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Alluvioni, siccità e cambiamenti climatici nel Veneto: i temi di un affollato incontro a Marostica promosso dal locale Lions Club e dal Consorzio di Bonifica Brenta
Pubblicato il 10 mag 2011
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Dice il saggio: “non ci sono più le mezze stagioni”. Ma - battute a parte - i fenomeni meteorologici sono sempre più “impazziti” e nel Veneto c'è evidenza scientifica, a partire dalla metà degli anni '90, di importanti variazioni climatiche all'origine dalle grandi secche dei corsi d'acqua e degli eventi alluvionali come quello dell'1 e 2 novembre scorsi.
E' quanto emerge nel corso dell'incontro “Cambi climatici e gestione del territorio: dalla siccità alle alluvioni” che si svolge - davanti a una platea gremita e col pubblico rimasto anche in piedi - nella sala multimediale di Palazzo Baggio a Marostica su iniziativa del Lions Club della città murata e del Consorzio di Bonifica Brenta, con il patrocinio del Comune.
Introdotta dal vicesindaco Alcide Bertazzo - in rappresentanza del sindaco Scettro, che più tardi raggiungerà il tavolo dei relatori - e dalla presidente del Lions Club Marostica Cinzia Battistello, la serata si colloca nel programma della Settimana Nazionale della Bonifica, dedicata quest'anno ai 150 anni dell'Unità d'Italia e organizzata allo scopo di approfondire alcuni significativi aspetti della gestione delle acque.
Il direttore del consorzio Niceforo, la presidente del Lions Marostica Battistello, il consigliere regionale Finco, il presidente del Consorzio Cuman, il prof. Bixio e il sindaco Scettro
“La recente alluvione - dichiara in apertura il presidente del Consorzio di Bonifica Danilo Cuman - non ci ha trovato impreparati e ha confermato l'importanza della gestione di opere idrauliche e di nuovi interventi, da anni segnalati dal Consorzio.
Al Veneto non servono solo nuove strade, ma anche casse e bacini di espansione per il contenimento delle acque, adoperando le cave abbandonate e realizzando finalmente l'invaso del Vanoi. Non basta alzare di qualche centimetro gli argini.”
Il prof. Vincenzo Bixio - docente di Costruzioni Idrauliche della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Padova e tra i massimi esperti nel campo della bonifica idraulica - inizia il suo intervento commentando un video sulle varie “rotte” del Bacchiglione, nell'alluvione dello scorso novembre, nelle province di Padova e Vicenza.
Le immagini dimostrano l'inadeguatezza degli argini e delle opere idrauliche lungo il corso del fiume per il contenimento degli effetti delle emergenze atmosferiche.
Il docente illustra le variazioni climatiche nel Nordest attraverso l'evidenza delle grandi alluvioni in Veneto degli ultimi due secoli. A partire dell'alluvione in Polesine del 1882, provocata da piogge eccezionali e dall'esondazione dell'Adige quale “effetto dell'ultima glaciazione”.
Il disastro dell'alluvione in Polesine del 1951, invece, non fu dovuto tanto alle piogge o a variazioni climatiche, quanto “alle strutture idrauliche, impreparate all'emergenza”.
Nel novembre 1966 l'alluvione, provocata da eventi atmosferici meno estesi del 1882, colpì il bacino del Brenta e Bacchiglione spingendo la Commissione De Marchi, istituita dopo il disastro, a proporre la realizzazione di serbatoi di laminazione delle acque in pianura e di due grandi invasi di contenimento delle acque - con relative dighe - a Meda, sul torrente Astico e sul torrente Vanoi in Trentino.
Il progetto dei serbatoi in pianura venne in seguito abbandonato. Gli invasi di Meda e del Vanoi sono invece progetti validi anche oggi, ma ancora fermi al palo: il primo per l'opposizione della comunità locale nonostante un “sì” pronunciato dalla Provincia di Vicenza, e il secondo per la collocazione nella Provincia Autonoma di Trento e per costo elevato dell'intervento, calcolato in 170 milioni di euro.
