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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Un nuovo Tessuto, per festeggiare i cinque anni della Collezione Costenaro
A San Giuseppe di Cassola, la presentazione del progetto sonoro di Giulio Patuzzi che accoglie nella Sala del Ronzio
Pubblicato il 22 feb 2026
Visto 9.348 volte
Venerdì 20 febbraio, al Teatrino della Collezione Costenaro, si è tenuto un incontro che ha segnato non solo il quinto anniversario dell’apertura al pubblico dell’importante raccolta con al centro la ceramica contemporanea rappresentante un vanto per il Comune di Cassola, per il Bassanese e non solo, ma anche la presentazione ufficiale di un progetto ideato con la finalità ideale di tradurre in suono l’identità stessa del territorio.
Al centro del dialogo, condotto da Carlo Alberto Collanega, vi è stato “Tessuto produttivo”, una composizione ideata dal sound designer Giulio Patuzzi che farà da corredo all’esposizione “Il ronzio della ceramica”, allestita dallo scenografo Mauro Zocchetta in una sezione della preziosa Collezione, gioiellino creato con passione nel corso di alcuni decenni da Ivano Costenaro presentato al pubblico ufficialmente nel 2021.
i protagonisti dell'incontro nel Teatrino della Collezione Costenaro (foto Mirco Vettore)
L’appuntamento, inserito nel calendario della rassegna “70+40+190=300 storie POP”, a cura di Eleonora Zampieri e Marco Maria Polloniato, ha assunto un valore ulteriore per la coincidenza con il festeggiamento dei settantacinque anni di Costenaro, figura centrale nella nascita della Collezione e instancabile osservatore del tessuto artigianale ed economico locale. È proprio questo “tessuto produttivo” – inteso non soltanto come sistema di settore ma come stratificazione culturale, ambientale e umana – ad aver fornito la materia prima della sonorizzazione permanente allestita nella Sala del Ronzio.
Il “Ronzio” occupa dal 2023 l’ampio spazio adiacente il Teatrino. Si tratta di un luogo arredato ispirandosi formalmente a un’arnia e all’interno delle celle stazionano in abbinamento macchine per scrivere Olivetti e opere di design ceramico del territorio — vi si trova collocato anche un esempio di welfare aziendale, rappresentato da una cucina Alpex Inox.
Già nell’allestimento, come accennato, è richiamata la forma dell’alveare: tutto attorno, moduli esagonali evocano l’operosità delle api, la loro società complessa ed efficientissima, l’idea del lavoro come impresa collettiva. Non si tratta di un’immagine casuale: come è stato raccontato nel corso della serata, l’idea del Ronzio nasce anche da un’esperienza concreta drammatica concomitante alla sua creazione, allorché un’azienda orafa del territorio fu colpita da un grave incendio: in quel periodo di sospensione forzata dell’attività, ciò che più mancava – oltre alla scontata sicurezza economica – era proprio il rumore quotidiano delle macchine lavoratrici: un rumore di sottofondo continuo che, da fastidio percepito, si è rivelato improvvisamente segno vitale di presenza, di comunità, di lavoro.
Il “ronzio” è diventato in questo senso metafora sonora della laboriosità che è stata, ed è ancora, la cifra del Bassanese e della provincia veneta in generale: un suono che accompagna nella vita, che dà sicurezza, che definisce uno spazio produttivo e un tempo di vita a ciò dedicato.
È sulla base di questi spunti che Patuzzi ha costruito la propria composizione. Una formazione accademica in musica elettronica al Conservatorio “Pollini” di Padova, accanto un’esperienza internazionale e una ricerca che intreccia tecnologia e percezione, Giulio Patuzzi si muove nel solco della sound art e della musica concreta, con un approccio fortemente site-specific.
Il suono in questi contesti è inteso non come semplice accompagnamento, ma come materia viva, capace di ridefinire la fruizione di uno spazio. L’origine del progetto risale ai tempi della tesi di laurea di Patuzzi, quando propose alla Collezione un dispositivo interattivo capace di attivare suoni in relazione alle opere esposte.
L’idea iniziale prevedeva sensori di prossimità che, al passaggio del visitatore, diffondessero registrazioni legate ai materiali e ai processi produttivi rappresentati. Il progetto si è man mano evoluto: l’interazione diretta ha lasciato spazio a una composizione ambientale continua, pensata per accogliere il pubblico in modo immersivo.
È nato così Tessuto produttivo, una sorta di viaggio sonoro costruito attraverso una mappatura delle realtà artigianali e industriali locali. Patuzzi ha visitato laboratori di ceramica, falegnamerie, aziende tessili, realtà orafe, collezionisti di macchine da scrivere; ha registrato il tornio che modella l’argilla, il passaggio del materiale nella trafila per i “cornovasi”, il tintinnio del ferro, il taglio netto delle forbici sui tessuti, il lavorio dei macchinari per la lavorazione del legno, il ticchettio inconfondibile delle tastiere.
La composizione si apre con il ronzio di un alveare, immergendo l’ascoltatore in una dimensione naturale quasi primordiale. Seguono i suoni della terra e dell’acqua; poi quelli dell’artigianato manuale; quindi le sonorità industriali. Il percorso culmina nelle ritmiche delle macchine per la creazione delle catene dorate, per poi tornare, circolarmente, al ronzio delle api. Tradizione, innovazione e natura si tengono insieme in un unico flusso. Interessante è anche la percezione personale in corso d’opera raccontata dal musicista: nei laboratori artigianali si è sentito parte del processo, immerso in suoni organici e gesti lenti; nelle realtà industriali il paesaggio acustico cambiava radicalmente, diventando più meccanico e distante. Differenze che, nella composizione finale, ritrovano una ricomposizione armonica.
Nel dialogo con Collanega sono emersi riferimenti storici alla musica concreta e alla ricerca novecentesca sul suono come elemento autonomo, svincolato dalla partitura e dall’interprete.
Si tratta di operazioni di quelle che sarebbero piaciute molto al compianto Luigi Bonotto, nate nello stile delle creazioni di Fluxus.
Al di là delle ampie genealogie artistiche, ciò che rende il progetto un intervento significativo è il suo radicamento locale. La sonorizzazione accoglie il visitatore, lo accompagna tra le opere, lo invita ad ascoltare ciò che spesso resta sullo sfondo a fronte dell’ammirazione di un oggetto – il lavoro, la fatica, la ripetizione, la precisione, i ticchettii che sanno di orologio, la memoria industriale.
In un territorio dove il sistema produttivo ha modellato non solo l’economia ma anche l’identità culturale, trasformare il lavoro in paesaggio sonoro significa riconoscerne il valore simbolico, la cifra poetica di una comunità. Tutto ciò esula dalla rappresentazione di un semplice rumore di fondo che faccia da colonna sonora ai giorni del lavoro, interpreta forse più una passione insita per la creazione, per la produzione di oggetti fatti ad arte.
Un breve intervento poetico-performativo di Marco Patuzzi, inserito al termine dell’appuntamento, ha ulteriormente sottolineato la dimensione narrativa dell’operazione, intrecciati parola e suono in un unico racconto.
Davvero numerose le personalità legate al mondo artigianale, artistico, politico e imprenditoriale presenti alla serata nell’occasione di questi importanti traguardi, alcune coinvolte direttamente nel progetto giunto a compimento a corredo dell’interessante sezione della Collezione messa in luce, e fatta “suonare”, nel corso dell’incontro.
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