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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Artemisia al Castello
È andato in scena ieri sera, martedì 16 luglio, al Castello degli Ezzelini, lo spettacolo-concerto su Artemisia Gentileschi ideato da Accademia d’Arcadia e da Anagoor
Pubblicato il 17 lug 2013
Visto 3.333 volte
Andato in scena ieri sera, martedì 16 luglio, al Castello degli Ezzelini, Et manchi pietà. Lo spettacolo, proposto dall’orchestra barocca Accademia d’Arcadia e Anagoor, è nato da una suggestione particolare, come hanno spiegato Simone Derai e Alessandra Rossi Lüring all’aperitivo teatrale che ha preceduto l’evento – l’incontro preserale è stato organizzato da Operaestate con Color Teatri. Palazzo Reale a Milano ha ospitato due anni fa una ricca mostra monografica, riproposta poi a Parigi, su Artemisia Gentileschi (Roma 1593-Napoli 1652). La rassegna, ideata e curata da Roberto Contini, conservatore alla Gemäldegalerie di Berlino, e Francesco Solinas, Maître de Conférences al Collège de France, ha riunito ed esposto una quarantina di opere della pittora seicentesca, alcuni dipinti di altri artisti, tra i quali una Santa Cecilia del padre Orazio e un ritratto a mezza figura donatole da Simon Vouet, e poi cinque lettere scelte da un carteggio, dalla corrispondenza che Artemisia intrattenne con Francesco Maria Maringhi, il suo “amore benedeto”.
Dell’esposizione faceva parte anche un dipinto proveniente dal Museo di Bassano, uno dei seriali Susanna e i Vecchioni prodotti da Artemisia: l’opera è stata scelta da Anagoor come protagonista del primo “quadro” della loro video-installazione. Partendo dallo spunto offerto dall’esposizione, la sfida di Anagoor e di Accademia d’Arcadia è stata quella di concepire un’opera parlante su Artemisia Gentileschi: per consentire all’artista e alla donna di parlare la sua vera lingua, sono stati utilizzati la musica antica prodotta da alcuni grandi artisti del Seicento (tra gli autori Lorenzo Allegri, Claudio Monteverdi, Giovanni Maria Trabaci, Luca Rossi, Barbara Strozzi…), suonata con strumenti che riproducono quelli esistenti all’epoca, e il canto, i pezzi per voce sono stati interpretati dalla soprano Silvia Frigato.
Anagoor, in sinergia con Accademia d’Arcadia, ha realizzato un apparato visivo dialogante con la musica e traghettante la storia di Artemisia nella contemporaneità. Per la Compagnia l’altra sfida di questo nuovo percorso di “Ekfrasis storie dell’arte” poneva sul campo la valutazione del portato biografico di Artemisia Gentileschi, enorme rispetto a quello nebuloso di Giorgione che faceva solo da sfondo allo spettacolo La Tempesta. I contributi estranei al lavoro di un artista, alla produzione che ottenuti riconoscimenti e successo lo fa assurgere all’immortalità, sembrano sempre profanare la sua opera, linkano beffardi gli ancoraggi a un’esistenza terrena, dichiarando legami inconfutabili con luoghi definiti e tempi limitati, denunciano il tentativo di ri-contaminarla di umanità.
