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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Il ritratto di Renato Luca lungo gli anni del “boom” bassanese
Intervista allo storico dell’economia Giovanni Favero (Cà Foscari)
Pubblicato il 21 dic 2021
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La scorsa settimana è scomparso Renato Luca, una delle grandi figure dell’imprenditoria bassanese. È la prima generazione, quella del boom economico per intenderci, che sta lasciando il passo. Una generazione di capitani d’impresa che ha permesso a tante cittadine del Nordest di portare “a casa” una ricchezza diffusa, in grado di creare valore non solo nei bilanci delle aziende ma anche nel sociale, nella cultura e in generale nelle famiglie. Ci sono molti tratti comuni che legano le storie dei grandi che hanno contribuito alla fortuna economica del territorio bassanese. Con lo storico dell’economia Giovanni Favero (Cà Foscari), autore del volume “L’economia bassanese: Imprese e protagonisti nella storia del territorio” (Comitato per la storia di Bassano), rileggiamo la figura di Renato Luca lungo gli anni del boom bassanese.
Da studioso dello sviluppo economico bassanese, che effetto le fa vedere un grande imprenditore che se ne va?
Renato Luca, una delle figure più importanti dell’imprenditoria bassanese
Si tratta di un passaggio doloroso e purtroppo prematuro. Da un lato va detto che la maggior parte degli esponenti di quella generazione, non solo imprenditori, ma anche dirigenti d’azienda, professionisti, artigiani e personaggi pubblici, ha avuto la lungimiranza di guardare dopo di sé preparando la successione. D’altra parte, ciò di cui ci sarebbe bisogno è una capacità simile alla loro di immaginare il futuro, capacità che forse sta maturando nelle nuove generazioni ma che ancora non ha assunto contorni definiti.
Quali sono le caratteristiche ricorrenti degli imprenditori bassanesi, che come Renato Luca dagli Sessanta in poi sono stati artefici del miracolo veneto?
Se limitiamo lo sguardo a quella generazione di imprenditori, c’è di fondo una forte esperienza comune che li caratterizza, quella della guerra e della Ricostruzione attraversata negli anni della prima giovinezza, e vissuta come la possibilità di ripartire da zero, di costruire in un contesto nuovo, tutto da interpretare. La capacità di cogliere le opportunità offerte da un mercato, o quelle di reinventarsi in un altro contesto viene proprio da questa apertura, dall’evidente necessità di essere curiosi, per capire un mondo che si presentava come radicalmente nuovo.
Per stare proprio sul tessuto bassanese: oltre alle doti spesso fuori dal comune dei singoli, si può parlare anche di una “fortuna del contesto”?
Bassano negli anni della Ricostruzione e del successivo miracolo economico ha goduto di una serie di vantaggi legati paradossalmente alla sua posizione periferica, ancora in qualche modo di confine. Oltre a competenze artigianali maturate nel lungo periodo e alla presenza più recente di una grande impresa metalmeccanica. Questi elementi ne hanno fatto un luogo che a volte poteva rivelarsi fortunato per chi voleva inventarsi qualcosa.
Negli anni Sessanta nascono gli embrioni dei campioni locali, distribuiti nei vari comparti. Carta, concia, meccanica, plastica, legno, arredo, elettrotecnica. Un sapere artigianal-industriale diffuso che nasce anche dalla presenza delle Smalterie.
La grande impresa crea competenze tecniche nuove che prima non c’erano, legate in particolare alla meccanica fine, alla preparazione degli stampi, a specifiche operazioni come la saldatura. Non lo fa solo con l’apprendistato interno, ma anche finanziando e organizzando direttamente quella che poi diventerà la scuola di avviamento al lavoro. Quelle competenze circolano al di fuori della fabbrica, assieme agli operai che vanno a lavorare altrove o si mettono in proprio. Si diffonde la capacità di questi lavoratori e tecnici di introdurre nuove soluzioni nelle produzioni tradizionali, dalla concia al mobile, dall’oreficeria alla ceramica, meccanizzandole.
Bassanesi che avevano doti di estro e manualità che potevano far fruttare anche nella dimensione della produzione seriale.
I macchinari e le attrezzature potevano essere prodotte localmente e in base alle esigenze specifiche delle imprese. La capacità di rispondere alle esigenze specifiche del cliente è uno dei maggiori vanti degli imprenditori che hanno fondato le loro aziende in questa fase, ed è paradossalmente quello che la grande impresa non riusciva a fare.
Ci sono anche altri fattori che hanno contribuito a fare di questo territorio un’area tra le più ricche forse d’Europa.
