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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Una serenità pensante, tra le note di David Byrne
A Marostica, una tappa del tour dell'artista ha inaugurato in una Piazza degli Scacchi gremita il Marostica Summer Festival-Volksbank
Pubblicato il 29 giu 2026
Visto 343 volte
Una tappa del tour di concerti di David Byrne ha inaugurato venerdì 26 giugno il Marostica Summer Festival-Volksbank.
Piazza degli Scacchi gremita, l’artista britannico — di origine scozzese — ha offerto uno spettacolo dove la sua musica, ma anche danza e immagini, si sono intrecciati dando vita a un concerto-musical pieno di energia positiva, "felice". Lontana quella felicità da risata idiota così comune, che sceglie di ignorare le ombre cupe del presente: al contrario, l’arte vissuta e rappresentata magistralmente con leggerezza, intelligenza, e una fiducia ostinata nei confronti dell’essere umani che sembra percorrere strade al contrario rispetto alla narrazione quotidiana.
David Byrne a Marostica (foto di Geronimo Bruno Cico Casartelli)
Già dal colore dei costumi, abiti comuni di un uniforme arancione, e dalle prime immagini comparse sui tre schermi giganti, l’invito è quello a cambiare prospettiva. La fotografia della Terra osservata dalla Luna sembra suggerire un allontanamento per osservare in panoramica ma con più attenzione ciò che siamo. Qualche canzone più in là, lo spazio siderale si restringerà fino a rivolgere lo sguardo all'appartamento newyorkese in cui abita Byrne, alla casa, all'intimità.
Il concerto e le canzoni scelte fanno la spola in un via vai tra l'universale e il personale. Anche la scena è in continuo movimento, con le belle coreografie disegnate dai ballerini che sembrano segnare e insieme annullare il tempo, fermato per le quasi due ore di concerto in una sorta di "moto perpetuo”.
Byrne e i suoi musicisti abitano il palco percorrendolo senza sosta e senza frenesia, con gli strumenti indossati, trasportati, condivisi. Tre strumenti ad arco aprono il concerto, la batteria è scomposta in più elementi, le percussioni danzano insieme ai corpi in un'immagine corale di musica che cammina.
Tutto scorre con continue variazioni di ritmo: funk, rock, pop, elettronica, ritmi africani, gospel, minimalismo chiamati a convivere in un linguaggio maturo, sapiente. All’interno del flusso, sono inserite alcune pause con brevi monologhi, ma nessun punto fermo o parvenza di confine, ogni nota e parola tesa alla trasformazione, all’incontro.
L’apertura con Heaven, uno dei gioielli dei Talking Heads, che parla di un paradiso inquietante, a cui succede Everybody Laughs dove si afferma che tutti ridono, tutti piangono, tutti sbagliano, tutti perdono qualcosa: si parla di una fragilità che accomuna la condizione umana, l’idea vincente è quella dell’accettazione.
Molte canzoni successive dialogano con il presente, con nostro rapporto con l'ambiente e le creature che lo abitano. Scorrono immagini popolate da paesaggi urbani e da animali selvaggi, le città che si intravedono dall’alto sono congestionate dal traffico; in un video compaiono i palazzoni con i balconi viventi e cantanti dell’epoca della pandemia, giorni dal respiro planetario scivolati in frettissima in un rimosso collettivo davvero umanamente incomprensibile.
In My Apartment Is My Friend Byrne lascia entrare nella propria intimità, tra le foto del suo appartamento a New York, e l’isolamento domestico imposto dal Covid riaffiora con discrezione, senza retorica, nel racconto di una quotidianità improvvisamente diventata il centro del mondo.
Se la casa del nuovo Byrne è uno spazio fisico con cui dialogare con serenità, quella dei Talking Heads di This Must Be the Place quarant’anni fa, con la sua “melodia ingenua” (così fu definita), era già un modo ad arte di raccontare la fiducia, la possibilità che un’altra persona possa diventare il luogo in cui finalmente ci si sente a casa — un altro o noi stessi?
Fra i brani tratti dal nuovo repertorio, molto bella Independence Day, dall’album “Who Is The Sky?”, che parla dell’utopia del cambiamento riletta in chiave di liberazione personale, aggirati i blocchi nostalgici che invitano a camminare solo all’indietro.
Il passato arriva a fare felici i fan, naturalmente. Tutti in piedi a ballare sulle note di Psycho Killer, tolta da Byrne la patina di monumento al passato, Slippery People e Burning Down the House, oggetto anche di un bis, con il palco incendiato di rosso intenso a dare l’idea di un enorme falò urbano.
L'omaggio di Byrne a Marostica e agli scacchi è breve, sorridente, perfettamente inserito nello spirito della serata — anche una partita a scacchi è, in fondo, una coreografia fatta di relazioni e di movimento. Prima di “I (love) Marostica”, col cuore, erano apparsi altri slogan da T Shirt, brano scritto con Brian Eno, tra gli altri un Make America Gay Again che ha suscitato un bell’applauso.
Gran finale all'ombra del castello tra danze e cori festosi.
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