Dai Global Denim Awards a ISKO Luxury: la parabola tessile di Paolo Gnutti
Il designer e innovatore bassanese racconta una carriera costruita sulla materia: «L’errore, se sai leggerlo, può diventare la cosa più bella»
Non ama definirsi un visionario. Preferisce lasciare che siano il lavoro e i risultati a parlare. La sua arte nasce da una padronanza della materia costruita sul campo, a ogni livello della filiera: dalle fibre ai filati, dalla tessitura alla tintura, fino ai finissaggi e ai lavaggi industriali. Una competenza che gli ha permesso non soltanto di conoscere il tessile, ma di leggerne in anticipo le possibilità.
Perché è proprio lì, tra la conoscenza rigorosa della materia e la capacità di immaginare ciò che può diventare, che Gnutti ha costruito il proprio spazio: quello di chi non si limita a seguire l’evoluzione del tessile, ma contribuisce a spostarne i confini.
Una competenza tecnica che, negli anni, ha smesso di essere soltanto mestiere per diventare ricerca. E che nella ricerca ha trovato il modo di trasformare la materia, anticipare possibilità, dare forma a ciò che ancora non esiste. Il suo percorso lo ha portato a ricoprire il ruolo di Vicepresidente di ITV Denim e oggi quello di Creative Director di ISKO Luxury by PG. Il suo nome è entrato nella Rivet 50, la classifica che riunisce i cinquanta professionisti più influenti del denim mondiale. Ha ricevuto due Global Denim Awards.
E poi c’è il legame con il teatro. Quello con il Teatro Regio di Parma, dove la ricerca sul tessuto ha incontrato la sartoria e la scena.
Il 2 agosto 2026 è arrivata una nuova, importante conferma del percorso di Paolo Gnutti: il designer e innovatore tessile è stato premiato come “Eccellenza Veneta nel Mondo” all’International Scledum Film Festival, un riconoscimento dedicato alle figure che hanno saputo portare il talento del territorio sui mercati e sulle scene internazionali.
Tra i protagonisti di questa edizione, Gnutti ha presentato, all’interno del Giardino Jacquard, l’installazione “La trama visiva – L’Ordito che veste il cinema e il teatro”. Un percorso di ricerca tessile fatto di intrecci e lavorazioni d’avanguardia pensate per dialogare con il mondo dello spettacolo. L’allestimento floreale è stato curato da I Fiori del Mauri.
Accanto all’installazione sono stati esposti i capi della collezione “Tra sogno e realtà”, nata dal lavoro corale tra Paolo Gnutti, la stilista Barbara Anna Corradini e Luca Martini, allievo del Corso di Alta Sartoria del Teatro Regio di Parma.
Il progetto ha immaginato come si vestirebbe oggi Maria Luigia d’Asburgo, storica committente del Teatro Regio, se dovesse partecipare a una prima teatrale contemporanea. Un dialogo tra storia, sartoria, ricerca e materiali contemporanei.
È da qui che parte questa conversazione con Paolo Gnutti. Non soltanto dalla carriera. Ma dal modo in cui nasce un'idea. Dal rapporto con la materia. Dalla famiglia. Da Rossella. Da Bassano del Grappa. E da quella convinzione che attraversa il suo lavoro: il successo non è mai un punto di arrivo.
Paolo, partiamo dall’inizio. Chi è oggi Paolo Gnutti?
«Sono lo stesso di quarant'anni fa, con più esperienza, più maturo forse».
I premi e i riconoscimenti internazionali che hai ricevuto cosa hanno rappresentato per te? Traguardi o punti di arrivo?
«Non sono mai stati dei traguardi o punti di arrivo, ma sempre punti di partenza. Ogni riconoscimento non l'ho mai vissuto come un traguardo raggiunto, bensì come il via per ripartire e capire dove andare dopo».
Le tue origini si muovono tra diverse geografie industriali: dalla Lombardia al Veneto. Che ricordi hai della tua infanzia?
«Ho un bellissimo ricordo della mia infanzia. Mio papà era lombardo e mia mamma veneziana, due terre che si muovono da sempre tra impresa e arte. Con entrambi ho sempre avuto un rapporto magnifico, che ha segnato profondamente la mia crescita. A mio papà, inoltre, riconosco anche la grande lungimiranza imprenditoriale e il merito di essere stato un grande punto di riferimento; da loro ho ricevuto valori fondamentali: il rispetto per il lavoro, la curiosità, la voglia di imparare e di andare sempre avanti, cercando ogni giorno di migliorarmi».
E come padre, invece, come ti giudichi?
«Se devo darmi un giudizio, non direi di essere stato un padre assente, ma piuttosto un padre "a distanza". La mia vita è stata un viaggio continuo sono spesso in giro per il mondo, quindi i miei figli riuscivano a vedermi solo nei fine settimana. Nonostante questa lontananza fisica, ho sempre cercato di essere presente nel modo che potevo: esserci non significa solo stare seduti a tavola, ma informarsi costantemente sul loro percorso, ascoltare, comprendere le loro esigenze e le loro paure. Ho cercato di non mancare mai nei momenti che contavano davvero e oggi, guardando al rapporto profondo che ho con i miei figli, sento una serenità che mi fa stare bene: è la conferma che quel legame, costruito nonostante le distanze, è solido e prezioso».
Una vita vissuta a cento all’ora, ma anche un amore solido: quanti anni siete insieme con la tua compagna Rossella?