una scena della video-installazione di Anagoor
L’effetto di questo tipo di operazioni è spesso consolatorio, serve ad avvicinare le folle e ha una sua efficacia legittima e comprovata (Artemisia negli anni ’70 diventò un’icona del movimento femminista). Anche nella mostra era nelle intenzioni dichiarate dai curatori, accanto alla volontà di riscoprire il posto della Gentileschi nella grande pittura del suo tempo, il desiderio di fornire gli strumenti per approfondire le vicende che hanno segnato le tappe della sua esistenza, e di farlo divulgando parte della documentazione edita e inedita che la riguarda, restituendo ai visitatori il racconto che una donna del Seicento ha lasciato di sé. Da qui la scelta di introdurre alla sua conoscenza attraverso un passaggio obbligato, sanguigno e uterino, nella stanza dello stupro – Artemisia fu violentata da un amico del padre, Agostino Tassi, suo insegnante di prospettiva; il processo che seguì al drammatico evento suscitò molto scalpore e la traccia di questa esperienza restò sempre impressa come una A scarlatta nella vita dell’artista. L’imprintig alla visita era dato dall’ascolto delle parole crude di Artemisia tratte dagli Atti del processo e affidate alla voce di Emma Dante: con una suggestione così, come non sgranare occhi complici più che inorriditi davanti a Giuditta che sgozza Oloferne? A chi cercava l’arte più che l’artista l’intervento richiesto era quello di bypassare il grumo rosso del prologo, di rimuovere dunque l’eco e i suoi cori e di muoversi altrove per sottrazione, ignorando i neonati assassini orbitanti attorno nelle sale successive. Solo avanzando nell’itinerario come fanno i lettori senza pregiudizi, gente di solito poco interessata ai tour nelle case-museo degli scrittori, era possibile fermare lo sguardo a indugiare a lungo sui ritratti di amanti celebri come Cleopatra, Lucrezia, Danae, Salomè, senza rivolgere il pensiero a Maringhi, all’uomo nell’ombra che era stato l’amore di una vita e al quale Artemisia aveva scritto disortografando felice, dimentica della sua lingua e della sua intelligenza:
“Se Vostra Signoria si potesse inmaginare quanto sia l’allegrezza che io o avuto quando ebbi la sua, la si stupiria, se Vostra Signoria non diventasse uno angiolo non è mai inpossibile che altremente lo potesse vedere”.
Nei saloni a seguire si rendeva urgente e necessario un taglio netto, chirurgico, che consentisse di portare all’attenzione solo l’abilità tecnica, le pennellate, i panneggi, la cura dei particolari. L’Artemisia donna fu oltraggiata, fu travagliata da quattro gravidanze in sei anni, subì la tortura dello schiacciamento dei pollici e morì (forse) di peste; l’Artemisia artista fu amica di Galileo Galilei, frequentò Casa Buonarroti, fu ospite ricercata e gradita in Regge che brulicavano di musicisti, di poeti, di scienziati di ogni nazionalità, fu capace di rispondere alle richieste sempre più sofisticate dei committenti ed ebbe anche il tributo dell’odio rapace, i veneziani Giovan Francesco Loredano e Pietro Michiele le dedicarono questo epitaffio:
Co'l dipinger la faccia a questo e a quello
Nel mondo m'acquistai merto infinito
Nel l'intagliar le corna a mio marito
Lasciai il pennello, e presi lo scalpello
Gentil'esca de cori a chi vedermi
Poteva sempre fui nel cieco Mondo;
Hor, che tra questi marmi mi nascondo,
Sono fatta Gentil'esca de vermi.
A chi rivolge la sua attenzione all’opera di un autore o di un artista poco importa della verità o della verosimiglianza delle sue passioni, l’incontro che cerca è quello con chi ha scelto una passione sola ed è riuscito amandola a renderle un omaggio inedito, irripetibile. La produzione di un artista capace non è negata né affermata da turpitudini o santità compiute in vita – la tentazione di cercare l’Ercole (quello dipinto dalla Gentileschi è tutt’oggi ancora introvabile) è sempre rischiosa – semplicemente, miracolosamente, e spesso da sola, la sua opera gli sopravvive.
Sul palco la musica e il canto hanno narrato un’epoca ricca di fermento e di sperimentazione; sullo schermo innalzato al Castello sono passate immagini e tele dipinte di vita e di relazioni umane; maschere annuncianti tragedie e trionfi; contributi muti eppure teatrali che scorrevano lenti e che hanno lasciato molto spazio all’immaginazione – e a una rilettura barocca, giocosa e a tratti inquietante agganciata dalla contemporaneità. Qui un assaggio dello spettacolo-concerto www.anagoor.com/Video/etmanchipeta.htm, presto sarà on line anche il contributo realizzato da Bassanonet Cult.tv.
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