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Elvio Rotondo
Contributor
Bassanonet.it
Dopo l'Iran, la sfida cubana?
Le difficoltà economiche dell'isola e la pressione dell'amministrazione Trump alimentano interrogativi sul futuro dei rapporti tra Washington e L'Avana
Pubblicato il 19 giu 2026
Visto 20.622 volte
Le tensioni tra Stati Uniti e Cuba non accennano a diminuire, soprattutto dal gennaio scorso, quando il presidente statunitense Donald Trump ha varato una serie di misure che hanno peggiorato una crisi economica già molto grave sull'isola.
In particolare, Trump ha firmato un decreto per imporre sanzioni e dazi doganali ai Paesi che forniscono carburante a Cuba, creando di fatto un embargo energetico. Da allora ha sanzionato una serie di entità e individui legati al regime, tra cui il conglomerato militare-industriale Gaesa, che gestisce circa il 40% dei settori produttivi del Paese.
Secondo quanto riportato dal El Pais, la prospettiva di essere sottoposti a controlli più rigorosi da parte degli Stati Uniti a causa di tali sanzioni ha innescato una fuga di aziende straniere dal settore turistico, la spina dorsale dell'economia cubana. Anche effettuare transazioni elettroniche o con carta di credito sull'isola sarebbe diventato problematico.
Due uomini spingono il loro carretto carico di prodotti agricoli lungo una strada dell'Avana il 16 marzo 2026. Yamil Lage/AFP via Getty Images
Il 12 giugno scorso il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha annunciato riforme economiche che includono un decentramento senza precedenti del pesante apparato statale, la possibilità per le aziende statali di partecipare al mercato valutario, l'autorizzazione agli investimenti all'estero da parte di cittadini cubani, la fine dei sussidi per determinati prodotti e una drastica riduzione della burocrazia. "Sono tempi in cui è necessario un cambiamento", ha affermato il presidente, sotto la pressione di carenze croniche, del collasso del settore energetico e della persistente minaccia di disordini sociali, oltre che delle pressioni da parte degli Stati Uniti.
In questo contesto di emergenza, i cubani restano in allerta: molti si chiedono se la situazione cambierà una volta che le riforme economiche annunciate inizieranno a produrre effetti concreti. Alcuni analisti si chiedono se il pacchetto di riforme economiche possa facilitare eventuali negoziati con Trump, oppure rappresenti solo un palliativo con cui il regime cubano spera di guadagnare tempo.
Alcuni accademici che vivono all'Avana valutano gli annunci con cautela, pur percependo un livello di apertura mai visto prima nella leadership socialista dell'isola.
La notizia delle riforme a Cuba è giunta mentre il presidente degli Stati Uniti proclamava di essere vicino alla conclusione di un accordo con l'Iran per porre fine al conflitto. Trump ha affermato in passato che una volta risolta la questione iraniana, Cuba "sarebbe stata la prossima".
In quest'ottica, non è affatto escluso che la Casa Bianca stia valutando una formula sul modello venezuelano, adattata alla realtà cubana e basata su un sistema di tutela economica diretto da Washington. Tale orientamento si sarebbe rafforzato a partire da gennaio, dopo l'operazione militare che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Nelle ultime settimane, il Dipartimento di Giustizia ha incriminato l'uomo forte del regime, Raúl Castro, con quattro capi d'accusa, tra cui l’omicidio, in relazione all'abbattimento, avvenuto nel 1996, di un aereo appartenente al gruppo anti-Castro Hermanos al Rescate (Fratelli al Soccorso) in acque internazionali. Washington ha inoltre ampliato la propria rete di blocchi finanziari e commerciali, isolando ulteriormente l'economia caraibica, che soffre di blackout quotidiani, interruzioni dei trasporti, carenze alimentari e collasso industriale.
L’11 giugno scorso, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alla compagnia petrolifera statale cubana, nell'ambito di un'iniziativa dell'amministrazione Trump volta a limitare le forniture di carburante e ad aumentare la pressione sul governo comunista dell'isola.
