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Cin-cin-nato
Interviste in enoteca: Massimo Vallotto, architetto e imprenditore agricolo e vitivinicolo, produttore di vini resistenti nella tenuta con resort Ca’ Apollonio World a Romano d’Ezzelino
Pubblicato il 22 apr 2023
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Se volete, andate sul menù degli “argomenti” di Bassanonet, cliccate sulla lettera M e poi, scorrendo l’elenco dei tag, cliccate su “Massimo Vallotto”.
Vedrete le decine e decine di articoli in cui negli anni ho scritto dell’architetto Massimo Vallotto, con riferimento ai suoi diversi ruoli di impegno civico di rilevanza pubblica.
Come co-estensore del Masterplan Bassano 2020, come presidente dell’associazione Urban Center Bassano, come presidente della Fondazione Museo dell’Automobile Bonfanti-Vimar, come responsabile del gruppo di lavoro b_urbanpro impegnato nella tematica dell’Housing Sociale e nella redazione del Masterplan San Vito Nord, come promotore di dibattiti sull’allora Polo Museale Santa Chiara e soprattutto come co-fondatore del Tavolo di Marketing Territoriale per il Marchio d’Area “Territori del Brenta”.
Massimo Vallotto (foto Alessandro Tich)
Ebbene: l’ultimo articolo che lo riguarda su questi temi, relativo al Polo Museale, risale al 2018. Negli ultimi anni, infatti, Vallotto ha staccato la spina da tutte queste cose per concentrarsi totalmente sulla sua nuova avventura di vita. E cioè la creazione, assieme alla moglie Maria Pia, di Ca’ Apollonio: un’oasi naturale a Romano d’Ezzelino e un parco agricolo dove frutta, verdura e cereali vengono coltivati secondo il metodo biologico certificato, ispirando la creazione di nuovi piatti al correlato bistrot gourmet nonché resort Ca’ Apollonio Heritage, il cui executive chef è il cuoco stellato Alessio Longhini.
Ma c’è di più. Sui verdi declivi appositamente riqualificati di Ca’ Apollonio l’architetto Vallotto ha intrapreso con determinazione la coltura di vitigni resistenti, ovvero refrattari alle patologie fungine della vite (oidio e peronospora) e privi per questo di trattamenti chimici e da fitofarmaci, per la produzione di vini piwi imbottigliati con l’etichetta della cantina Ca’ da Roman.
Lo incontro negli spazi dell’enoteca Sant’Eusebio, che fa parte del complesso dell’hotel Alla Corte nell’omonima frazione di Bassano, sede di questa nuova rubrica di interviste di Bassanonet.
Sono curioso di sapere come mai a un certo punto il noto architetto bassanese, che continua comunque a svolgere la sua professione, abbia deciso di abbandonare l’attività civica per ritirarsi in campagna come un novello Cincinnato.
O se preferite, visto che il mondo dei vini resistenti e sostenibili è diventato una componente davvero importante del suo nuovo universo di riferimento, Cin-cin-nato.
Massimo Vallotto, lei è stato per molti anni al centro della vita pubblica cittadina per il suo impegno civico. Dopodiché cosa è successo?
Niente di grave. È successo che dopo tanti anni di tentativi reiterati di cercare di lasciare un segno civico nel cambiamento e nell’evoluzione del territorio bassanese che amo, mi sono reso conto e ho dovuto constatare che la mia azione, seppure affiancata e supportata da tante altre persone, non ha spostato di un millimetro alcune problematiche che affliggono questo territorio. E di conseguenza, da uomo pratico, ho deciso di lasciar cadere ogni ulteriore investimento di energie nell’attività di volontariato non retribuito, ci tengo sempre a dirlo e a sottolinearlo.
Quindi il suo investimento di energie dove è andato?
È andato in un’iniziativa totalmente privata. Che è l’unico modo, sembra, in Italia per poter affermare dei princìpi e dei valori in cui si crede e per poter realizzare in piccola scala quanto speravo potesse avvenire nella scala ampia comunitaria.