C’è stata certamente quella che si potrebbe definire una “accumulazione originaria” che ha consentito di “iniziare” a chi aveva idee e volontà di mettersi in proprio ma poche risorse. Poiché a Bassano, come nella maggior parte delle aree periferiche d’Italia, la regolamentazione degli usi del suolo (cioè il piano regolatore) arrivò in ritardo di un decennio rispetto a quando se ne era avvertita l’esigenza, tutti gli anni Sessanta furono una fase di espansione selvaggia delle aree destinate sia a residenza che alle attività produttive. Chi aveva un campo o due, ereditato o acquistato anche di recente negli anni del Dopoguerra, poteva facilmente trasformarli in terreni fabbricabili, moltiplicandone il potenziale valore di mercato e impegnarli come garanzia per ottenere il credito bancario.
Renato Luca fa parte di quella generazione che ha macinato primati su primati qui a Nordest. Un campanile, dieci capannoni.
Rispondo con una tabella che dà il quadro dello sviluppo locale. Mostra anche il progressivo spostamento dell’industria dal comune di Bassano a quelli limitrofi dagli anni Settanta in poi. Ciò che va segnalato è la progressione nel numero degli addetti all’industria nel sistema locale del lavoro bassanese (l’area all’interno della quale i flussi di pendolarismo si incrociano), che nel 2011 si estendeva da Enego e Cismon fino a Schiavon e Rossano, da Molvena e Pianezze fino a Fonte e Paderno in provincia di Treviso. Dai 47.500 lavoratori impiegati nell’industria nel 1951 si passa a 69.000 nel 1961, a quasi 85.000 nel 1971 e a 92.000 nel 1981: l’occupazione industriale raddoppia in trent’anni, mentre la popolazione aumenta solo del 50%. Nel frattempo, la quota di coloro che trovano lavoro nel comune di Bassano cala da un quarto (12.000 persone) a un quinto (18.000) del totale.
A fronte di un territorio diventato ricco, disseminato di fabbriche e laboratori come è impensabile trovare in giro per il mondo, c’è anche qualche rovescio della medaglia.
Il principale aspetto negativo legato a una crescita così rapida e caratterizzata dalle peculiarità che abbiamo visto è il consumo del territorio stesso, a lungo considerato una risorsa inesauribile. Questo è diventato presto un limite per lo stesso sviluppo economico: quando all’inizio degli anni Settanta divenne evidente la necessità di ampliare la rete viaria e costruire nuove arterie a scorrimento veloce, si scoprì che non c’era più lo spazio per attraversare quel conglomerato compatto di case e capannoni che ancor oggi occupa il Veneto centrale. La superstrada da Trento verso Padova e Venezia si è dovuta fermare a Rosà, e basta guardare una carta geografica per rendersi conto che anche la nuova autostrada pedemontana ha dovuto girare attorno a quell’area.
E poi c’è la grande questione ambientale.
L’inquinamento dell’acqua e dell’aria è in tutta l’area padana e pedemontana tra i più alti d’Europa, con casi eclatanti di contaminazione tossica delle falde acquifere che trovano l’eguale soltanto nelle aree a più forte concentrazione industriale dell’Europa orientale. La conseguenza è che si muore di più e si muore prima che in altre aree del Continente. Bassano in parte gode di condizioni migliori legate alla conformazione geografica del territorio, a monte delle falde acquifere e a valle della Valsugana, dove il vento spazza i fumi verso la pianura. È soprattutto su questi aspetti, dalla mobilità sostenibile alle condizioni ambientali che determinano la nostra salute, che si giocano oggi le prospettive di sviluppo future del territorio.
Ha messo in serie i fattori che hanno contributo a fare del bassanese una delle aree più vitali del Veneto. Competenze, risorse per gli investimenti e anche, aggiungo io, un formidabile capitale sociale fatto di coesione comunitaria, propensione al lavoro e al sacrificio. Ma non basta ancora per capire come da qui siano partiti prodotti che da decenni “vincono” nel mondo. Qual è il suo “perché”?
Non credo così tanto all’interpretazione dello sviluppo locale come frutto di coesione sociale: il conflitto ha probabilmente giocato un ruolo forte nella vicenda bassanese, anche se per legittimarsi si è quasi sempre presentato come una battaglia di tutta la comunità contro chi ne aveva tradito la fiducia, basti pensare alla mobilitazione avvenuta a Bassano nel 1976 dopo la chiusura delle Smalterie. Gli anni Settanta, in tutto il Veneto, sono un laboratorio di movimenti sindacali e politici che provano ad interpretare una situazione caratterizzata da piccole imprese che non obbediscono alle logiche proprie della grande fabbrica e che spesso sfuggono ad ogni regola di convivenza civile. Le mobilitazioni avvengono nelle maniere più diverse, dagli insegnanti che portano gli alunni a raccogliere campioni di acqua inquinata, agli studenti universitari che importano gli slogan della nuova sinistra dentro le fabbriche, inventandosi a loro volta modalità nuove di conflitto (c’è un bel numero della rivista “Venetica” intitolato “Rivoluzioni di paese” che ricostruisce alcune di queste storie).