I cambiamenti climatici nel Veneto, con piogge eccezionali in tempi brevi - spiega ancora il prof. Bixio - sono registrati con particolare intensità a partire dal 2006-2007, soprattutto lungo la costa adriatica nel mese di settembre: quando le correnti di aria calda provenienti dal mare si scontrano con l'aria fredda dal nord e creano una “circolazione stazionaria” con “corpi di pioggia che si fermano con intensità sullo stesso punto”. Fenomeni di evoluzione climatica, riscontrati nell'ultimo decennio, confermati anche dai dati pluviometrici delle città venete di pianura.
L'alluvione del novembre 2010, tuttavia, è stata causata da condizioni meteo diverse: piogge diffuse e prolungate che hanno scatenato a valle una quantità d'acqua eccezionale. “Ma gli allagamenti - afferma il docente - sono stati provocati dalla precarietà delle opere idrauliche e dalla minor cura, nel tempo, dei manufatti”.
Asserendo, in conclusione, che il Veneto non è ancora preparato ad affrontare senza danni le alluvioni eccezionali, ma che il loro contenimento dipende dalla realizzazione di adeguate strutture idrauliche da parte della Regione Veneto, che gestisce i grandi corsi d'acqua, e dei Consorzi di Bonifica a cui compete la gestione e manutenzione di 16mila chilometri di canali demaniali.
L'ing. Umberto Niceforo, direttore del Consorzio di Bonifica Brenta, spiega gli effetti dei cambiamenti climatici sull'attività consortile, che riguarda 54 comuni di un territorio interessato da un crescente abbassamento delle falde acquifere e attraversato e alimentato da un fiume - il Brenta - che passa da situazioni di siccità eccezionale come quella del 2003 a portate di oltre 2000 metri cubi d'acqua al secondo, rilevate nell'alluvione del '66.
“La variabilità delle piene e delle magre fluviali è notevole - afferma il direttore - e il cambio climatico ha aggravato una situazione già critica. Gli effetti delle inondazioni sono importanti soprattutto nelle aree urbanizzate e serve la realizzazione di nuovi interventi che richiedono finanziamenti pubblici.”
Nell'alluvione dello scorso novembre il bacino del Brenta - grazie al contenimento dell'invaso del Lago del Corlo - ha “retto” sufficientemente, anche se il fiume ha rotto gli argini a Veggiano in provincia di Padova. In quella occasione la portata d'acqua del fiume - spiega ancora Niceforo - ha raggiunto gli 800 metri cubi al secondo: ma se il Corlo, che scarica sul Brenta e sul Cismon, avesse superato il livello di contenimento o se si fosse verificata una seconda piena del Cismon la portata del Brenta avrebbe raggiunto i 1050 metri cubi al secondo, con rischio di esondazione a Valstagna.
“Questo spiega la necessità, in futuro, del nuovo serbatoio del Vanoi - continua il direttore -. L'1 e 2 novembre c'è stato l'ottimo funzionamento delle casse di espansione realizzate dal Consorzio sul Muson dei Sassi tra Mussolente e Cassola. Per il Bacchiglione invece, che è fuori dal nostro territorio, la capacità di invaso dell'acqua è nulla, quello che arriva finisce nel fiume.”
Nel Veneto dei cambiamenti climatici urge pertanto la necessità di realizzare nuove strutture di contenimento dell'acqua, come pure di nuovi impianti per potenziare l'irrigazione pluvirrigua dei territori agricoli e collinari nei frequenti momenti di siccità.
Il Consorzio di Bonifica Brenta, dal canto suo, ha approvato nel 2010 un piano di bonifica con opere immediatamente cantierabili per 400 milioni di euro, in attesa dei relativi finanziamenti pubblici, con una tranche di 1.967.000 euro già erogata per i primi interventi.
Anche se, come dirà qualche minuto dopo il consigliere regionale Nicola Finco, presidente della VII Commissione “Ambiente” della Regione Veneto, “per mettere in sicurezza il Veneto servono 2 miliardi e mezzo di euro”. “E' una cifra al di fuori della nostra portata - affermerà ancora Finco - ma pretendiamo dallo Stato nuovi finanziamenti.”
L'ing. Niceforo conclude il suo intervento citando un proverbio dell'Olanda, il Paese dei mulini a vento ma anche delle dighe: “Chi non ferma le acque non merita la terra”.
Dimenticate la nostra frase iniziale, perché questa sì che è vera saggezza.
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