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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Tra odissee e ritorni a casa, con Giovanni Lindo Ferretti
Ultimo fine settimana e chiusura con una moltitudine di voci, per il 77° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza
Pubblicato il 19 ott 2024
Visto 5.081 volte
Il Teatro Olimpico di Vicenza venerdì 18 ottobre ha ospitato il penultimo appuntamento del 77° Ciclo di Spettacoli Classici, rassegna diretta da Ermanna Montanari e Marco Martinelli.
Una prima assoluta, quella che ha visto protagonista Giovanni Lindo Ferretti, sul palco con Simone Beneventi (vincitore del Leone d’Argento alla Biennale Musica del 2010).
moltitudine in cadenza, percuotendo il titolo dello spettacolo, evento circondato fino all’ultimo da un’aura di mistero, comunicati per la stampa inclusi. Bellissime parole e bellissima musica, è quanto legittimamente ci si poteva aspettare, già preannunciate dai nomi dei protagonisti: Giovanni Lindo Ferretti è una delle figure più affascinanti, provocatorie, controverse ed enigmatiche del panorama culturale e musicale italiano — co-fondatore dei CCCP prima e dei CSI dopo, fino ad arrivare ai PGR (Per Grazia Ricevuta). In questo 2024 è stato impegnato con i primi in un tour che ha scelto al suo interno tappe significative rispetto alla “non-storia” quarantennale del gruppo narrata tra le note (una di queste tappe l’abbiamo raccontata qui: tinyurl.com/ysk8tpsa).
Giovanni Lindo Ferretti e Simone Beneventi al Teatro Olimpico (foto Roberto De Biasio)
Con lui, a Vicenza, Simone Beneventi, officiante del rito ritmico che vanta collaborazioni con realtà come gli Zeitkratzer e la Filarmonica della Scala.
Nessun mistero sul testo arrivati a teatro, con l’intero monologo consegnato agli spettatori stampato nel libretto di scena. Senza apparato introduttivo né commento critico o didascalico: meraviglioso. La sacralità della narrazione “in purezza”, senza orpelli o intrusioni delucidative o santi dei santi di sorta.
Un racconto intenso messo in primo piano, in un ritorno alle origini da falò guerriero, e una vita intera, quella del narratore, sbobinata su un palcoscenico — perché in privato o al riparo di pagine di carta sarebbe altro affare. Se non vi è riconoscimento pubblico, nessuna cosa per quanto la si possa ritenere importante può essere esistita davvero. Niente esce realmente dai binari del pensiero altrimenti, anche se gli interessati si illudono che lo faccia. Senza la piazza intorno a guardare, nulla che alla povera mente umana pare poter essere, in verità è.
Un eroico-monologo dunque, musicato e musicante, a dare voce a successi e a fallimenti, narrante forze sovraumane e umane fragilità. Cantata in un paio d’ore, la storia di un artista e di un uomo, messo il cuore a nudo. In parallelo, la storia di un’epoca, anche se il personaggio in questione è da sempre antica sibilla e creatura da A.I. insieme.
Alcuni scorci di missiva al passato e di lettera al futuro, ma l’orizzonte principale di Ferretti è il presente, il mitico all’erta sto.
Il “coro”, immagine-guida dei Classici all’Olimpico, è in questo assetto incarnato dalla moltitudine in cadenza con la quale il cuore, volenti o nolenti, anche se ballerino batte all’unisono, almeno fino a che si è, e fino a che il beat che ci fa muovere, o l’io che ci fa stare fermi, a libera scelta, percuoterà.
Tanta classicità e una folla di statue intorno, umanizzate e messe in evidenza dal disegno di luci e ombre curato da Luca Pagliano. Al centro del proscenio, seduto in poltrona, Giovanni Lindo Ferretti vestito da casa, o da strada, indosso abiti da fuori scena — davanti a un pubblico che guarda attento chi c’è e com’è, in queste occasioni particolari.
Per gran parte del tempo è rimasto seduto o fermo, con una compostezza che solo chi ha respirato aria libera sa portare. Davanti a lui, il teschio amletico del suo amato cavallo, chiamato come personaggio “Tre di tre”. Vita e morte insieme. Ferretti dirà più avanti: «non vorrei essere che qui, in questa incerta ora, dove i morti non sono così morti come sembra e i vivi non sono così vivi come vorrebbero».
A fianco, dialogante e scudiero, l’apparato di strumentazioni da percussione armato e luccicante, enormi “campanacci” compresi, e il vibrafono midi di Beneventi. A tratti per lo spettatore risulta insostenibile la posizione da seduti, soprattutto quando il ritmo, tra voce salmodiante e andare delle percussioni, si fa tribale, ipnotico. L’uomo artefice della cattura, come accade anche in concerto, pare non avvedersene e resta sempre immobile, le mani in tasca, è del tutto lì ma anche del tutto altrove.
Un’apparenza di casa, l’angolo-falò ricreato al centro dell’Olimpico, eppure dentro e fuori mondi smisurati, “tra i bivacchi e gli accampamenti di un Teatro barbarico”, che si estende con le sue linee gotiche o sconfinanti fino in Mongolia e più in là, sotto i cieli dalle mille luci di deserti lontani.
La città di nascita di Ferretti, Mantova, è chiamata ad aprire e a chiudere un cerchio tra innesti e sradicamenti — Mantova è stata l’ultima tappa del tour estivo dei CCCP, con un concerto memorabile ospitato il 29 agosto a Palazzo Te. Poi, sempre in viaggio, ad apparire sono città che vanno da Bologna a Berlino a Gerusalemme a in capo al mondo, luoghi che hanno rappresentato crescite per vie traverse, ripercorsi in una sorta di geografia sociale. Nel mezzo, crocevia politici e filosofici; innesti economici e poetici e profetici, in regime di metanoia; profumo di tortellini in brodo e citazioni tratte da canzoni e opere note, per chi ha seguito con fedeltà certe linee. Un mondo smisurato, appunto, e sfaccettato, dai bordi taglienti, per ciò non votato all’abbraccio e alla condivisione.
In brevi apparizioni, sono sfilati ricordi di persone, tante, da ombre antenate ai famigliari più stretti a membri di altalenanti sodalizi artistici e perenni affratellamenti umani; e verso il finale, in cadenza, esseri viventi detti “anime animali”, fino all’ingresso dell’essere-dio tolto l’io di mezzo. A lui nel finale sarà intonato un Te Deum doloroso, da brividi, con inchini dal sapore d’Oriente e lo sguardo rivolto a un celebre cielo rosa-azzurro mai stato così finto.
Un’ovazione, a fine spettacolo. Applausi caldi come non se ne sentivano da un po’ a teatro, del resto era presente in buona parte un pubblico da concerto.
Niente bis, «difficile dire altro dopo il Te Deum», ha anticipato sorridendo come fa lui Ferretti, è seguita solo un’appendice con parole dai toni risentiti, da dio padre.
E in fine, quello sguardo nero e punk a bucare ogni schermo, fin su sulla loggia, e più in là.
Commovente, magnifico.
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