Parliamo allora di questo progetto…
È un progetto di permacultura, che è una scienza precisa di trasformazione del territorio fatta dall’essere umano nel pieno rispetto dell’ambiente. Quindi con una visione globale che permetta delle modifiche antropiche che non incidano sull’equilibrio dell’ambiente che mai come in questi ultimi tempi è terribilmente compromesso da tutto quello che l’uomo ha fatto in questi ultimi due secoli.
Quindi la permacultura come si applica a Ca’ Apollonio, in questa...come chiamarla? È un resort, un’area agricola, un’azienda vitivinicola con ristorante? Cos’è?
È un insieme. Un insieme che abbiamo definito, e spero non venga accolto con presunzione, Ca’ Apollonio World. Ca’ “Apollonio” perché erano dei terreni da secoli di proprietà di una famiglia, gli Apollonio. “Ca’’” perché la residenza tipica in Veneto viene sintetizzata con queste due lettere apostrofate . E “World” perché, appunto, nella visione della permacultura non c’è solo l’agricoltura, non c’è solo la viticoltura, ma c’è anche un’idea di condivisione, quindi di apertura, e l’accoglienza la sublima. Evidentemente, essendo un’impresa privata, improntata alla sostenibilità in senso ampio, la prima sostenibilità per poter avere un futuro è quella economica. Di conseguenza non è più, come si pensava nell’azione civica, totalmente aperta e gratuita in “open source”, ma è un’azienda che deve fare i conti con un mercato, con delle prospettive, con un futuro. Con un rispetto dei propri addetti e quindi anche una prospettiva per dare continuità.
A proposito di sostenibilità. In questa area di Ca’ Apollonio World si coltiva la vite, si produce vino…
Si producono tante cose legate all’agricoltura. Noi abbiamo acquisito le prime aree nel 2015 e abbiamo iniziato a disegnare un progetto di riconversione, valorizzazione e recupero che potesse applicare tutti i princìpi in cui da sempre crediamo con mia moglie, perché è un’impresa che porto avanti con Maria Pia. In primis il consumo zero di suolo. Parliamo di 18 ettari che erano ormai lasciati andare in oblio. C’erano dei terreni lasciati a sfalcio periodico o in parte coltivati a intensive come i cereali, senza particolari attenzioni sull’utilizzo di fertilizzanti, diserbanti ed altre situazioni che con la sostenibilità non c’entrano assolutamente nulla. Pertanto abbiamo dovuto intraprendere un percorso ritmato dai tempi della natura, in particolare con dei “sovesci” che sono delle tecniche di semina che dopo avere analizzato i terreni permettono, con metodi naturali e con una serie di piantumazioni, di nutrirli, arricchirli e riportarli a valori nutrizionali ideali, quindi a riportarli in equilibrio. Tutto questo richiede dei tempi. Noi ci abbiamo impiegato tre anni prima di avere i terreni ideali per piantare, ad esempio, i vigneti ma non solo. Anche le orticole, i frutti antichi, i cerali, gli ulivi. Abbiamo fatto un conto: tra piante e arbusti abbiamo messo a dimora quasi 100mila soggetti. E sono lì, si vedono, perché l’area si sta letteralmente trasformando in una piccola oasi, perché 18 ettari sono niente rispetto alle grandi tenute. Ma siamo in un territorio fortemente costruito e urbanizzato. E questo è un altro aspetto che abbiamo dovuto affrontare.
Ovvero?
