviluppato assieme all’assessore comunale al Sociale Renato Bertolin, guarda a quattro distinte direzioni.
Vale a dire il “Dopo di noi” per garantire un alloggio e un contesto protetto a persone con disabilità rimaste senza sostegno familiare; l’ospitalità di famiglie evacuate temporaneamente a causa di calamità naturali (come accaduto durante le ondate di maltempo del 2024); percorsi di co-housing per giovani, anziani autosufficienti e progetti di scambio culturale; iniziative condivise con i Comuni limitrofi, creando un polo intercomunale per l’inclusione e l’abitare sociale.
Amen.
Ma il vostro umile cronista non può finire l’articolo su questa vicenda senza tornare al suo peccato originale, su cui chiede ulteriori spiegazioni al sindaco: il caso del presunto arrivo dei migranti a Crosara, poi smentito dal sindaco stesso, da cui tutta questa storia - dal punto di vista dei suoi echi mediatici - è partita.
Matteo Mozzo chiarisce innanzitutto che l’aggancio con la cooperativa Un Segno di Pace non è stato conseguente al “caso immigrati”: le interlocuzioni tra le due parti erano state avviate già da prima, allo scopo di ricercare delle soluzioni logistiche condivise ad alcune problematiche di valenza sociale, poi concentratesi nell’emergenza improvvisa degli sfratti esecutivi.
Viene inoltre chiarito il fatto, che ho anticipato all’inizio di questo articolo, che la cooperativa che avrebbe dovuto gestire l’accoglienza degli eventuali migranti in arrivo a Crosara non è Un Segno di Pace, proprietaria dei muri, ma un’altra cooperativa da fuori Provincia che aveva chiesto a Un Segno di Pace di poter usufruire dello stabile per fare un centro di accoglienza per immigrati.
Ed era proprio questa l’informazione contenuta nella famosa PEC della Prefettura di Vicenza, arrivata in Comune ma “scoperta” dal sindaco solo nei giorni successivi.
Immediate verifiche hanno tuttavia appurato l’“inefficienza” della cooperativa esterna nella gestione dei migranti e pertanto, d’accordo con Un Segno di Pace, non se ne è fatto più nulla.
Tutto è bene quel che finisce bene, dunque, e l’ultimo chiude la porta (citazione dai fumetti di Nick Carter).
Foto di gruppo finale col sindaco Mozzo e il presidente della cooperativa Camazzola che si stringono la mano.
La pace sia con voi.
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