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Elvio Rotondo

Elvio Rotondo
Contributor
Bassanonet.it

Geopolitica

Thailandia, sfuma il progetto del “ponte terrestre”

Il progetto per aggirare lo Stretto di Malacca si ferma tra costi, dubbi economici e rischi ambientali

Pubblicato il 26 ago 2026
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La guerra in Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz hanno evidenziato come i punti di strozzature marittimi strategici siano vitali per molti Paesi.
Come riportato in precedenza su questo giornale, la conseguente riduzione dell’offerta globale di petrolio ha provocato forti oscillazioni nei prezzi dell’energia, richiamando l’attenzione sul ruolo cruciale dei cosiddetti chokepoints: passaggi strategici attraverso i quali transitano enormi volumi di commercio mondiale e che continuano a rappresentare uno degli strumenti più efficaci di leva geopolitica nell’era contemporanea.

Grattacieli fotografati al tramonto a Bangkok, Thailandia, il 4 gennaio 2023. REUTERS/Athit Perawongmetha/Foto d'archivio

In questo contesto di crescente instabilità geopolitica, i leader thailandesi avevano individuato una possibile rotta alternativa al congestionato Stretto di Malacca. Lungo 900 km, lo stretto è delimitato da Indonesia, Thailandia, Malesia e Singapore e rappresenta la rotta marittima più breve tra l'Asia orientale, il Medio Oriente e l'Europa.

La proposta del valore iniziale di 30,45 miliardi di dollari, prevedeva la costruzione di porti in acque profonde sui lati opposti della penisola meridionale: Chumphon sul Golfo di Thailandia e Ranong, sul Mar delle Andamane. I due scali sarebbero stati collegati da un corridoio di trasporto, il cosiddetto “ponte terrestre” lungo circa 90 chilometri. I container in arrivo su una costa avrebbero attraversato la penisola via strada o ferrovia, per poi proseguire via nave dall'altra, creando un'alternativa terrestre allo Stretto di Malacca.

Il piano del ponte terrestre, proposto per la prima volta intorno al 2020, rappresentava il successore di una serie di progetti infrastrutturali perseguiti dai governi tailandesi nel corso di due decenni e mai concretizzati a causa dei cambiamenti delle politiche e della mancanza di un continuo sostegno agli investimenti.

Secondo le stime del governo thailandese, il corridoio avrebbe potuto ridurre di quasi il 30% i costi logistici per il trasporto delle merci tra la Cina meridionale e l'Oceano Indiano e accorciare i tempi di percorrenza fino a 14 giorni. La proposta rivestiva una particolare rilevanza strategica per la Cina, dove politici e studiosi discutono da tempo di come ridurre la dipendenza del Paese dallo Stretto di Malacca.

Il "ponte terrestre" avrebbe attraversato le province meridionali della Thailandia, collegando i due porti con una ferrovia a doppio binario e un'autostrada a sei corsie. L'analisi aggiornata ha evidenziato il rischio di futuri costi per le finanze pubbliche e di potenziali passività per il governo.
A ciò si sono aggiunte le preoccupazioni ambientali. Il comitato di valutazione del progetto ha evidenziato i possibili rischi per le foreste di mangrovie di Ranong, gli ecosistemi marini, la pesca, il turismo e le comunità costiere.
Il gruppo di esperti ha quindi raccomandato di ammodernare l'attuale porto di Ranong e di migliorare i collegamenti ferroviari, così da rafforzare le connessioni logistiche senza realizzare una nuova infrastruttura portuale di grandi dimensioni. Secondo il gruppo, non vi sarebbe un'immediata necessità di costruire un nuovo porto nel Golfo di Thailandia, considerata la limitata giustificazione commerciale dell’opera e la capacità portuale esistente.
Anche dal punto di vista ambientale, le problematiche sono rimaste irrisolte e le valutazioni di impatto ambientale disponibili sono state giudicate obsolete. Secondo il rapporto, sarebbe necessario rafforzare la consultazione pubblica attraverso un coinvolgimento più ampio delle comunità interessate. La Thailandia dovrebbe migliorare le infrastrutture di trasporto già esistenti, anche in considerazione della crescente domanda di trasporto merci legata alla ferrovia Thailandia-Laos-Cina.
Alla fine il governo ha deciso di soprassedere. L'abbandono del progetto, almeno per il momento, è stato annunciato alla fine del mese di luglio dal vice primo ministro e ministro delle Finanze Ekniti Nitithanprapas, che ha citato risultati sfavorevoli di uno studio di fattibilità governativo. Come molti degli scettici avevano fatto notare, il ritorno finanziario previsto non appariva promettente. Le operazioni di carico e scarico ripetuto delle merci apparivano troppo complesse e avrebbero potuto richiedere più tempo e costi più alti rispetto al trasporto via mare attraverso la rotta di Malacca.
A pesare sulla sostenibilità del progetto vi erano infine le valutazioni ambientali e l'opposizione di agricoltori e comunità di pescatori, fattori che avrebbero potuto causare ritardi e aumentare i costi.
Un progetto, nato con tutte le buone intenzioni, ma che, almeno per il momento, non è riuscito a convincere nessuno. Il “ponte terrestre” non è stato cancellato, ma potrebbe essere ripreso in futuro, quando sarà ritenuto geopoliticamente opportuno.

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