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Mikiamo Miki
Intervista in enoteca a Miki Biasion, l’unica bandiera italiana nella Hall of Fame di Parigi dedicata ai campioni del mondo di automobilismo. “L’automobile mi ha dato tutto nella vita, ora restituisco il favore”
Pubblicato il 14 lug 2023
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Squillino le trombe e rombino i motori.
Miki Biasion, bassanese Doc, per due volte campione del mondo di Rally nel 1988 e nel 1989, “un autentico mito del mondo dell’automobilismo” come lo definisce Sports Car Legends, è il nuovo personaggio della nostra rubrica “Interviste in enoteca”, ospitata all’enoteca Sant’Eusebio presso l’Hotel Alla Corte a Sant’Eusebio di Bassano del Grappa.
Il suo vero nome è Massimo, ma è conosciuto urbi et orbi con quello che da sempre è il suo “nome di battaglia”. Mikiamo Miki.
Miki Biasion (foto Alessandro Tich)
Oggi Massimo detto Miki svolge principalmente l’attività di testimonial di aziende del settore automotive e degli orologi in eventi e manifestazioni che lo tengono impegnato quasi tutti i fine settimana. Ma si sente “sempre in debito” col mondo delle automobili e il suo modo di sdebitarsi ce lo spiegherà tra poco.
Ma - visto che ci troviamo in un’enoteca - la cosa curiosa, e che non tutti sanno, è che in passato Biasion è stato anche un produttore di vino. Vignaiolo per caso.
Tutto è nato da un episodio del 1980 in Toscana, in zona Montalcino: provando un percorso sterrato assieme al fidato navigatore Tiziano Siviero per il loro primo Rally mondiale, su una curva a sinistra alle due del mattino il pilota si è trovato di fronte un motocarro Ape con una quindicina di ragazzini a bordo e per evitare un frontale ha sterzato di lato, finendo con l’auto dentro un fossato.
I giovani toscani lo hanno riconosciuto (“gli è Biasion, gli è Biasion!”), i figli del fattore del posto, che facevano parte del gruppo, gli hanno detto che “il loro babbo” avrebbe tirato fuori l’auto dal fossato la mattina dopo col trattore e hanno ospitato lui e Siviero in cascina per la notte. La mattina dopo sontuosa colazione, recupero dell’auto col trattore eccetera.
È nata così l’amicizia di Miki e Tiziano col fattore del posto, che era il fattore della contessa Ciacci Piccolomini, discendente della famiglia di un Papa e proprietaria dell’immensa tenuta del luogo.
Quando dovevano provare pneumatici con la Lancia per il mondiale, invece che chiedere permessi ai Comuni Biasion e Siviero andavano lì, mangiavano e dormivano con la squadra in cascina e facevano i test sulle strade sterrate della tenuta.
Un giorno il fattore ha chiamato Biasion e gli ha detto testualmente: “Mihi, sono rovinato. È morta la vecchia!”. La contessa era passata a miglior vita e, non avendo eredi, gli aveva lasciato tutto. Ma con cinque miliardi di lire di tasse di successione da pagare.
Morale della favola: contattando un amico avvocato di Firenze il pilota bassanese ha risolto il problema, la banca ha concesso il finanziamento al fattore per pagare le sue tasse e l’agricoltore, per sdebitarsi, ha regalato a Biasion e a Siviero un ettaro di vigneto di Brunello di Montalcino. E assieme all’enologo bassanese Roberto Cipresso, che già lavorava in zona, l’equipaggio iridato ha gestito l’azienda vitivinicola in Toscana e ha prodotto Brunello fino a una decina di anni fa.
Un consiglio? Se incontrate Miki Biasion, fatevi raccontare questa storia direttamente da lui: è spassosissimo.
Miki Biasion, ci spieghi questo suo rapporto del tutto particolare con l’automobile…
Io sono nato con l’automobile in testa. Nel senso che da bambino, per andare dal dentista volevo che i miei genitori mi regalassero un modellino di automobile. Però poi l’automobile per me è diventata uno strumento di lavoro. E avendo avuto sempre a disposizione delle macchine importanti, sia come pilota e sia come collaudatore, non è mai stato il pallino della mia vita avere una “macchina bella” in garage, una Lamborghini o una Ferrari, eccetera. Perché, in un certo senso, io ero abituato a trattare male le automobili. Dovevo tirarne fuori i pregi, che era una cosa abbastanza semplice, ma soprattutto i difetti. E per tirarne fuori i difetti le devi assolutamente maltrattare. Quindi per me l’automobile era lo strumento per esaltare le mie capacità di guida e il mio talento. Finito di correre, l’automobile è diventata invece una passione.
“Passione” in che senso?
