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Coronavirus: ecco perché non ne posso più e spero che, quanto prima, non ne possiate più anche voi
Pubblicato il 06 mar 2020
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Ieri sera, come ben sapete se siete nostri lettori, sono andato a seguire una parte del consiglio comunale a porte chiuse di Bassano del Grappa. Oramai ho tre decenni e mezzo di lavoro giornalistico alle spalle, ma una situazione così irreale non l'avevo ancora vissuta. Verso le 9 di sera, prima di mettermi a scrivere l'articolo, sono andato quindi a mangiarmi una pizza in una pizzeria del centro storico. Era completamente vuota.
Poi sono arrivate altre tre persone ad occupare un secondo tavolo, ovviamente a debita distanza dal mio, ma per diversi minuti sono stato l'unico avventore del locale, solitamente molto frequentato a quell'ora. I titolari della pizzeria, non avendo altro da fare, stavano guardando alla Tv la finale di MasterChef, poi vinta dal bassanese Antonio Lorenzon. Un'altra dose potente di irrealtà. Infine, mi sono incamminato alla volta della redazione per buttare giù il resoconto del consiglio in quarantena e mentre procedevo sotto la pioggia, sempre nel centro di Bassano, per strada non c'era nessuno. Non credevo a me stesso, ma stavo provando una sensazione di isolamento, frutto delle esperienze della serata, mai provata prima. Il risultato delle “misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19” non è solo quello di cercare di contenere il contagio dal nemico invisibile, ma blocca anche il flusso vitale della quotidianità.
Poi verso l'una di notte, previo messaggino WhatsApp vista l'ora, mi ha chiamato un mio fraterno amico italiano che vive all'estero, in un altro Paese europeo. Aveva appena letto “Segregati”, il mio articolo sul primo consiglio comunale in quarantena di Bassano nella storia. Mi ha detto che quanto ho descritto nel pezzo gli ha ricordato un film di John Carpenter, in cui il protagonista vaga solitario per il deserto.
Fonte immagine: giustizianews24.it
Ecco la parola giusta: desertificazione. Non abbiamo più linfa, solo paura. Il virus ci ha desertificati. Nei nostri rapporti sociali, che sono obbligati a mantenere almeno un metro di distanza, e nell'immagine che di noi abbiamo dato e stiamo ancora dando al mondo, che pure è colpito dallo stesso problema ma che ha la reale percezione - con le purtroppo note e gravi conseguenze in campo economico e turistico - che gli unici veri appestati siamo noi. Anche nel Paese europeo dove vive il mio amico, e cioè la Germania, ci sono casi di Coronavirus, ma la stampa non li racconta in modo sensazionale come invece siamo bravissimi a fare noi e le autorità istituzionali e sanitarie sono attive nel contrastare il fenomeno con interventi mirati a non intimorire la popolazione. Anche in Croazia ci sono persone infette da Covid-19 ma, come mi riferiscono i parenti acquisiti che ho lì, la gente non è per nulla preoccupata. È preoccupata invece se arriviamo noi, italiani, in particolare dal Veneto e dalla Lombardia: chi di noi presenta sintomi, anche leggeri, che possono essere legati anche a un banale raffreddore, in Croazia viene messo in isolamento per due settimane. Non parliamo poi degli altri Paesi, delle restrizioni dei viaggi da e per l'Italia, del blocco dei commerci, del crollo delle commesse e quant'altro.
In questo momento siamo vittime di discriminazione. Il mondo, cioè, ci sta discriminando. Ma ce la siamo cercata noi. E i media italiani che da settimane stanno contemporaneamente generando e cavalcando la psicosi sono i primi grandi colpevoli di questo disastro, secondariamente la colpa è dei politici nazionali, ma anche di qualche governatore regionale, che del virus si sono ampiamente riempiti la bocca, spesso a sproposito, per la gioia dei media medesimi. L'Italia, del resto, è la patria del melodramma: non potevamo smentirci anche in questa occasione.
In queste ore nel Veneto siamo all'apice delle “misure urgenti in materia di contenimento eccetera” e, in questo senso, stiamo toccando il fondo. Le persone si dividono ancora in due categorie: quelle che riescono ancora a stringerti la mano e quelle che invece vade retro potenziale portatore di virus asintomatico. Non possiamo neanche più bere un caffè come Dio comanda: niente servizio ai banconi dei bar, solo ai tavolini e sempre mantenendo questo cacchio di metro di distanza. Se un pubblico esercizio non ha tavolini, o ne ha pochi, deve chiudere fino a nuovo ordine. È successo e succederà ancora anche a Bassano del Grappa. Oggi in centro a Bassano stanno girando le pattuglie della Polizia di Stato coi lampeggianti accesi. Un'altra scena degna di qualche film di John Carpenter.
Gli agenti scendono dalle macchine, entrano nei bar e controllano il rispetto delle misure imposte dal Decreto del Presidente del Consiglio, pena salate sanzioni per l'esercente “trasgressore”. Intanto qui in città siamo obnubilati dall'“avvicinamento” del Coronavirus, che dalla lontanissima Wuhan sta oramai bussando alle nostre porte, come se si trattasse di qualcosa che sta viaggiando nell'aria, il che virologicamente non è possibile e non è vero. Questa è la sensazione che pervade le nostre menti alla luce di notizie pubblicate anche da questo portale, per dovere di cronaca, come quella del primo caso “positivo” riscontrato nel Bassanese e relativo a un abitante del Comune di Tezze sul Brenta, ricoverato in via precauzionale, e secondo i severi protocolli sanitari previsti, al San Bassiano. A poco serve sottolineare che il paziente in questione, secondo il bollettino dell'Ulss, non presenta complicanze. E a poco serve riportare le giuste raccomandazioni del sindaco di Tezze Luigi Pellanda, in primis l'invito alla cittadinanza a “mantenere un atteggiamento serio e responsabile senza alimentare inutili allarmismi”.
Perché gli allarmismi, per il modo in cui ci hanno fatto vivere fino ad oggi questa emergenza, ce li alimentiamo noi stessi a prescindere. E allora, tutte d'un colpo, mi scorrono davanti agli occhi le immagini e le voci da me raccolte solamente in questi ultimi due giorni e solamente in questa città, lasciando stare tutto il resto dell'Italia intera.
Il consiglio comunale isolato, le sedie con la scritta “vietato sedersi”, la pizzeria vuota, il centro deserto con la pioggia, i bar coi clienti mantenuti a distanza, i lampeggianti della Polizia. Ma anche la lettera del sindaco di Tezze sul Brenta sul caso “positivo” che ha rimbalzato da uno smartphone all'altro come una scheggia impazzita e le dicerie che si sono rincorse per tutta la giornata e che hanno confuso il ricovero al San Bassiano del paziente di Tezze come un “secondo caso” di Coronavirus a Bassano del Grappa.
E da tutto questo caos emerge, dal profondo del mio cuore, un'unica e sola parola: basta. Non ne posso più. Anche se probabilmente sarò costretto, sempre per dovere di cronaca, ad occuparmi ancora per qualche tempo di dare notizie sul contagiato del giorno, di questo o di quel Comune, e sulla lettera del suo sindaco che invita la cittadinanza a non alimentare inutili allarmismi. E spero che anche voi non ne possiate più, quanto prima.
Urge una massa critica in positivo, servono buone notizie che fungano da anticorpo al male mediatico, è necessario continuare a premunirci fino a quando l'emergenza cesserà ma senza rinunciare alla vita quotidiana. Stiamo attraversando il deserto, ma la voglia di rinascita non deve essere solamente un miraggio.
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