Geopolitica

Trump attaccherà di nuovo l'Iran dopo le elezioni di midterm?

La guerra contro l'Iran è ampiamente impopolare tra l'opinione pubblica statunitense

Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Stati Uniti e Israele starebbero preparando una possibile ripresa degli attacchi contro l’Iran subito dopo le elezioni americane di metà mandato, mentre Teheran starebbe predisponendo ritorsioni in tutto il Medio Oriente.

Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte fatto riferimento a colloqui diplomatici con l'Iran, definiti produttivi o in corso, senza però portare ad alcun risultato. | REUTERS
Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte fatto riferimento a colloqui diplomatici con l'Iran, definiti produttivi o in corso, senza però portare ad alcun risultato. | REUTERS

All'inizio di questo mese, il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti vinceranno la guerra subito dopo le elezioni, mentre il Pentagono continua a rafforzare la propria presenza in Medio Oriente. A breve, tre degli undici gruppi delle portaerei americane dovrebbero essere presenti contemporaneamente nella regione. Il Pentagono avrebbe inoltre dato istruzioni al Comando centrale degli Stati Uniti di completare i preparativi per la ripresa di operazioni di combattimento su larga scala contro l'Iran.

La guerra contro l'Iran è profondamente impopolare tra l'opinione pubblica statunitense: solo un americano su tre la sostiene. Questo potrebbe tradursi in un costo elettorale per l’attuale presidente e il suo partito, spingendo una parte degli elettori a non votarlo.

Uno dei motivi per cui Trump potrebbe decidere di attaccare subito dopo le elezioni sarebbe legato al loro possibile esito. Il nuovo Congresso non entrerà in carica immediatamente dopo il voto. Si aprirebbe così un periodo potenzialmente critico tra il 3 novembre e il 3 gennaio. Se i risultati elettorali dovessero indebolire la posizione dell’amministrazione nel nuovo Congresso, la Casa Bianca potrebbe considerare questi due mesi come un’ultima opportunità per ridisegnare gli equilibri militari o politici, prima che indagini, battaglie sugli stanziamenti e pressioni legislative rendano la gestione del conflitto più complessa.

Dal canto suo, Teheran potrebbe puntare a prolungare il conflitto abbastanza a lungo affinché i costi del conflitto si trasferiscano dall'economia iraniana alla politica statunitense, sotto forma di rincari del carburante, crescente pressione dell'opinione pubblica e calo del sostegno a Trump e alla guerra.

Per la leadership iraniana, le prossime settimane rappresentano un momento cruciale. Secondo funzionari iraniani e diplomatici presenti nella regione mediorientale, Teheran ritiene che, dopo le elezioni di midterm, il presidente Donald Trump potrebbe essere meno preoccupato da un eventuale rialzo dei prezzi dell'energia. Per questo, l’Iran starebbe cercando di esercitare la massima pressione proprio ora in questa fase, intensificando gli attacchi nello Stretto di Hormuz fino a raggiungere una frequenza che non si vedeva dai primi giorni del conflitto.

Nel mese di settembre gli attacchi iraniani nello stretto avrebbero raggiunto una media di circa 30 a settimana. Nonostante l'aumento degli attacchi iraniani, gli Stati Uniti sarebbero riusciti a incrementare notevolmente i flussi di petrolio in uscita dal Golfo Persico. Secondo quanto riportato dal Washington Post, tra la metà di agosto e la fine settembre si sarebbe registrato un incremento delle spedizioni di petrolio attraverso Hormuz. In diverse giornate dell'ultimo mese, i volumi giornalieri delle esportazioni di petrolio si sarebbero avvicinati alle medie registrate prima del conflitto.

Secondo Amena Bakr, responsabile per l’energia in Medio Oriente presso Kpler, finché i costi e i rischi legati al trasporto marittimo resteranno elevati, anche i prezzi globali dell’energia continueranno a essere alti.
Il giornale Teheran Times ha riportato le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo cui la guerra contro l'Iran ha mutato radicalmente lo scenario regionale, compresa la situazione nello Stretto di Hormuz.
«Nulla sarà più come prima della guerra dei 40 giorni», ha affermato Araghchi, sottolineando che i paesi della regione dovranno prendere atto delle nuove realtà. «Il conflitto in corso ha cambiato ogni cosa. Dobbiamo accettare che sono emerse nuove realtà. Le rotte di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz non saranno più le stesse di un tempo e lo stretto non sarà più gestito come in passato”.

Agli attacchi iraniani si aggiungono quelli degli Houthi contro l’Arabia Saudita. Si tratterebbe di una strategia volta ad ampliare il fronte del conflitto e ad aumentare il livello dello scontro. Il 26 ottobre, gli Houthi dello Yemen, allineati con Teheran, hanno dichiarato di aver colpito le stazioni di pompaggio del petrolio saudita Est-Ovest e l’aeroporto di Riyadh.

Le crescenti ostilità rischiano di compromettere ulteriormente le forniture petrolifere e di estendere il conflitto. L’obiettivo sarebbe quello di trasformare l'Arabia Saudita, alleata degli Stati Uniti, in un punto di tensione nell'ambito della più ampia crisi regionale.

Nel mese di settembre, l'Arabia Saudita ha temporaneamente chiuso il suo oleodotto Est-Ovest, lungo circa 1.200 km, a titolo precauzionale in seguito a un attacco con droni che, secondo Riad e Baghdad, sarebbe partito dall’Iraq. L'oleodotto rappresenta una via fondamentale per le esportazioni di petrolio mediorientale, in un periodo in cui lo Stretto di Hormuz è rimasto in gran parte bloccato a causa della guerra.

Nel frattempo, alti funzionari dei Paesi firmatari del "Patto della Mecca" – Arabia Saudita, Turchia e Pakistan – si sono incontrati a Teheran con rappresentanti iraniani per discutere del coordinamento regionale.
I colloqui hanno rappresentato il primo contatto di alto livello tra l’Iran e i tre Paesi firmatari del patto di mutua difesa, dopo che il conflitto, innescato dagli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, si è esteso anche all’Arabia Saudita e allo Yemen.

Secondo funzionari sauditi, la visita nella capitale iraniana aveva lo scopo di aprire canali negoziali per "prevenire una nuova escalation militare". La delegazione saudita era guidata dal ministro della Difesa, il principe Khalid bin Salman Al Saud, fratello minore del principe ereditario Mohammed bin Salman. Il Pakistan era rappresentato dal capo dell'esercito, il maresciallo di campo Asim Munir, mentre la Turchia aveva inviato il capo dell'intelligence, Ibrahim Kalin.

In definitiva, il dilemma strategico di Trump resta irrisolto: esiste una combinazione di opzioni militari ed economiche che gli consenta di ottenere la vittoria promessa a un costo politicamente sostenibile per l'opinione pubblica americana?

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