L’automobile mi ha dato tutto nella vita, mi ha permesso di diventare campione del mondo e di costruire anche una “vita assieme” e da qualche anno mi sono messo, con dei ragazzi di Codroipo vicino a Udine, a restaurare proprio le Lancia Delta che sono state le macchine con cui ho vinto i miei titoli. La Delta è il modello con cui nella storia sono il pilota che ha vinto di più a livello mondiale. E quindi in questa officina noi prendiamo macchine di clienti in generale oppure le ricerco io e le compro, e le riportiamo agli antichi splendori. Le smontiamo e le ricostruiamo perfettamente, come nuove, e poi le consegniamo con tanto di garanzia, eccetera. Era nato come hobby ed è invece diventato un lavoro. Però è un lavoro quasi per dire a queste macchine: “Scusatemi se vi ho tanto maltrattato e distrutto negli anni quando correvo, adesso mi prendo io cura di voi”.
Mettere le mani su una Lancia Delta oggi provoca ancora qualche emozione oppure è un semplice lavoro tecnico?
No no, è proprio emozione. Cosa che non provavo una volta. Quando correvo le guardavo con distacco, oggi le guardo con nostalgia. Quando io ho corso in Lancia, per dodici anni, effettivamente avevo un contratto di pilota ma anche un contratto di collaudatore. La Delta per me è stata una “figlia” perché l’ho fatta nascere e poi l’ho fatta crescere per portarla a farle vincere sei campionati del mondo costruttori di seguito. Cosa che nessun altro marchio è riuscito più a ripetere nella storia. Oggi c’è un rapporto di affetto, che una volta non provavo. Una volta non potevo affezionarmi a un’automobile perché dopo ogni gara ne avevo un’altra più evoluta e più performante. Nell’arco di una stagione, per farci fare dieci gare ci cambiavano sei-sette macchine. Usavamo la stessa macchina al massimo in un paio di gare, poi veniva venduta a clienti privati o a scuderie satellite. Adesso è un rapporto diverso. Oggi, conoscendo tutti i pregi e anche qualche difettino di questo modello, sappiamo immediatamente se una macchina è in buone condizioni o di che cure ha bisogno e quindi diventa un lavoro non dico facile, ma anche divertente.
Quanto è condizionante la gloria sportiva del passato? Quando dici “Miki Biasion”, tutti dicono “due volte campione del mondo di Rally”. Ma magari Miki è anche tante altre cose…
Effettivamente devo dire che da un lato mi dispiace, ma dall’altro ne sono orgoglioso perché nella “Hall of Fame” di Parigi, dove ci sono tutti i caschi e le tute della storia dell’automobilismo e dei campioni del mondo, l’unica bandiera italiana è la mia. E per due volte, anche. Perché non c’è stato nessun altro italiano, da quando sono stati istituiti i campionati del mondo della Federazione Mondiale, sia di rally che di Formula Uno, a vincere il titolo. Quindi vivo un po’ sugli allori. Purtroppo, l’automobilismo in Italia a livello di piloti sta vivendo un momento non dico difficile, ma molto particolare. Quando io vincevo i mondiali di Rally, al via di ogni Gran Premio di Formula Uno c’erano otto piloti italiani. Adesso non ce n’è neanche uno. Quando correvo io c’erano tre/quattro piloti italiani che facevano tantissime gare di campionato del mondo di Rally. Adesso non c’è un italiano nei primi venti. Veramente una situazione particolare.
Si è mai chiesto il perché?
Perché probabilmente una volta c’era il Gruppo Fiat, coi marchi Lancia, Alfa eccetera, che investiva nei giovani nel senso che permetteva a molti giovani di correre con le sue macchine, magari non ufficialmente però con delle scuderie satellite. E questi avevano l’opportunità di allenarsi e di mettersi in evidenza e poi venivano presi dalle varie squadre. Lo stesso avveniva per la Ferrari, piuttosto che per altri. Quando la Fiat ha chiuso baracca e burattini nel mondo delle competizioni, questo lavoro avrebbe dovuto farlo la Federazione. Cosa che non è mai stata fatta. Solamente negli ultimi anni l’ACI Sport agevola, aiuta e cerca anche dei giovani talenti. Però tra il dire e poi il fare… Portare un ragazzino anche al livello mondiale è molto difficile. A parte il discorso economico, perché oggi correre in automobile diventa sempre più costoso. Ai miei tempi, io ho iniziato con la Renault 4 di mia madre. Era più facile.
E la mamma era contenta?
Mah, i miei mi hanno detto: “Tu sei libero di fare quello che vuoi perché sei un ragazzo abbastanza responsabile”. Io ho corso in moto, prima ancora facevo gare di sci. Mi hanno aiutato economicamente, ovviamente, però non sono mai intervenuti nelle mie scelte. Questa è stata una cosa che mi ha dato più spazio, più “margine di manovra”. Io credo che un difetto che abbiamo soprattutto in Italia è che i genitori sono tutti “coach” dei loro figli. E invece i genitori dovrebbero stare in disparte e lasciare agli allenatori il compito di gestire i ragazzini. Di questo io sono grato ai miei genitori, perché loro c’erano, venivano alle gare ma non hanno mai messo il naso una volta nei miei box.
