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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Derive: un ascolto, un'atmosfera collettiva, un disco
In Chiesa San Giovanni, Mauro Martinuz ha proposto un assaggio del nuovo lavoro degli Eraclea, all'interno del programma di B.Motion
Pubblicato il 24 ago 2026
Visto 123 volte
A chiudere la giornata di B.Motion di domenica 23 agosto, come annunciato nel nostro precedente articolo, nella Chiesa di San Giovanni è stato Derive di Mauro Martinuz, un concerto-performance prodotto di una contaminazione di materiali sonori nati per teatro, la danza e il cinema.
Martinuz è un compositore, sound designer e polistrumentista; dal 2007 firma gli allestimenti musicali degli spettacoli della compagnia Anagoor (Leone d'Argento alla Biennale Teatro 2018) - vi è anche un doppio vinile MMXX, che celebra vent'anni di creazioni musicali nate in seno alla compagnia - cura colonne sonore e missaggi per performer, registi di videoarte e cinema d'autore e ha collaborato con grandi nomi, uno su tutti il regista Aleksandr Sokurov.
Mauro Martinuz, in un concerto degli Eraclea (fonte FB)
In questo set - che ha visto la partecipazione di Roberto Lai, cantante degli Eraclea (abbiamo presentato qui il gruppo e il loro primo lavoro la scorsa estate shorturl.at/w3gKr), Martinuz intreccia il suo lavoro di matrice teatrale con una pratica più strettamente musicale. La performance ha compreso anche la presentazione del nuovo disco degli Eraclea, gruppo nato nel 2019 dall’incontro di cinque musicisti trevigiani, riuniti inizialmente alla Conigliera di Castelminio di Resana, lo spazio di produzione delle arti performative legato ad Anagoor, e successivamente diventati sei con l’ingresso di un sassofonista. La formazione comprende: Roberto Lai alla voce, Luca Maccioni al sax e ai synth, Enrico Squizzato alle chitarre elettriche, Luca Sella alle batterie e all’elettronica, Ilic Emiliano Bertolo al basso e Mauro Martinuz all’elettronica, ai field recordings, ai synth e alle chitarre elettriche.
Il nuovo album, uscito proprio il 23 agosto in una tiratura limitata in vinile e volutamente sottratto tranne un brano allo streaming, porta la “turbopopband” trevigiana lontano dai panorami da riva balneare, là dove il mare non è più soltanto paesaggio ma una forza che può inghiottire, disorientare, trasformare.
L’aria di battigia e una certa geografia veneta fatta di leggerezza, eternamente giovani amorose malinconie post-estive, partenze e messaggi affidati oltre che alle onde ai sintetizzatori, tutto svanito: in Deriva la navigazione cambia direzione, o meglio, il movimento assume connotati d’ombra, di perdita della rotta, di attraversamento.
Registrato, mixato e masterizzato da Matt Bordin all’Outside Inside Studio di Volpago del Montello, prodotto da Bordin e Martinuz, con copertina di Giulio Favotto, il disco è prodotto da Dischi Soviet Studio.
L’ascolto comincia con Coordinate: il titolo sembra promettere ciò che poi viene negato, nessun capitano al comando. L’introduzione con un cullante rumore di risacca, il paesaggio presto perde i suoi connotati marini e i punti di riferimento. “Non c’è una scialuppa neanche se hai la Visa”, dice il testo, con quella capacità degli Eraclea di mescolare il lessico del quotidiano, l’ironia e la sottile inquietudine che permea il brano. Una voce sembra arrivare da una nave sbandata, potesse “sbandare” una nave, mentre il ritmo assume quasi quello dei remi e un coro marinaresco accompagna la deriva. Poi la navigazione cambia natura: i suoni elettronici entrano sempre più decisi e le coordinate terrestri sembrano dissolversi in una navigazione stellare, tecnologica, da spazio profondo. Sirene di navi in allarme chiudono il pezzo.
Next Stop cambia scenario senza interrompere la sensazione di andare fuori rotta. Il mare lascia spazio alla ferrovia e a un ritmo più serrato, sostenuto dall’elettronica. Venezia-Santa Lucia, Marghera, la Padova di Via degli Anelli, Treviso Santa Bona, Parigi, poi Torino con le sue stazioni illuminate di blu: una sequenza di stazioni sembra raccontare tappe di fughe, partenze notturne, prime volte on the road. In alcuni passaggi sembra quasi di ascoltare la sigla di bei vecchi telefilm da tv, ancora lontane note piattaforme.
L’evocare certe le luci fa pensare a un preciso genere della letteratura veneta capace di raccontare proprio quel paesaggio industriale e periferico, sospeso tra acqua, fabbriche e un territorio malato che continua fare la cartolina ignorando la realtà, incantato e determinato a fornire di sé la sua versione immaginaria.
Quello che fu, unico brano in streaming, sembra riportare tutto in alto mare. È il brano più scopertamente rock, che traduce immagini da ciurma, pirati, botti, rum e cognac, marinai e avventure. Un refrain insiste, quasi come un grido collettivo, ma il titolo è già una dichiarazione: quello che fu appartiene al passato.
Goodbye, ultimo pezzo, è la suite che occupa il cuore più enigmatico dell’album. L’inizio sembra malofiabesco, da giro in un luna park abbandonato, poi gli strumenti cominciano a “cantare” come se fossero personaggi del racconto. La musica procede, cambia passo, attraversa territori che sembrano avere a che fare più con dune e deserto che con il mare. Una cavalcata, un viaggio senza coordinate, fino a un oasi, per una sorta di immersione. Qui l’elettronica, la batteria, le chitarre distorte e il sax costruiscono una materia sonora sempre più densa.
I riferimenti disseminati nel testo del brano – Gurdjieff, Schopenhauer, Lao Tzu, i venti, i pirati, l’antico cielo – paiono appartenere a un inventario raccolto su fondo oceanico. A un certo punto sembra di assistere a un passaggio di dimensione: la nave diventa forse un’astronave, il naufragio si trasforma in ascesa e quella che sembrava una fine può diventare un nuovo inizio.
Un versione più dark, notturna di una notte buia e tempestosa, o solo più invernale, di Eraclea.
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