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Elvio Rotondo

Elvio Rotondo
Contributor
Bassanonet.it

Geopolitica

Libia, i fantasmi del passato e i nuovi interessi

Tra milizie e potenze straniere, la Libia resta lontana dalla stabilità

Pubblicato il 18 ago 2026
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Sugli organi di stampa occidentali, di tanto in tanto, riaffiora la realtà di un mondo mai realmente mutato: quello libico, opportunamente accantonato per ragioni legate al valore della notizia. La Libia è un Paese nel quale le parole “pace” e “stabilità” sono assenti da molto tempo; forse, in realtà, non vi hanno mai effettivamente albergato.
Lo scorso 11 agosto, un’autobomba ha ucciso a Bengasi il capo dell’intelligence militare delle forze della Cirenaica, il maggiore generale Fawzi al-Mansouri. L’assassinio solleva nuovi interrogativi sulla sicurezza nella roccaforte del comandante militare Khalifa Haftar.
Al-Mansouri era stato nominato direttore dell'intelligence militare a Bengasi nel 2024. La sua morte mette in luce le continue sfide che il paese deve affrontare, in un contesto nel quale amministrazioni rivali e gruppi armati hanno mantenuto la propria influenza nonostante il cessate il fuoco del 2020 che aveva posto fine ai principali scontri armati.

Copyright AP Photo (https://www.euronews.com/2026/07/28/tripoli-erupts-in-protests-over-power-cuts-with-calls-to-topple-government)

La ripetizione di tali fatti non è una coincidenza. Riflette una realtà nella quale le élite politiche e militari odierne del Paese, appaiono come versioni modernizzate dei vecchi meccanismi di potere. Signori della guerra e milizie sembrano aver resuscitato vecchie logiche repressive: il dissenso viene eliminato e il disaccordo politico o militare si traduce in proiettili o ordigni esplosivi.
La Libia occupa una posizione di grande rilevanza strategica, trovandosi al crocevia tra il Mediterraneo e il Maghreb ed è considerata la porta d’accesso dell’Africa sub-sahariana verso l’Europa. Il paese è inoltre ricco di importanti riserve di petrolio e gas, tra cui le maggiori riserve petrolifere accertate dell'Africa, un fattore che ne accresce ulteriormente il peso geopolitico ed economico.
Il paese nordafricano è divenuto teatro di una complessa competizione strategica, nella quale si confrontano interessi e schieramenti differenti. Da un lato, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia hanno sostenuto il campo orientale; dall’altro, Qatar e Turchia hanno mantenuto stretti rapporti con gli attori dell’area occidentale. Anche diversi Paesi europei hanno sviluppato interessi e rapporti con le diverse componenti del mosaico libico.
Secondo Ibrahim Sahad, membro dell'Alto Consiglio di Stato libico, i russi avrebbe stabilito "tre o quattro basi aeree in Libia", anche in aree particolarmente sensibili, come il distretto centrale di Jufra, l'aeroporto internazionale di Benina a Bengasi e Tobruk. La Russia starebbe consolidando la propria presenza in Libia in ragione della posizione strategica dei suoi porti e aeroporti, funzionali alla propria proiezione politico-militare verso l’Africa.
Finora, sul piano politico e territoriale, la Libia è rimasta profondamente divisa e frammentata. A Tripoli, in Tripolitania, ha sede il Governo di unità nazionale, riconosciuto a livello internazionale e guidato dal primo ministro ad interim Abdul Hamid Dbeibah. Nella parte orientale del Paese, con centro a Bengasi, in Cirenaica, opera invece l’amministrazione sostenuta dal generale Khalifa Haftar e dalle forze a lui fedeli.
Questa frammentazione istituzionale e territoriale continua a rappresentare uno dei principali elementi di instabilità del Paese e costituisce il terreno sul quale si intrecciano le rivalità tra le diverse potenze regionali e internazionali.
Lo scorso febbraio ha segnato il quindicesimo anniversario della rivolta in Libia, che ha rovesciato il leader che aveva guidato il Paese per più di quaranta anni, Muammar Gheddafi. Da allora, la Libia non è ancora riuscita a ritrovare una piena stabilità politica e continua a essere ostaggio della contrapposizione tra centri di potere rivali.
Nell'est del paese, Haftar continua a consolidare la sua posizione, affidando ai figli ruoli sempre più importanti. La progressiva concentrazione del potere nelle mani della famiglia Haftar ha alimentato paragoni con le dinamiche dinastiche dell’epoca di Gheddafi.
Nella parte occidentale della Libia, Dbeibah si trova ad affrontare non solo il governo rivale dell’est e i suoi sostenitori stranieri, ma anche una complessa serie di fazioni interne, tra cui le forze islamiste che cercano di imporre la propria visione del Paese. La sua posizione è inoltre condizionata dagli scontri e dalle tensioni attorno alle infrastrutture petrolifere e del gas, spina dorsale dell’economia nazionale, nonché dal fenomeno del contrabbando di carburante.

Ciononostante, l'amministrazione di Dbeibah continua a godere di riconoscimento internazionale e i suoi contatti con la Casa Bianca non sono passati inosservati.
Nel mese di luglio dello scorso anno, il consigliere senior di Trump per gli affari africani, Massad Boulos, si è recato a Tripoli per colloqui con Dbeibah. In quell’occasione, secondo quanto riferito, il governo libico ha presentato un piano di partnership economica da 70 miliardi di dollari con gli Stati Uniti nei settori dell’energia, dei minerali, delle infrastrutture, delle telecomunicazioni e della sanità.
Quest’anno le relazioni tra gli Stati Uniti e le diverse componenti libiche si sono ulteriormente intensificate. Il 29 giugno, il segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato Saddam Haftar per discutere dell’unificazione delle istituzioni militari, economiche e politiche del Paese.
Oggi sono in corso sforzi per unificare i poteri esecutivi del Paese, secondo un piano sostenuto da Washington e pubblicamente appoggiato dall'Esercito Nazionale Libico (LNA). Secondo quanto trapelato, i termini del piano prevedono che, il Primo Ministro Abdulhamid Dbeibah rimanga a capo del governo di Tripoli, mentre Saddam Haftar – figlio di Khalifa – avrebbe un ruolo di primo piano nella futura struttura esecutiva nazionale.
Inoltre, nell’aprile dello scorso anno, l'inviato speciale di Trump per il Medio Oriente, Steve Witkoff, aveva indicato la Libia tra le sei nazioni che avrebbero potuto potenzialmente aderire agli Accordi di Abramo, attraverso i quali gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Sudan e il Marocco hanno stabilito relazioni diplomatiche con Israele tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021.

La Libia non ha mai riconosciuto Israele e ha storicamente espresso sostegno alla causa palestinese, costituendo in passato, durante l’era Gheddafi, una delle principali fonti di finanziamento e armamenti per le milizie palestinesi. Al momento, per Tripoli e Bengasi, appare prioritario l’obiettivo della stabilizzazione e l’unificazione del Paese.
Una situazione sempre più ingarbugliata, quella del Paese africano, dove, al primo accenno ad un ritorno alla normalità, fanno nuovamente capolino i fantasmi del passato. A questi si aggiungono gli interessi stranieri attirati dalla posizione strategica della Libia, dalle sue risorse energetiche e dalla possibilità di esercitare influenza su uno dei principali snodi geopolitici del Mediterraneo.

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