Le sanzioni congelano tutti i beni di Unión Cuba-Petróleo presenti negli Stati Uniti e vietano a qualsiasi azienda operante sul territorio statunitense di intrattenere rapporti commerciali con l'impresa statale. Il provvedimento giunge mentre l'isola è alle prese con una crisi energetica dovuta all'interruzione delle forniture di carburante dal Venezuela.
L'ultima consegna consistente di greggio sull'isola risalirebbe alla fine di marzo, quando una petroliera russa avrebbe scaricato circa 730.000 barili di petrolio con il permesso di Trump.
In una dichiarazione che annunciava le sanzioni, il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato il governo cubano di utilizzare la società "come strumento sia di repressione sia di cleptocrazia di regime a proprio vantaggio". Rubio, figlio di immigrati cubani, ha costruito la sua carriera politica opponendosi al regime di Castro, che definisce "incompetente" e ritiene responsabile dei gravi problemi dell'isola.
Nonostante tutto, il governo statunitense continua a intrattenere colloqui con rappresentanti del regime, incluso il nipote di Raúl Castro, Raúl Rodríguez Castro, figura di cui si sa poco. Il mese scorso, il direttore della CIA John Ratcliffe avrebbe effettuato una visita a sorpresa all'Avana per incontrare, tra gli altri, Rodríguez Castro e il capo dei servizi segreti cubani, pochi giorni prima dell'incriminazione dell'ex presidente.
Trump ha talvolta accarezzato l'idea di "conquistare Cuba". Tuttavia, secondo quanto riferito da The Hill il 7 maggio scorso, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha dichiarato che, dopo un incontro alla Casa Bianca, il presidente statunitense gli avrebbe assicurato di non avere alcuna intenzione di invadere l'isola.
Ricardo Torres del Center for Latin American and Latino Studies dell'American University, afferma a proposito dei cambiamenti che gli Stati Uniti potrebbero imporre: "Molti cubani oggi sono disposti ad accettare situazioni che non avrebbero accettato in passato, semplicemente perché desiderano un cambiamento che, purtroppo, il governo cubano non è stato in grado di realizzare".
Sembrerebbe che, malgrado una buona parte dei residenti dell'isola respinga sistematicamente l'ipotesi di un intervento militare straniero, preferendo una soluzione interna e pacifica, una parte significativa della diaspora cubana nel sud della Florida sostenga posizioni molto più favorevoli a una linea dura nei confronti del governo cubano.
Vi è inoltre un dato che induce a riflettere sulla percezione del presidente Trump all'interno della comunità cubano-americana della Florida. Secondo un articolo del The Guardian, nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2024 il 68% degli elettori cubano-americani registrati in Florida ha votato per Trump. Si tratta del livello di sostegno più elevato registrato tra le principali comunità latine degli Stati Uniti.
Tuttavia, dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, l'amministrazione Trump ha intensificato le politiche di espulsione nei confronti dei cittadini cubani. Ad aprile di quest'anno, quasi 8.000 cittadini cubani sarebbero stati espulsi dagli Stati Uniti, un numero superiore a quello registrato durante l'intero primo mandato presidenziale.
Molti di questi deportati sarebbero stati trasferiti in Messico e, secondo un recente rapporto di Human Rights Watch (HRW), numerosi casi riguarderebbero persone anziane, spesso con gravi problemi di salute, che vivevano negli Stati Uniti da anni o addirittura da decenni. Come osserva il Guardian, sebbene i cubano-americani siano ancora allineati con Trump, sembra esserci stato un significativo ripensamento tra alcuni di loro, «il tasso di approvazione di Trump sarebbe sceso dal 68% registrato nelle elezioni del 2024 al 53% nel 2026. Tuttavia, il nucleo più fedele del suo elettorato continua a sostenerlo con convinzione».
Dopo il conflitto con l'Iran, non è da escludere che Trump torni a concentrarsi sulla questione cubana, un tema sul quale si è già espresso in passato. Nel suo entourage potrebbe prevalere l'idea che un'iniziativa nei confronti dell'isola possa rafforzare l'immagine di leadership degli Stati Uniti sulla scena internazionale. A ciò si aggiunge l'approssimarsi delle elezioni di medio termine, che potrebbe spingere l'amministrazione a cercare risultati concreti da presentare all'elettorato.
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