«27 anni».
Come vi siete conosciuti?
«Ci siamo conosciuti l'8 marzo in una discoteca. Se oggi guardo indietro, posso dire che è stato un immenso orgoglio averla sempre al mio fianco: mi ha sostenuto in tutto, con una forza incredibile, ed è una madre eccezionale, sempre e comunque presente per i nostri figli».
Quando crei le tue collezioni, qual è il tuo metodo?
«Il mio metodo è un percorso a ritroso: parto sempre dal prodotto finito, da quell’immagine che ho nitida in mente. Da lì scendo a scaletta, definendo ogni passaggio: il filato, il colore, la tessitura, fino ai finissaggi e alle applicazioni. Prendo quel progetto e lo trasformo. Ma il segreto del mio lavoro sta anche nell’imprevisto: ti capita di inseguire un’idea, magari un effetto bianco, e per un errore di lavorazione ti ritrovi un nero inaspettato. In quel momento nasce una vera genialata. Quando ti sporchi le mani in fabbrica, gli errori non sono mai un fallimento: se hai la sensibilità di coglierli, spesso diventano le intuizioni più belle e dirompenti di un’intera collezione».
Ti definiscono spesso un “visionario”. Cosa vuol dire per te questo termine?
«Ho letto anche articoli in inglese che mi chiamavano The Wizard, il mago, oppure visionario. Ma la verità è che io non mi sento affatto un visionario. Semplicemente, mi piace osservare: guardo la storia, studio come e perché le cose venivano fatte un tempo, e provo a rifarle oggi, trasformandole in un prodotto che non c'è ma che il mercato richiede. E lo faccio puntando su una qualità vera, che duri nel tempo, rifiutando l'idea dell'usa e getta. Per me un capo deve essere qualcosa che indossi, che custodisci e che puoi tenere per tutta la vita».
E quando i brand ti cercano, cosa vogliono da te?
«Quando mi chiamano, vogliono vedere le collezioni. Ma il vero lavoro inizia subito dopo: ci sediamo, ci confrontiamo e costruiamo insieme la loro linea. Non c'è nulla di rigido o standardizzato, è un processo sartoriale e quasi cabalistico: io prendo la mia visione e la plasmo, adattandola millimetricamente all'identità e alle esigenze di quel singolo cliente».
Che rapporto hai con Bassano del Grappa?
«Io è come se fossi nato a Bassano, vivo a Bassano e vorrei morire a Bassano, non la cambierei per nessun'altra città del mondo. Bassano comunque mi ha accolto 25 anni fa e ora mi sento bassanese».
Una curiosità: nel mondo della moda esistono vere amicizie?
«Certo che esistono. Ne ho diverse e con alcuni stringi legami forti. Io, per esempio, ho una stima immensa per Renzo Rosso: lo considero prima di tutto un grandissimo amico e poi uno dei più grandi visionari della moda, un imprenditore che ha rivoluzionato il settore cambiando per sempre il modo di fare e di vivere l'arte e il costume».
Il Teatro Regio di Parma e l’omaggio a Maria Luigia d’Asburgo cosa hanno rappresentato?
«Più che opportunità di lavoro, mi ha aperto la mente. Vivere la realtà del teatro mi ha fatto scoprire un modo nuovo di concepire il prodotto, studiando i costumi di scena, i manichini e la sartoria di un tempo. La vera sfida era immaginare come si vestirebbe oggi Maria Luigia d'Asburgo – la seconda moglie di Napoleone che ha voluto il Teatro Regio – se vivesse nei nostri giorni. Sono partito studiando la sua personalità eclettica e ho cucito quel mondo con il mio linguaggio: il denim laminato e le lavorazioni d'avanguardia. È nato un mix inaspettato e straordinario, e quegli abiti sono venuti fuori qualcosa di incredibile».
Siamo alla domanda finale. Se ti trovassi di fronte al Paolo Gnutti da bambino, con l’esperienza e il vissuto di oggi, cosa gli diresti?
«Non gli direi di cambiare nulla. Gli direi di rifare esattamente tutto quello che ha fatto, con gli stessi errori e le stesse battaglie. Perché ogni passo falso, ogni caduta e ogni notte passata a cercare la perfezione non sono stati sbagli da correggere, ma i tasselli necessari di un percorso vissuto con totale consapevolezza. La vita va vissuta senza risparmiarsi, accogliendone gli spigoli e le opportunità. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto con il cuore e con la testa. Ed è stato proprio questo, nel bene e nel male, a fare di me l’uomo e l’artista che sono oggi.».
Alla fine della conversazione torna il tessuto. Non soltanto quello che Gnutti conosce, studia e trasforma da quasi quarant’anni, ma quello, più sottile, che tiene insieme una vita professionale e personale. Dentro ci sono le fabbriche e i mercati internazionali, i premi e le nuove sfide, le intuizioni e la ricerca continua. E ci sono Bassano del Grappa, la famiglia e le persone che hanno accompagnato il suo percorso.
A unirli è soprattutto un modo di guardare al lavoro: la consapevolezza che un risultato non sia mai davvero definitivo, ma sempre il punto da cui ripartire.
Forse è proprio questo il filo della sua storia: non fermarsi a ciò che è già stato fatto, ma andare oltre. Cercare nella materia qualcosa che ancora non si vede, trasformare la conoscenza in ricerca e la ricerca in una visione capace di anticipare il futuro.
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