Evidentemente anche qui si è innescata nel passato una frizione sociale tra chi accumulava capitale e chi rimaneva più indietro. Però tutto si è svolto in un campo di gioco senza profonde spaccature.
L’industrializzazione che si è voluta definire “senza fratture” è stata il più delle volte un’industrializzazione “senza fatture”, per citare un gioco di parole inventato dal maggiore storico dell’impresa italiano, Franco Amatori. E senza contributi pensionistici, senza depuratori. Solo la reazione di una parte della comunità locale, che si è mossa per rappresentare l’interesse di tutti, ha consentito a quel modello di sviluppo di evolvere. Le lotte per il contratto dei ceramisti di Nove nel 1971, raccontate da Tina Merlin in un libro che s’intitola appunto “Siamo tutti una famiglia”, mostrano che solo i vincoli imposti da una società e da un sindacato forti alle pretese di imprese spesso ben poco lungimiranti hanno potuto rendere obbligatorie, prima ancora che possibili, le innovazioni sociali (la medicina del lavoro, le 150 ore) che hanno consentito di non far collassare quel modello di sviluppo.
Per tornare al “suo perché”?
Credo che a Bassano una risorsa immateriale importantissima sia legata alla contaminazione tra cultura tecnica e cultura artistica che ha trovato continuità di lungo periodo grazie a un investimento delle imprese stesse in una formazione non di corto respiro. Dalla bottega di Jacopo Dal Ponte alla scuola di incisione aperta dai Remondini, fino alla Scuola comunale di disegno ottocentesca e alla scuola di meccanica della Smalterie, la città ha fatto della sua piccola dimensione l’occasione per far studiare fianco a fianco chi si occupa del bello e chi dell’utile, futuri pittori e futuri meccanici. Solo questa commistione fra arte, artigianato e industria ha potuto poi consentire a qualcuno di quegli studenti di avere occhi per vedere le opportunità che si aprivano per nuovi prodotti che fossero sia utili che belli.
| Bassano del Grappa | Popolazione residente | Agricoltura | Industria | Servizi | Commercio |
| 1951 | 26.454 | 21.98 | 46.07 | 15.59 | 16.36 |
| 1961 | 30.497 | 9.33 | 55.45 | 20.99 | 14.23 |
| 1971 | 35.129 | 3.67 | 55.33 | 24.77 | 16.22 |
| 1981 | 38.450 | 3.07 | 46.59 | 29.92 | 20.43 |
| 1991 | 38.871 | 1.57 | 43.36 | 35.28 | 19.80 |
| 2001 | 40.736 | 1.37 | 42.15 | 37.44 | 19.04 |
| 2011 | 42.984 | 1.60 | 34.70 | 45.34 | 18.37 |
| Area Bassanese | Popolazione residente | Agricoltura | Industria | Servizi | Commercio |
| 1951 | 124.867 | 40.29 | 38.04 | 8.45 | 10.43 |
| 1961 | 128.219 | 22.13 | 53.75 | 13.99 | 10.14 |
| 1971 | 140.671 | 11.00 | 60.20 | 16.12 | 12.67 |
| 1981 | 154.637 | 6.25 | 59.41 | 19.85 | 16.66 |
| 1991 | 162.396 | 3.87 | 55.87 | 23.55 | 16.74 |
| 2001 | 174.859 | 2.47 | 53.06 | 27.47 | 17.00 |
| 2011 | 190.618 | 2.59 | 44.20 | 35.41 | 17.80 |
| Area Senza Bassano | Popolazione residente | Agricoltura | Industria | Servizi | Commercio |
| 1951 | 98.413 | 44.94 | 36.00 | 6.64 | 8.92 |
| 1961 | 97.722 | 26.27 | 53.20 | 11.72 | 8.81 |
| 1971 | 105.542 | 13.35 | 61.76 | 13.36 | 11.54 |
| 1981 | 116.187 | 7.24 | 63.39 | 16.73 | 15.49 |
| 1991 | 123.525 | 4.54 | 59.46 | 20.15 | 15.86 |
| 2001 | 134.123 | 2.78 | 56.16 | 24.64 | 16.42 |
| 2011 | 147.634 | 2.87 | 46.82 | 32.67 | 17.64 |
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