Nel suo sito internet ho visto il suo motto, quello “dell’avversario che va più forte di te”…
Allora, io ho due frasi. La prima è che noi rallisti amiamo guidare in derapata, in controsterzo. Quindi per me “guidare di traverso è la più bella cosa che si può fare da vestiti”. Punto. E l’altra frase, appunto, è che “se il tuo avversario va più forte di te, devi accelerare di più e frenare di meno”. Se no non vinci…
Ecco, appunto. Ma com’è Miki Biasion, non il “pilota” che in gara “deve accelerare di più e frenare i meno”, ma il “normale conducente d’auto” nelle strade ordinarie di Bassano e del resto del mondo?
Premetto che spesso vado nelle scuole, nei licei, a raccontare ai ragazzi la mia carriera e a portare anche qualche esempio di guida sicura e anche di educazione stradale, perché l’educazione stradale manca molto. Logicamente una cosa che io evito al cento per cento è quella di andare a far festa con gli amici o a una cena e bere quattro-cinque bicchieri di prosecco o due birre da mezzo e poi mettermi al volante. È una cosa importantissima anche perché abbiamo fatto dei test medici con l’Università di Genova e uno non si rende conto che già con una birra da mezzo perde i riflessi. È convinto di guidare meglio e invece guida peggio ed è molto più lento nelle reazioni e nelle manovre. Sono dei messaggi che io spesso mando e quindi devo stare molto attento di non fare anche figuracce.
E la velocità alla guida?
Per quanto riguarda la velocità, in Italia c’è il problema che spesso vengono messi dei limiti assurdi, perché il limite dei 30 all’ora in tanti posti non esiste. Mi va benissimo davanti alle scuole, vicino agli ospedali, nei centri storici, ma in altri casi ci sono delle irrazionalità al giorno d’oggi perché la vettura si è evoluta. Quello che io ritengo è che soprattutto per i giovani ci vorrebbe un po’ più di scuola guida. Non tanto di quiz, bensì di pratica. Manca tantissimo la pratica, adesso sono state fatte le nuove leggi per chi guida col telefono o con livelli di tasso alcolico alti e io ritengo questo assolutamente giusto perché la distrazione è la causa degli incidenti, più ancora della velocità. Poi la velocità può incidere sulla gravità dell’incidente.
Quindi lei, da conducente nel traffico ordinario, come si comporta?
Io, in generale, da pilota e anche da campione del mondo, sapendo che so guidare bene perché è la mia vita, ho la coscienza del fatto che non tutti guidano come me. E quindi cerco di rispettare gli altri automobilisti che sono meno bravi di me. E tutti quanto dovrebbero pensare questa cosa. Se uno commette un errore, non devi arrabbiarti, metterti a suonare o mandarlo a quel paese. Bisogna cercare di capire che non tutti siamo perfetti. Se tu sei così bravo a guidare, abbi pazienza con chi è meno bravo di te. Questo porterebbe probabilmente a un po’ più di responsabilità e anche di rispetto sulla strada.
L’accostamento del vino
Al termine dell’intervista, spetta come sempre al patron dell’enoteca Sant’Eusebio Roberto Astuni associare un particolare vino all’intervistato secondo le caratteristiche della persona.
“A Miki Biasion sicuramente abbiniamo un “vino da vittorie”. E l’unico vino che si stappa dopo una vittoria è uno spumante - spiega Astuni -. Abbino a Miki un vino particolarmente a me caro perché è il primo metodo classico di un’azienda locale, Ca’ da Roman, e si chiama Ecelo I°. È ottenuto da vitigni resistenti e quindi con “zero chimica”, riposa 24 mesi sui lieviti prima della sboccatura e viene poi messo in commercio.”
“Sono diverse le analogie di questo vino con la figura di Miki - continua -. Ecelo I° era un condottiero longobardo, determinato, e si è sempre contraddistinto per la caparbietà e soprattutto per le vittorie che gli hanno consentito i di avere in dono, per ragioni geopolitiche di allora, i territori da dove poi ha fatto partire la dinastia degli Ezzelini, assieme alla moglie Gisla.
“Miki - conclude Astuni - ha già fatto delle cose all’interno di Ca’ a Roman, l’azienda di Maria Pia e Massimo Vallotto, c’è quindi già una storia ed è stato anche facile trovare un “vino da vittorie” da abbinare a lui.”
Cin-cin da podio rallistico, dunque, e arrivederci alla prossima intervista.
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