Nel Veneto, quando si parla di nuovi vigneti, spesso la popolazione, soprattutto se vive a ridosso, si allarma e giustamente. Perché abbiamo tante situazioni di monocultura dove la vulnerabilità della varietà che viene piantata richiede forti trattamenti chimici, che sono in parte nocivi per l’ambiente ma soprattutto per le persone che in quell’ambiente vivono. Quindi abbiamo fatto una scelta radicale. Siamo andati su queste nuove varietà, anche se sono decenni che vengono utilizzate in altri territori, che sono degli ibridi naturali chiamati “resistenti”. Perché nella propria genetica hanno dei forti fattori di resistenza alle malattie fungine che abbattono quasi a zero, in condizioni pedoclimatiche favorevoli, la necessità di trattare. Non contenti, abbiamo fatto anche una certificazione biologica. Quindi i trattamenti che andiamo a fare, tre o quattro all’anno, sono di natura biologica, compatibili con l’ambiente e assolutamente innocui per le persone.
Massimo Vallotto si sente più imprenditore o più Greta Thunberg?
Diciamo che Greta ha tutto il mio rispetto perché è una ragazzina che si è messa in gioco ed è riuscita a polarizzare l’attenzione del mondo e soprattutto dei grandi del mondo, senza fare sconti a nessuno e senza andare a compromessi, anche con l’incoscienza della sua età, ma con la forza e la purezza di un messaggio vero. Io, con mia moglie e con tutti i collaboratori con cui portiamo avanti questo sviluppo, non ci sentiamo ne l’uno né l’altro. Ci sentiamo delle persone normali, consapevoli che ogni tipo di azione porta una reazione. Le azioni sull’ambiente sono decisamente pesanti, lo vediamo. I cambiamenti climatici ormai non sono più un’invenzione di qualche ambientalista sfegatato, ma sono realtà con cui tutti dobbiamo fare i conti e lo faremo sempre di più, soprattutto le generazioni più giovani. Diciamo quindi che siamo dei “nonni consapevoli” che cercano di lasciare una traccia positiva del loro transito terreno, se vogliamo metterla così.
Cosa vuol fare da grande Massimo Vallotto?
Vorrei smettere di fare la professione che ha caratterizzato la mia vita, che tra l’altro è sempre stata improntata alla sostenibilità. La mia tesi di laurea, molto sofferta, quarant’anni fa oramai, era sull’efficienza energetica degli edifici, l’utilizzo delle pompe di calore e l’effetto serra. Eravamo visti come dei marziani, ci abbiamo impiegato due anni a convincere il relatore, il professor Sergio Los. Però quando è stato il momento di chiudere lui si è battuto come un leone nei confronti della commissione che era molto scettica su quello che cercavamo di dire e fare. E da lì è partita tutta la consapevolezza su queste tematiche. Quindi vorrei smettere di fare l’architetto e continuare a crescere, finché sarà possibile vivere con capacità in questo mondo terreno, come contadino.
Ma non è ancora tutto, egregi lettori. Ad ogni protagonista della rubrica delle interviste in enoteca del nostro canale G8 (leggasi: “Gotto”), il patron dell’enoteca Sant’Eusebio Roberto Astuni associa un vino particolare, abbinato alla personalità dell’intervistato.
“A Massimo Vallotto - spiega Roberto Astuni - abbiniamo sicuramente il Renitens, che è un bianco ottenuto da otto differenti vini provenienti dai territori delle sei aziende fondatrici della rete d’impresa “Resistenti Nicola Biasi”. Perché il Renitens? Perché essendo appunto un blend, rappresenta un po’ la filosofia anche di vita di Massimo Vallotto, per tutto questo insieme di attività. Io ho conosciuto il Massimo Vallotto imprenditore, l’architetto, la figura che ha abbracciato questo amore per il territorio, il Massimo Vallotto anche scrittore perché ho letto spesso i suoi interventi in cui parla di svariati argomenti, eccetera. Quindi Massimo ha tutte queste sfaccettature, ognuna diversa dall’altra. E il Renitens è proprio questo: un insieme di vini con tante sfaccettature, tutte racchiuse in questo meraviglioso prodotto.”
Qui si chiude la prima intervista in enoteca. E buon G8 a tutti.
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