The Eco Chamber, l’eco lontana di Bertolucci
Andrea Pallaoro porta a Venezia 83 l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci dividendo il pubblico
A renderlo particolarmente atteso è la sceneggiatura, l’ultima scritta da Bernardo Bertolucci nel 2018, insieme a Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini, prima della sua morte. Un lascito postumo importante, affidato ora allo sguardo di un regista giovane, chiamato inevitabilmente a confrontarsi con l’eredità di uno dei più grandi autori del cinema italiano.
Il film è stato accolto a Venezia in modo discordante, c’è chi lo ha amato, chi non l’ha capito e chi è uscito prima dalla sala, perché, diciamolo, la staticità innervosisce gli animi.
Interamente girato all'interno di un appartamento londinese, il regista ha infatti volutamente generare un effetto claustrofobico, con lo scopo di ricreare lo stato d'animo dei due attori protagonisti, intrappolati nella loro relazione.
Scelta inusuale anche il formato 1:1 che sottolinea ulteriormente questa sensazione; l’immagine quadrata restringe il campo e porta lo spettatore molto vicino ai volti e ai corpi dei protagonisti. L’appartamento finisce così per essere qualcosa di più di un semplice sfondo, è parte integrante della storia, una prigione emotiva dove ogni oggetto acquisisce un significato ulteriore. .
Al suo interno vivono Leonardo, interpretato da Luca Marinelli, e Anne, interpretata da Alicia Vikander.
Lui è un produttore musicale afflitto da un dolore cronico alla schiena che gli ha tolto la vita di prima, eccolo il riferimento autobiografico di Bertolucci, che subì diversi interventi chirurgici alla schiena e ben sapeva quanto un dolore fisico possa diventare un dolore esistenziale, invadendo ogni spazio mentale.
Anne, un medico, entra nella vita di Leo come “un angelo”, così lui la definisce e riesce a rimetterlo in piedi fisicamente ed emotivamente, grazie all’aiuto di potenti farmaci per lenire il dolore.
L’appartamento si trasforma nell’altare di una storia d’amore malata, dove la cura è il collante tra i due e i baci hanno il sapore dell’assenzio, per anestetizzare il presente.
Bisogno fisico ed emotivo si intervallano a più riprese e viene normale chiedersi:
“dove finisce l'amore e inizia la dipendenza tra i due? Leo si è davvero innamorato o è solo una reazione “chimica” al fatto che Anne lo sta aiutando? E quanto Anne sta manipolando Leo utilizzando la cura come controllo sull'amato ?
È proprio qui che intravediamo finalmente l’anima di Bertolucci. Nella sessualità soprattutto, che ha qualcosa di inquieto, quasi deviato; il desiderio diventa una forma di confronto e di potere e i corpi assumono un peso narrativo che va oltre la semplice dimensione erotica.
Pallaoro utilizza la macchina da presa in modo sartoriale, insiste sui primi piani, sui silenzi, sulle sequenze lunghe e ripetute, quante docce hanno fatto i due attori in tutto il film?
Malgrado ciò, il film rimane sempre ad un livello narrativo superficiale.
La presenza di Susan Sarandon, nel ruolo di Ava, una cantante âgée che lavora con Leonardo, riesce solo in parte a farci entrare nella profondità dei personaggi, perché di fatto, non sappiamo nulla di loro, nulla che non sia dentro quella casa.
È a lei che Leonardo affida, sottovoce, la frase più significativa: «La mia autodistruzione è forse esattamente ciò che voglio».
Questo è ciò che rimane alla fine del film, la constatazione e l’amara considerazione che tutto l’amore del mondo non basta a salvare una persona, anzi, a volte l’amore può fare ancor più male. Le anime fragili si attraggono, ma questo non vuol dire che tutto possa essere aggiustato come una tazza.
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