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Aurora Bertollo
Contributor
Bassanonet.it
Un bassanese in terra straniera
La storia di Alberto Parolini: la spedizione tra Grecia e Asia Minore che ha unito ricerca scientifica e archeologia all’alba delle discipline naturalistiche moderne
Pubblicato il 06 giu 2026
Visto 169 volte
Tra le figure più emblematiche e affascinanti dell’Ottocento emerge quella di un nuovo tipo esploratore, al servizio del sapere e della scienza.
Si afferma un nuovo modo di osservare il mondo: lo sguardo del filosofo cede il posto a quello del ricercatore; il Grand Tour dei giovani rampolli aristocratici si evolve nell’indagine metodologica dei padri delle scienze moderne; l’ideale illuminista lascia spazio al rigore positivista.
Tra gli esploratori di quest’epoca di passaggio figura anche Alberto Parolini (1788–1867), celebre botanico bassanese, grazie al quale ancora oggi è possibile passeggiare nel giardino che egli, con costante dedizione, arricchì per tutta la vita con esemplari di piante provenienti da ogni parte del mondo. La sua più grande impresa scientifico-esplorativa fu condotta tra il 1819 e il 1820 assieme all’amico e collega inglese Philip Barker Webb (1793-1854), attraverso regioni allora ancora poco indagate, tra la Grecia e l’attuale Turchia.
Il busto di Alberto Parolini all’interno dell’omonimo giardino.
I due si erano conosciuti pochi anni prima a Venezia e, come scrisse lo stesso Webb, erano probabilmente «nati sotto l’influenza favorevole di qualche costellazione affine», unica ipotesi in grado di spiegare la profonda affinità e intesa che si instaurò tra loro fin da subito.
Poco dopo il Carnevale del 1819 si incontrarono a Napoli, raggiunsero insieme Otranto da dove salparono alla volta delle isole Ionie. Trentenne l’uno, e venticinquenne l’altro, arrivarono a Corfù, Leucade, Itaca e Zante, per poi approdare alla penisola del Peloponneso. Proseguirono quindi verso Corinto, poi entrarono nella regione dell’Attica, spingendosi tra le Cicladi e le isole Saroniche, fino a raggiungere Scio, simbolica frontiera dell’epoca con l’Oriente. Da lì risalirono verso lo stretto dei Dardanelli, raggiunsero Costantinopoli, l’antica Istanbul, si inoltrarono fino all’imbocco del Mar Nero, per poi tornare nella Troade, che percorsero in lungo e in largo, dalle coste alle vette boscose, dalle rive alle sorgenti dei fiumi.
Un lungo itinerario che non fu solo un semplice viaggio, ma ciò che oggi definiremmo una vera e propria avventura. Stupore, percorsi insidiosi, amicizia, l’imprevisto della peste, tempeste, pirateria e incidenti, ma soprattutto un’intensa sete di conoscenza emergono con chiarezza dai loro scritti, lettere e quel volume di Webb dal titolo ‘’Osservazioni intorno allo stato antico e presente dell'Agro trojano’’. Prodotti in quella fase di passaggio in cui il metodo scientifico non aveva ancora assunto una forma rigidamente codificata, questi resoconti appaiono sospesi tra diario di viaggio e studio, non limitandosi alle mere osservazioni tecniche, ma riuscendo ancora oggi a coinvolgere anche il lettore non specialista.
Webb e Parolini, partiti con l’intento di stendere una carta topografica e di raccogliere, catalogare e studiare minerali e vegetazione, non celano la commozione di fronte ai meravigliosi panorami, né lo stupore di trovarsi nelle celebri terre della mitologia greca.
Ben presto, infatti, i due si fanno coinvolgere in quella che era la ≪guerra di Troia≫ del loro tempo: non più un combattimento con archi, lance e spade, ma uno scontro tra eruditi, alla ricerca della reale collocazione dell’antica città di Priamo.
Ecco quindi che botanica, mineralogia, paleontologia convergono con l’archeologia, ma anche con la storia, il mito, la poesia. Omero diventa una sorta di antica guida nell’esplorazione dei territori, insieme alle antiche voci di Tucidide, Plinio, Lucrezio, Dante, Pietro Della Valle, che vengono posti in dialogo sia con le testimonianze dei viaggiatori e studiosi moderni, ma soprattutto con ciò che Parolini e Webb osservano sul campo.
Interessante è anche la curiosità dei due studiosi nei confronti delle culture diverse, dei loro costumi, delle attività quotidiane, della dieta e specialità del territorio, assieme alle riflessioni critiche sul sistema di potere, sulla diffusa povertà e sulle condizioni delle comunità cristiane, spesso soggette a tassazioni diverse rispetto a quelle musulmane. Un’attenta osservazione che, pur non priva della prospettiva europea ottocentesca, li avvicina a una fase embrionale di quella che sarà la nascente etnografia.
Talvolta, la cultura contribuisce a creare un ponte tra le civiltà, come quando i due notano la sopravvivenza di culti pagani e protocristiani celebrati in alcuni villaggi di fede musulmana, oppure quando Parolini ricorda la città di Assos come tappa di San Paolo. Non manca l'apprezzamento per l'ospitalità degli autoctoni, laddove viene incontrata, mentre in altre zone il rapporto si fa più teso, complice la distanza religiosa e la diffidenza reciproca, come quando le autorità ottomane, sospettando che gli europei siano alla ricerca di un tesoro, li fanno pedinare e arrestare, o ancora le difficoltà linguistiche.
Un’avventura non priva di rischi, quella di Parolini e Webb, capace di restituire una testimonianza significativa sia delle difficoltà di viaggio dell’epoca sia della nascente ricerca sul campo, in un momento cruciale in cui botanica, geologia, paleontologia, mineralogia e zoologia iniziano a definirsi nel loro significato scientifico e specialistico, senza tuttavia rinunciare allo stupore del racconto dell’esperienza.
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